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Recensioni | Pubblicato il 12 maggio 2014

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Current 93

I Am The Last Of All The Field That Fell

Genere: Avant-neofolk

Anno: 2014

Casa Discografica: Coptic Cat

Servizio di:

Basta poco. I  6,32 minuti della iniziale  ”The Invisible Church” per l’esattezza, per intuire, capire, che David Tibet, unico titolare esecutivo della Corrente, anche stavolta è tornato per stupire, per meravigliare, con quella voce tutt’altro che stentorea, dal tono bislacco che sembra uscire da un corpo posseduto.

David Michael Bunting vuole ancora essere al centro di un creativo universo parallelo, il suo, proficuo e fertile di intenzioni, nonché saturo di essenziale bellezza: se per bellezza si voglia intendere qualcosa di diverso dalle usuali canoniche certezze.  Non serve tutte le volte ripercorrere la trentennale, gloriosa, carriera di questo folletto che pare scaturito dalle fantasie di uno scrittore fantasy, per rendersi conto di quale potenziale risieda nella sua arte. Tante volte all’apice, tante altre celata sotto spoglie ingombranti, ma sempre e comunque sincera, caratteristica alquanto rara nella musica, anche quella veramente alternativa, termine appropriato e non desueto nel suo caso.

I Current 93 perdurano, costanti, nel tentativo – inutile? – di rendere accessibile a tutti un messaggio nascosto e importante, esoterico e intelligente, complicato quanto intellettuale, per questo orrido agli occhi del nuovo popolo della velocità e dell’impazienza. Al tibetano non resta che affidarsi agli iniziati di vecchia data o ai curiosi che provando forse si affideranno ai vecchi misteri. Un disco ancora ispirato, dopo qualcuno di transizione – brutta parola per un mostro sacro come lui – che giunge come ideale congiungimento con Black Ships ate the Sky, non solo per la stessa – ma diversa – pletora di ospiti a sua disposizione, ma anche per una riconquistata freschezza, per una rinnovata alleanza con gli spiriti giusti e liberi che con il bardo rinsaldano i legami. Ecco dunque i sodali vecchi e quelli nuovi spartirsi, da dietro le quinte o davanti al pubblico, oneri ed onori di questa fatica concretamente esaltante.

I testi sono raggianti e la musica è essenziale ma efficace come da tempo non si faceva udire: il pianoforte, le pause, le voci – la voce – danno i tempi, segnano il tracciato senza cedere mai il passo.  Gli undici tasselli si incastrano perfettamente, senza sforzi, senza sfarzi, tra semplici accordi e poche ripetute sensazioni. Il trucco è ancora una volta la semplicità, la sottrazione, senza ridondanze sterili o abbelimenti vacui. Non ho detto quasi nulla del disco, ma che importa, basta avere la stessa passione nell’ascolto di quella che Lui ha messo nel composizione e l’alchimia è bellamente lì, a conquistarci per la centesima volta, ormai. Basta crederci, anzi credergli e il più è fatto: che gli dèi ci conservino intatto questo ben di dio… Le guest star contribuiscono a dare sfumature in più, siano esse mirabili intersezioni pianistiche –  come quella del sound designer Jack Barnett dei These New Puritans oppure preziose lezioni di canto, vedi la pacata e impeccabile ballata del collaudato re inchiostro Nick Cave o la solita (un po’ manierata…) virtuosa nenia di Anthony e ancora, i piccoli preziosismi dissonanti nel suono del sax ornamentale di John Zorn.  ”Bellissimo, fichissimo” dice Tibet in  ”I remember the Berlin Boys”… E così sia.

Voto: 7,8/10

Tracklist:

  • 1 · The Invisible Church
  • 2 · Those Flowers Grew
  • 3 · Kings And Things
  • 4 · With The Dromedaries
  • 5 · The Heart Full Of Eyes
  • 6 · Mourned Winter Then
  • 7 · And Onto PickNickMagick
  • 8 · Why Did The Fox Bark?
  • 9 · I Remember The Berlin Boys
  • 10 · Spring Sand Dreamt Larks
  • 11 · I Could Not Shift The Shadow

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