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Recensioni | Pubblicato il 23 ottobre 2013

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I Cani

Glamour

Genere: Pop, Electropop

Anno: 2013

Casa Discografica: 42 Records

Servizio di:

E’ molto probabile che questa recensione arriverà in discreto ritardo su tutte le altre, un po’ per mia pigrizia, un po’ perché resto dell’idea che non ha senso parlare di un disco senza prima averlo ascoltato un numero adeguato di volte. Nel frattempo tutti noi abbiamo ben potuto sedimentare l’ondata di opinioni discordanti (ma quasi mai del tutto cassanti) sopra l’ultimo lavoro di questo progetto/gruppo romano che tanto interesse/acidità aveva risvegliato con la sua opera prima. I giudizi su Glamour in questi giorni si sono sprecati, e le opinioni non sono state quasi mai estreme e negative come probabilmente chiunque si aspettava da mesi sulla base di meri pregiudizi. C’era chi voleva un cambio di rotta totale e chi invece desiderava un Sorprendente Sophomore dei Cani che ricalcasse in tutto e per tutto l’eredità diretta e sprezzante del primo. Ambo le fazioni sono state in parte accontentate in parte deluse: Glamour è un disco molto più personalista dell’esordio, un disco in cui l’autore racconta e si racconta con i suoi problemi, le sue difficoltà, le sue incertezze e le sue sfighe; un disco in cui, dunque, come già era stato per il primo, è molto facile per l’ascoltatore ritrovarsi, dirsi “come lo capisco”, anche se ovviamente in modo diverso. Se nell’opera prima quelli che venivano tinteggiati erano i modi e i gusti di una generazione a cui tutti bene o male apparteniamo, in Glamour i giovani pieni di velleità si devono scontrare col fatto che la vita reale è un’altra cosa, che non puoi andare avanti senza fare i conti con l’odiata normalità, la regola, il “così gira il mondo”. Musicalmente parlando anche i toni si smorzano, non ci troviamo più di fronte a quell’electropop danzereccio che li aveva caratterizzati agli inizi, la componente strumentale esige il suo forte tributo e questo rende il disco più serio, più “ricercato” ma anche meno fruibile; più che di evoluzione in questo caso si tratta semplicemente di cambiamento, un cambiamento però che paga meno dello stile di partenza. La qualità delle scelte melodiche, infatti, varia ma non si innalza, e molto spesso i giri di accordi risultano banali più che elaborati.

Ma entriamo nei meandri del disco: Introduzione è non solo un brano ma anche una dichiarazione di intenti, nonché un forte tributo riconciliatorio alla musica italiana contemporanea incarnata idealmente nei Baustelle (è assolutamente impossibile non sentire Bianconi nell’attacco del pezzo). Una dichiarazione di intenti, dicevo, in cui si afferma che “l’esistente è anch’esso pane per i nostri denti, non si può correre soltanto dietro ai sentimenti“; si preannuncia già quindi l’aderenza alla realtà, intesa come i reali problemi della quotidianità, a cui si appresta l’intero album. Segue Come Vera Nabokov, uno dei pezzi migliori (se non forse IL migliore) dell’intero disco; una canzone d’amore schietta e sincera con un testo decisamente valido e una musica che riesce a sostenerlo egregiamente. Corso Trieste, con la partecipazione dei Gazebo Penguins, è un altro ottimo brano in cui, in tre minuti, si attinge ad un ricettacolo molto ampio di quelle che io chiamo “ragioni da depre”, partendo con l’insensatezza e la noia della vita quotidiana, proseguendo poi con l’inadeguatezza e le problematiche adolescenziale per concludere con la nostalgia: tutti ottimi temi per una sana autotortura EMOzionale in un brano dalle intense tinte EMOtive. Non c’è niente di Twee è stato bollato da molti come fastidioso e mi dispiace andare controcorrente, ma l’ho trovato forse l’unico brano ancora realmente legato alla stile del Sorprendente Esordio, con il suo testo ammiccante e declamatorio e le sue ritmiche semplici ma incalzanti. Ho letto poi che a quanto pare il pezzo è stato scritto nel 2011 ai tempi del primo disco, e ciò spiega dunque in parte questa retroattività stilistica. Storia di un impiegato (era proprio necessario scomodare De Andrè?) racconta la parabola del giovane protagonista di velleità o di altri brani passati che si ritrova a dover fare i conti con la vita del mondo reale, una vita senza dischi, foto, concerti, “arte” in cui la gente deve fare un lavoro noioso e frustrante per arrivare a fine mese; perché la realtà è dura e non è quella del benestante mantenuto di Post-Punk.

Roma Sud e Theme from Koh Samui (entrambi con la partecipazione di Cris X) sono, come già Roma Nord nell’esordio, la breve parentesi ambient a metà disco che, per carità, è interessante e tutt’altro che spiacevole, ma non ho ancora capito (come già non avevo capito nel 2011) che funzione abbia in un disco pop, se non quella di spezzarne la continuità e segnare,in modo marcato, una divisione in primo tempo e secondo tempo. Si riparte con Storia di un Artista, brano costruito su una testimonianza sulla morte di Piero Manzoni che in realtà mi ha convinto ben poco quanto al testo, che sembra costruito solo per raccogliere assieme una serie di temi cari alla generazione attuale, quali Milano, i dischi, le mostre d’arte, i contatti, la radio, i film e tutto ciò che in tempi come questi costituisce quella che altro non è che una subcultura condivisa (Pasolini e Jay-Z per dirla come loro). Per quanto riguarda la melodia in questo caso mi sento sì autorizzato ad utilizzare la parola fastidiosa, con buona pace dei detrattori di Non c’è niente di Twee. San Lorenzo è un pezzo simpatico che, su una musichetta da giostre del sabato pomeriggio, non fa altro che dire all’ascoltatore di relativizzare i suoi problemi, tentando di riequilibrare gli eccessi di un disco a tratti troppo personalista. Si prosegue con FBYC (s f o r t u n a), un inno al disagio con tanto di citazione a coloro che hanno fatto delle problematiche quotidiane il loro cavallo di battaglia (Lietti e i suoi ndr) di cui è impossibile non condividere il loop finale: “Vorrei stare sempre così, avere cose pratiche in testa: i soldi per mangiare, i dischi, i videogiochi e basta”. Infine conclude il disco Lexotan, un altro onesto pezzo sul male di vivere con una apertura finale ad una visione positiva: “cercherò di ricordare che nonostante tutto c’è la nostra stupida, improbabile, felicità”.

Riassumendo: il vero punto di forza di Glamour sono i testi, che non solo hanno cambiato stile, ma sono nella maggior parte dei casi migliorati quanto a spessore, a dimostrazione che talvolta anche passare a toni più personali paga. Il punto debole rimangono però le melodie, che perdono di mordente rispetto agli esordi ma non guadagnano eccessivamente in completezza/qualità. Ne escono comunque discretamente vincitori I Cani, con questo sophomore in cui smettono di parlare delle velleità dei Pariolini per concentrarsi un po’ di più sull’arido vero che si nasconde nelle loro vite.

Voto: 7/10

Tracklist:

  • 1 · Introduzione
  • 2 · Come Vera Nabokov
  • 3 · Corso Trieste (feat. Gazebo Penguins)
  • 4 · Non c'è niente di twee
  • 5 · Storia di un impiegato
  • 6 · Roma sud (feat. Cris X)
  • 7 · Theme from Koh Samui (feat. Cris X)
  • 8 · Storia di un artista
  • 9 · San Lorenzo
  • 10 · FBYC (s f o r t u n a)
  • 11 · Lexotan

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