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Recensioni | Pubblicato il 2 aprile 2013

Daughter If You Leave

Daughter

If You Leave

Genere: Dark-Folk, Pop, Songwriting

Anno: 2013

Casa Discografica: 4AD

Servizio di:

L’esaltazione di un disco può essere la conseguenza della trappola di una moda, di un pensiero largamente condiviso. Ma spesso il tutto è legato alla semplice bellezza dell’album in questione. Ed è questo il caso del pluri-celebrato disco di debutto dei Daughter.

Il terzetto britannico, proveniente da Londra, è formato da  Igor Haefeli (chitarra), Remi Aguilella (batteria) e Elena Tonra (voce e fondatrice del progetto). La 4AD è arrivata prima di tutti, come spesso accade, e ha prodotto il loro disco d’esordio If You Leave.  Il nodo centrale del disco è far emergere quei demoni interiori che ci tormentano da una vita, di esprimere una decadenza che trovi nel racconto un modo per esorcizzarli più che drammatizzare gli stessi.

Questo è il primo aspetto che rende questo disco grandioso ovvero l’aver evitato il lato stucchevole di questo tipo di narrazioni con dei testi diretti che fanno emergere una capacità di scrittura notevole. Il secondo aspetto sta nella voce di Elena, sofferente e suggestiva allo stesso tempo, che è il manifesto dell’espressività della loro musica. Terzo aspetto è quello della composizione: l’essenzialità della batteria e i contrasti fra le chitarre per una miscela di folk e pop che sa ben rinvigorire e dare peso alle parole.

La sovrapposizione fra le chitarre è una delle cose più interessanti di questo disco: nell’iniziale “Winter” (soprattutto nella prima parte) si può sentire come la voce venga accompagnata dall’incedere della chitarra “classica” con l’altra più tesa e capace di creare quasi trame ambientali ( E in “Still” saranno ancora più evidenti). La seconda parte del pezzo invece si esprime su ritmi meno rarefatti ma che ritrovano sempre momenti di efficaci scali di intensità.  ”Smother” è uno di quei pezzi che ti devasta con l’ascolto, nel quale si può apprezzare la complessità del loro lavoro che trova espressione soprattutto forza in una ricercata essenzialità, nel potere trascinante della voce e dei back vocal e nel senso delle parole “I’m sorry if I smothered you/I’m sorry if I smothered you/I sometimes wish I’d stayed inside/My mother/Never to come out“.

L’anima pop del gruppo viene fuori sopratutto in pezzi come “Youth” e “Human”, entrambe basate sull’acquisizione di consistenza ma con ritmiche diverse, più serrati nella seconda.  Nella grazia complessiva che caratterizza l’album, possiamo ritrovare anche momenti che rendono ruvido il suono e nel quale lo stesso risulta più corposo come succede in “Tomorrow” e nella coda di “Amsterdam” e ”Lifeforms”, brano con un altro testo di una certa caratura “Well you can try to sink down deeply/To find the children lost at sea/Find the children who discretly/Have killed the infant sea/To stop them holding you with screaming/The illusion what is dreaming/Still reminding you/How he left without reasons”. La vetta dell’album è rappresentata da “Touch”, il brano più cupo dell’album con una composizione che punta molto sulla destabilizzazione della linearità.

Difficile negare il fatto che siamo davanti ad un esordio esaltante, di sicuro non rivoluzionario ma che riesce bene ad interpretare un certo tipo di inquietudine troppo spesso banalizzata o addirittura ridicolizzata. In questo caso invece avviene proprio il contrario: il talento, la classe e il lavoro meticoloso della band da spessore a quella voglia di esprimersi nel trattare certi argomenti. Quanto basta per imporsi nell’enorme pentolone della musica contemporanea.

Voto: 7,8/10

Tracklist:

  • 1 · Winter
  • 2 · Smother
  • 3 · Youth
  • 4 · Still
  • 5 · Lifeforms
  • 6 · Tomorrow
  • 7 · Human
  • 8 · Touch
  • 9 · Amsterdam
  • 10 · Shallows

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