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Cinema | Pubblicato il 21 giugno 2015

Locandina 1

Hayao Miyazaki, Toshio Suzuki e Isao Takahata, fondatori dello Studio Ghibli

 

Non c’è sogno più grande per qualsiasi appassionato, specialmente in campo artistico, di poter avere la possibilità di assistere da vicino al processo creativo con cui si origina la materia della propria passione, seguendo passo per passo la sua gestazione dalla ideazione concettuale alla realizzazione pratica; il tutto magari da posizione privilegiata, stando gomito a gomito coi suoi artefici in persona, cercando di coglierne e penetrarne i segreti.
Per gli amanti dell’animazione giapponese (e non solo), tutto ciò è finalmente reso possibile dal film documentario diretto dalla giovane regista nipponica Mami Sunada, prodotto nel 2013 ed arrivato nelle (sempre troppo poche) sale italiane il 25 e 26 Maggio grazie alla ormai tradizionale distribuzione di Lucky Red.

Nel 2005 il documentario Hayao Miyazaki & The Ghibli Museum (inedito in Italia) aveva fatto conoscere ed esplorare lo spettacolare museo dello Studio a Mitaka, ma mai fino ad ora era stato possibile entrare in contatto diretto coi creatori proprio nell’atto delle loro creazioni. Per la prima volta dunque è stato concesso di entrare e filmare pressochè liberamente all’interno del celebre, ma fino ad oggi praticamente inaccessibile Studio Ghibli di Tokyo, vale a dire il “tempio” dell’animazione cinematografica giapponese, fucina di innumerevoli opere che si sono col tempo non solo impresse nell’immaginario collettivo delle ultime generazioni e nella storia dell’animazione, ma anche e a pieno diritto in quella del cinema tout court.
Le riprese, effettuate tra l’autunno del 2012 e l’estate del 2013, hanno interessato il periodo conclusivo di realizzazione dei due ultimi capolavori dello Studio, Si alza il vento di Hayao Miyazaki e La storia della principessa splendente di Isao Takahata.

Ghibli

Lo Studio Ghibli di Tokyo

Proprio in una sorta di tempio, o di oasi felice isolata dal mondo esterno, sembrano introdurci i primi suggestivi fotogrammi: superate però ben presto la solennità iniziale e la reverenza del caso, la macchina da presa comincia ad esplorare con la stessa febbrile e incantata curiosità di un bambino in un parco dei divertimenti, aggirandosi per i tavoli da lavoro intenta a cogliere qualunque dettaglio. Il suo sguardo si posa non solo sui disegni e quant’altro occupi le scrivanie degli artisti, ma anche in primo piano su loro stessi, mentre il suo “orecchio” è teso non soltanto ad ascoltare considerazioni tecniche o in risposta alle domande mirate occasionalmente poste dalla regista, ma pure conversazioni di vita quotidiana. In questo modo oltre a poter apprezzare la prodigiosa creatività e la perizia tecnica impiegate nella realizzazione di queste opere, possiamo respirare l’atmosfera del luogo e farci un’idea dei rapporti umani, oltre che lavorativi, che si instaurano in quella che è definibile come una immensa famiglia, composta da circa 400 persone. Ascoltiamo dunque molti artisti dello studio parlare di ciò che per loro rappresenta quel mestiere, ma anche del rapporto col maestro Miyazaki, figura che rispettano e stimano enormemente per la sua arte, ma anche per il suo rigore lavorativo e la sua integrità umana.

E’ interessante anche cogliere, sullo sfondo, aspetti della società giapponese contemporanea, tanto inflessibile e instancabile nel lavoro nonché inarrestabile nel progresso tecnologico, quanto ancora attaccata alle proprie tradizioni e convenzioni sociali.

Il ruolo del protagonista assoluto spetta ovviamente all’iconica figura di Hayao Miyazaki, che seguiamo a distanza ravvicinata dal mattino, quando alle 11 si appresta ad affrontare un’altra giornata di duro e febbrile lavoro sulla sua piccola, caotica ed appartata scrivania, a tarda sera, quando alle 21, rigorosamente a piedi, si ritira nel suo spoglio alloggio vicino allo Studio: nel frattempo, e ciò è probabilmente l’aspetto più interessante perché inedito, lo sentiamo parlare di tutto, dalla routine quotidiana coi suoi collaboratori alla sua vita privata, dai vizi e virtù della società e della politica moderna (molti i riferimenti al recente incidente alla centrale nucleare di Fukushima) alla situazione e alle prospettive (secondo lui non certo rosee) del cinema di animazione e della sua “creatura” in particolare.
La regista lascia dunque che sia in un certo qual modo egli stesso ad autoritrarsi e a mettersi a nudo di fronte allo spettatore. Ne scaturisce l’immagine di una persona fatalista, abitudinaria, rigorosa nel suo lavoro, apparentemente persino scontrosa e cinica, ma a ben vedere senz’altro sensibile, intelligente, dolce e ovviamente dotata di un genio artistico impareggiabile.

Miyazaki 1

Miyazaki al lavoro sulla sua scrivania

Non può mancare però l’altra figura fondamentale, Toshio Suzuki, che, se Miyazaki ne è la mente, possiamo considerare un po’ come “il braccio” del Ghibli, essendone il produttore e manager sin dalle sue origini. A lui tocca, per così dire, il lavoro sporco: lo seguiamo nelle sue continue e problematiche riunioni, sempre alle prese con scadenze imminenti e questioni amministrative e commerciali come la distribuzione televisiva e cinematografica delle opere e la pianificazione di un futuro sempre più difficile.

L’altro massimo autore dello studio nonché cofondatore dello stesso insieme a Miyazaki, vale a dire Isao Takahata, data la sua indole estremamente schiva, indipendente e riservata (non a caso lavora col suo staff in una sede distaccata dello Studio, dalla parte opposta di Tokyo), si mostra solamente in pochi frangenti, e mai propriamente al lavoro. Ciò che comunque riusciamo a cogliere è il suo rapporto di odio e amore con lo storico collega Miyazaki: quest’ultimo non perde occasione per punzecchiarlo sarcasticamente (in particolare per la sua insofferenza nei confronti dell’imposizione di qualunque scadenza, come dimostra la lunghissima gestazione di ben 8 anni che è stata necessaria al suo ultimo lavoro), ma neanche per esternare la stima che nutre nei suoi confronti sul piano artistico e il rapporto di amicizia, inevitabilmente profondo, che li lega sin dai loro esordi nel mondo dell’animazione.
In tal senso, è interessante e appassionante l’excursus che ci viene proposto sulla lunga e travagliata storia delle origini e dello sviluppo dello studio Ghibli (che partono ben prima del 1985, anno della sua fondazione ufficiale), in cui si incontrano ed intrecciano straordinari talenti artistici ma anche grandi amicizie.

Trio

Takahata, Suzuki e Miyazaki sul tetto del Ghibli

Una fugace comparsata la fa anche Goro Miyazaki, figlio di Hayao ed anch’esso regista di animazione, che sentiamo esprimere perplessità sulla qualità delle proprie opere nonché persino dubbi sul prosieguo della sua attività di regista (iniziata con I racconti di Terramare nel 2006). Quantomeno curioso, se pensiamo a quanto bello e riuscito fosse il suo secondo e ultimo lavoro, La collina dei papaveri (2011). Certo, il peso di cotanto padre non deve essere facile da sostenere.

Ciò che emerge da questo documentario è dunque un ritratto ammirato ma non agiografico del maestro Miyazaki nonchè della filosofia di lavoro dello Studio Ghibli; proprio la profondità di sguardo lo rende un lavoro estremamente interessante, inedito nel catturare e tratteggiare con sensibilità e acume le personalità di artisti sì di chiara fama ma, almeno fino ad oggi, poco conosciuti nel loro privato e quotidiano.

Il tutto è tra l’altro presentato con stile visivo ben definito, più cinematografico che documentaristico, specialmente nelle belle scene in esterni e in quelle di raccordo che donano ampio respiro alla narrazione, oltre a scandire il passare del tempo.
Muoversi in questi luoghi magici, vedere da vicino questi lavori nascere e prendere vita schizzo dopo schizzo, animazione dopo animazione, dettaglio dopo dettaglio, attraversando immancabilmente riferimenti e citazioni di opere indimenticabili (da Porco rosso a Kiki – Consegne a domicilio, da Il mio vicino Totoro a La città incantata) è dunque certamente una festa per gli occhi e per il cuore, ma anche molto stimolante sotto altri punti di vista che non siano necessariamente quello artistico o cinematografico.

Storyboard

Le vignette dello storyboard (“ekonte” in giapponese) che funge da sceneggiatura nelle opere di Miyazaki

La struttura dell’opera confezionata dalla Sunada è decisamente ben congegnata: l’arco narrativo è ordinato ma non schematico, il ritmo è sempre controllato, con tempi e toni, come detto, più cinematografici che documentaristici.
I momenti più suggestivi si raggiungono nel finale, con lo splendido montaggio che alterna un fantasioso racconto di Miyazaki (improvvisato osservando i tetti delle case di Tokyo) ad analoghi spezzoni dai suoi film animati, e col racconto delle ultimissime fasi (doppiaggio, colonna sonora) di lavorazione di Si alza il vento: impossibile rimanere indifferenti di fronte alle ultime strazianti e poetiche sequenze del film accompagnate dalla (manco a dirlo) magnifica musica di Joe Hisaishi (poteva forse essere dedicato più spazio alla sua arte, ma d’altronde non si può aver tutto).

Finale che non a caso è perfettamente in sintonia con le sensazioni che trasmettono tutti i capolavori dello Studio, così magici e fantasiosi eppure sempre così realistici e autentici nel messaggio e nelle emozioni: meraviglia, poesia, tenerezza, ma anche una certa malinconia, tristezza; tristezza che viene dalla consapevolezza (dello stesso Miyazaki prima di tutti) di essere probabilmente prossimi alla fine del lungo e glorioso ciclo artistico dello Studio Ghibli (che il recente 15 giugno ha festeggiato i 30 anni di vita), ma che non prevale mai del tutto sulla speranza (profusa nelle ultime inquadrature) che tutto ciò, seppur magari in modi e forme diverse, possa continuare ad essere coltivato e valorizzato.
Dopo tutto, come dice il protagonista Jiro Horikoshi nella citazione che dà il titolo al film:

« Si alza il vento!  …
bisogna tentare di vivere »

(Paul Valéry, Le cimetière marin)

 

 

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