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Recensioni | Pubblicato il 8 maggio 2013

Piles of salt mined by local residents sit on the surface of the world's largest salt flats, the Salar de Uyuni

Saltland

I Thought It Was Us But It Was All Of Us

Genere: Chamber-Post-rock, Ambient, Sperimentale

Anno: 2013

Casa Discografica: Constellation Records

Servizio di:

La fortuna di essere un musicista “classico”, associato all’attitudine di una libertà di pensiero totale, è quella di potersi cimentare in qualsiasi campo musicale. La violoncellista canadese Rebecca Foon ha incentrato la sua carriera su questo aspetto: prima con gruppi quali Esmerine, Thee Silver Mt. Zion e Set Fire To Flames e quest’anno col suo album solista di debutto, con lo pseudonimo Saltland, intitolato  I Thought It Was Us But It Was All Of Us. 

Dietro al disco si cela la sempre ottima Constellation Records e una serie di validi musicisti che assecondano le intuizioni musicali della Foon. C’è Jamie Thompson (The Unicorns, Esmerine) e ancora Colin Stetson, Sarah Neufeld e Richard Reed Parry (Arcade Fire), Mishka Stein (Patrick Watson), Laurel Sprengelmeyer, Jess Robertson (Little Scream).

La musicista canadese sfrutta al meglio gli ospiti che si mettono al servizio della sua classe compositiva: prevalgono le strutture di un post-rock anomalo, nel quale il violoncello fa da filo e ago di tutte le anime del disco. Ma lo stile non resta ferma su uno schema: si alternano e si incrociano trame ambient (“But It Was All Of Us” e “ICA”), Ritmiche fuori dagli schemi e rumorismi (“Colour The Night Sky“), passaggi di un folk destrutturato e dovuti soprattutto ai momenti vocali dalla spiccata attitudine intima (“Treehouse Schemes“)  .

L’impatto con le composizioni è soprattutto di tipo visivo e ve ne accorgerete subito ascoltando il primo brano “Golden Alley “:  il brano si presenta subito con la doppia stratificazione. Da un lato il crescendo melodico e dall’altro i raschi rumoristici che  deframmentano la linearità dell’arrangiamento. Si apprezza anche il procedimento di costruzione del suono che si rivela graduale e puntuale come si può ammirare in “I Thought It Was Us“, nel quale la consistenza si fa spazio lentamente e prende il sopravvento nel finale, anche grazie al prezioso contributo del sax di Stetson.

In “Unholy“ Il suo canto è sommesso, mai invasivo e si relaziona perfettamente sia con la stretta tensione della prima parte del brano sia con l’insistenza ritmica della seconda. Ma la Foon non si dimentica di dar spazio al suo lato più melodico e meditativo e lo dimostra in modo esemplare nella finale “Hearts Mend“.

Un insieme di elementi che convivono in perfetta armonia: un esempio notevole di come si possa fare della chamber music un genere rinnovabile, non statico e declinabile in varie forme e stili. Saltland ha saputo cogliere in pieno questo tipo di approccio e ne ha fatto la sua arte con un album nel quale ha mostrato la sua tecnica e grazia nel comporre. Fra i debutti più importanti di quest’anno.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Golden Alley
  • 2 · I Thought It Was Us
  • 3 · Treehouse Schemes
  • 4 · Unholy
  • 5 · But It Was All Of Us
  • 6 · Colour The Night Sky
  • 7 · ICA
  • 8 · Hearts Mend

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