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Cinema e dintorni | Pubblicato il 4 novembre 2014

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Prendere la decisione di fare un film biografico su un autore come Giacomo Leopardi porta con sé una lunga serie di conseguenze ma, prima ancora delle conseguenze, una serie di difficili aspettative. Ma il regista Mario Martone deve essere uno abituato a simili tensioni e attese; per quanto meno di impatto (purtroppo) rispetto al grande poeta Leopardi, Martone nel 2010 aveva narrato con la cinepresa le gesta del Risorgimento italiano, ripercorrendone alcuni episodi. Però, nonostante questo, Leopardi è sempre Leopardi. Si tratta del poeta che, forse dopo Dante ma non ne sono sicuro, è il più conosciuto dagli italiani; come spesso accade per questi personaggi conosciutissimi da tutti però, nella realtà dei fatti non sono poi conosciuti veramente quasi da nessuno. Questa era la mia aspettativa più grande verso questo film: speravo che, oltre al compito strettamente pedagogico del film circa la vita e le opere dell’autore, ci fosse anche spazio per portare avanti una lotta di “riconoscimento” del personaggio, dando uno scacco definitivo a teorie errata ma, nello stesso tempo, dure a morire.

Uscito dal cinema non ho capito subito se le mie aspettative erano state rispettate, ho dovuto spendere un po’ di tempo prima di realizzarlo e, forse ancora adesso, non ne sono tanto sicuro, forse perché non mi è possibile dire un secco si/no, e adesso vi spiego, date le premesse, il perché.

Il film si apre con un giovane Leopardi che cerca di muovere “il guardo” oltre un muretto di arbusti alzando e abbassando la testa, confrontando la vista aperta dell’orizzonte con quella bloccata dagli arbusti. Inizio un po’ scontato certo, ma che mette in chiaro alcune cose di fondamentale importanza. Innanzitutto il fatto, confermato dalle scene successive dedicate allo studio “matto e disperatissimo” di Leopardi, che il film seguirà un percorso narrativo lineare, tutto imperniato su una grande cura per gli ambienti e le scene, rinunciando a flashback e salti temporali a favore di una cronologia piana che salta solo i 10 anni che trascorrono tra il suo primo tentativo di fuga e l’arrivo a Firenze. In secondo luogo la presenza, che sarà più o meno velata, dell’opera di Leopardi all’interno dell’opera di Martone. Il gioco non era affatto facile, non esiste forse un modo per rendere le opere del poeta all’interno della trama narrativa del film, ma si può dire che Martone nei suoi tentativi colpisce quasi sempre nel segno. Esclusa la scena che ritrae il dialogo tra un islandese e la natura (in cui quest’ultima é rappresentata da un immenso colosso di sabbia e sassi creando un episodio che forse stona rispetto alla cornice del film), per il resto questo legame si salda in maniera perfetta: la cosa più difficile era non far sentire troppo lo stacco tra i due testi, cercare di creare un paesaggio piano in cui arrivare all’amalgama ottimale, magari forzando un po’ la poesia nelle bocche dei personaggi, ma mantenendo sempre un livello alto di credibilità: mirabile in questo senso la scena che rappresenta il dialogo “tra un venditore d’almanacchi e un passeggere”: in una Napoli devastata dal colera, Leopardi incontra sotto un portico un pover’uomo con il quale scambia battute ironiche circa la felicità degli anni della vita pur, seguendo il Leopardi dello Zibaldone, avendo sperimentato più il male che il bene e quindi non essendoci motivi validi per considerare felice la vita.

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Soprattutto nel soggiorno a Firenze si mostra la superiorità dell’intelletto di Leopardi e la conseguente estraneità verso il mondo “intellettuale” dell’epoca, l’utilizzo dell’ironia per evitare discussioni sterili (la finta ammissione del cambio di poetica, con il finto accorgimento che la vita non è triste e difficile ma felicissima). In tutti questi piccoli indizi è disseminata la sapienza di un autore che va oltre la poesia, che sfocia continuamente nella riflessione filosofica, rendendo impossibile la sciocca catalogazione a cui si cerca di ridurlo spesso nelle antologie scolastiche; la bravura dì Martone risiede qui, nella capacità di presentarci direttamente il nucleo della sua illuminazione attraversando le lettere, lo Zibaldone, Le Operette Morali e i Canti. C’è stato però anche un punto critico nel film, critico per me forse perché era una delle questioni che mi aspettavo maggiormente di vedere come Martone avrebbe gestito. Parlo dei difetti fisici di Leopardi, della gobba dovuta al troppo studio, dei dolori agli occhi per lo stesso motivo, dei difetti di postura che lo condanneranno a letto e parlo, soprattutto, della speculazione su questi difetti. È opinione riconosciuta quella che tenta di “giustificare” (sì, si usa anche questo terribile termine) e di ridurre il pensiero di Leopardi al suo aspetto fisico. Soluzione ovviamente fuorviante e incompleta, emblema di una comprensione di Leopardi che non arriverà mai e che sarà invece alimento per una interpretazione cattiva e sbagliata. Il film doveva essere un forte punto di rottura verso questa errata teoria e lo è solo in parte. Elio Germano è meraviglioso nel ruolo, riesce a dare il meglio di sé in una prova tutt’altro che semplice, riuscendo a dare credibilità al personaggio, cercando di essere sempre attendibile e mai troppo costruito e irreale. Questo forse anche per il rispetto e il timore verso un personaggio così alto è irraggiungibile. Però, come dicevo, un punto che non quadra molto c’è. Ad un certo punto del film, quando si trova in un bar a Napoli, Leopardi si arrabbia molto con un suo lettore borghese che giustifica la sua visione del mondo con le sofferenze del suo corpo: “non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto” urla qui Leopardi al borghese lettore e anche agli spettatori in sala, curvo sul tavolo e appoggiato al suo bastone. Questo era, nei miei pensieri ma credo non solo nei miei, uno dei punti su cui più insistere e allora l’insistenza sulla difficoltà fisica e sui dolori diviene controproducente. È chiaro che si tratta della realtà dei fatti, ma forse era necessario uno sforzo in più per far conoscere a chi ha una conoscenza superficiale di Leopardi e per rispettare lo spirito pedagogico del film (comunque ottimamente soddisfatto), lo iato tra difficoltà fisica e pensiero;anche Citati scrive che Leopardi “possedeva un’immensa vitalità”.

Non era facile raccontare Leopardi ma a me sembra che Martone ci sia riuscito, lasciando da parte il compito dell’autore e concentrandosi più sulla (ri)costruzione (comunque ambiziosa) della storia biografica e intellettuale. E la scena finale con la voce di Leopardi che legge “La ginestra” durante l’eruzione del vulcano premia lo spettatore con un viaggio che parte dal Vesuvio e dalle campagne partenopee per raggiungere la profondità del cosmo.

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