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Cinema | Pubblicato il 8 dicembre 2014

Winter Sleep - Poster

Bisogna ammettere che ultimamente il Festival di Cannes colpisce nel segno: limitandosi alle ultime annate, si ricordano infatti il (doveroso) trionfo di “The Tree of Life” di Malick nel 2011 e quello del durissimo “Amour” di Haneke l’anno seguente, mentre nel 2013 la giuria presieduta da Steven Spielberg ha premiato lo “scandaloso” quanto straordinario “La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche; quest’anno (in cui pure la concorrenza era quantomai agguerrita) la neozelandese Jane Campion non ha voluto essere da meno, assegnando l’ambita Palma d’oro a Ceylan per il suo “Winter Sleep”, titolo poi tradotto in Italia (non letteralmente, ma quantomeno con minor spregiudicatezza del solito) con “Il Regno d’inverno”.

Opere molto diverse tra loro ma accomunate da una profonda impronta autoriale e una straordinaria forza espressiva, oltre che dalla notevole durata e dai ritmi sincopati e sospesi: proprio quelli che usa definire, con malcelata accezione negativa, classici “film da festival”, spesso oggetto di diffidenza pregiudiziale da parte di pubblico più o meno qualificato; quella che conta però, aldilà di ogni sterile categorizzazione o snobismo, è la qualità, e nei suddetti casi è indubbiamente altissima.

Nuri Bilge Ceylan, poliedrico autore turco, è peraltro ormai un habituè della Croisette: i suoi ultimi cinque film sono tutti stati presentati al Festival, facendo regolarmente incetta di riconoscimenti: il Premio della Giuria (“Uzak” nel 2003 e “C’era una volta in Anatolia” nel 2011), il Premio della Critica (“Il piacere e l’amore”, 2006), il Premio per la miglior regia (“Le tre scimmie”, 2008) e la suddetta Palma d’oro per “Winter Sleep”, oltre a premi per le interpretazioni attoriali.

Il suo è un cinema asciutto, sottile, scarnificato, persino spietato nei confronti dei suoi personaggi e del pubblico: non scende mai a compromessi, non induce mai lo spettatore a provare emozioni facili o ben definite, bensì lo trascina, lentamente ma inesorabilmente, in un mondo sospeso, un limbo etereo che appare insieme infinito e senza via d’uscita, come un labirinto in cui ogni strada è possibile ma nessuna quella giusta; un mondo inospitale in cui la realtà e l’interiorità si confondono, fondendosi in modo non armonioso, ma violento. In poche parole, ci mette davanti a uno specchio obbligandoci a guardare senza filtri dentro e fuori di noi, il rapporto con noi stessi come il nostro posto nel mondo che abitiamo.
Nulla e nessuno è veramente come sembra: la natura è insieme spettatrice, teatro e proiezione del disagio interiore, i rapporti umani, aldilà delle apparenze e delle convenzioni sociali, sono focolai di tensioni e rancori più o meno latenti, pronti a divampare come tra gladiatori in un’arena in cui l’unica regola esistente è “homo homini lupus”.

Un cinema insomma ostico ma necessario, che troviamo condensato nei 196 intensissimi minuti di “Winter Sleep”.

WinterSleep - Foto 1

Il signor Aydin, facoltoso ex attore teatrale divenuto scrittore, gestisce un caratteristico albergo abbarbicato alle suggestive quanto sperdute montagne dell’Anatolia: qui vive, rigorosamente in edifici separati, insieme alla giovane e bella moglie Nihal e alla sorella Necla.
Dapprima la rigida, monotona ma ordinata routine quotidiana viene turbata dai difficili rapporti con una famiglia loro affittuaria del villaggio circostante, ma è quando arriva l’inverno, con la neve che soffoca e isola ulteriormente l’ambiente e i suoi occupanti, che riemergono vecchi e nuovi rancori, questioni irrisolte, ambizioni celate e insoddisfazioni personali, a rendere le relazioni familiari (e non solo) sempre più conflittuali e insostenibili.

Non si può comunque analizzare il film prescindendo dall’immediato e doveroso elogio del cast, che è il cuore pulsante che fa vivere e alimenta il film: i tre attori protagonisti sono in assoluto stato di grazia, ma anche i comprimari (che come sempre accade nei film di Ceylan sono in buona parte attori non professionisti se non addirittura semplici conoscenti del regista) disegnano con estremo realismo personaggi peculiari, interessanti e perfettamente credibili; ogni figura ha una funzione ben definita all’interno della narrazione e del contesto espressivo del film ed è perciò studiata nel dettaglio, e le scelte di casting lo dimostrano.
Haluk Bilginer (Aydin), attore turco con trascorsi teatrali e televisivi in Inghilterra oltre a piccoli ruoli in film hollywoodiani, sfoggia una performance colossale nell’incarnare un personaggio estremamente complesso, ambiguo, affascinante: ci appare dapprima freddo, razionale ma tutto sommato gradevole e poi, con lo scorrere del film, sempre più tormentato, irascibile, fino ad apparire persino cinico ed egoista; è una figura che, un po’ come tutte quelle del film, all’inizio crediamo convenzionale e facilmente inquadrabile, ma poi si rivela multiforme, sfuggente, rendendo così impossibile ogni tipo di immedesimazione, ma accentuando la complessità e il fascino del personaggio. Bilginer assorbe letteralmente tutto ciò e lo restituisce allo spettatore anche tramite il corpo e la gestualità.

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Altra piacevolissima scoperta è la Nihal di Melisa Sozen, che è straordinariamente intensa nel rappresentare una donna molto determinata, indipendente ed ambiziosa, che però dietro la facciata di persona scaltra e calcolatrice nasconde una grande passionalità e soprattutto una profonda e insanabile insoddisfazione per quella che è una condizione di vita che lei avverte come una prigione, per quanto dorata.
Non fa eccezione Demet Akbag (Necla), nei panni di una donna confusa, anch’ella disillusa dopo delusioni passate e insoddisfatta della propria vita, ma passiva, priva della risolutezza e del carattere di Nihal, e che perciò ormai si lascia vivere abbandonandosi ad una sorta di perenne purgatorio esistenziale, in cui per non rischiare di cadere ancora più in basso si rinuncia a tentare una risalita.

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Da segnalare anche Ayberk Pekcan (Hidayet), factotum e braccio destro di Aydin, e Serhat Kilic (Hamdi) nei panni dell’accomodante, ma ipocrita e viscido imam che tenta con ogni mezzo di convincere Aydin a chiudere un occhio sulla morosità del fratello Ismail (un rude e terrificante Nejat Isler).

La differenza che balza subito agli occhi rispetto al suo precedente acclamato lavoro, l’ottimo “C’era una volta in Anatolia”, è l’ambientazione, la scenografia scelta per questo film: se infatti il succitato si svolgeva quasi interamente in desolate ed infinite steppe (che di notte parevano ardere di un fuoco infernale grazie alla splendida fotografia di Gokhan Tiryaki, al lavoro anche per questo film) che davano un certo senso di smarrimento, quest’ultimo è in gran parte racchiuso, o per meglio dire rinchiuso in interni anche piuttosto angusti, con il rigido e innevato paesaggio roccioso circostante a fare da opprimente e claustrofobica cornice, oltre che da isolante barriera verso il mondo esterno.

Se inoltre il primo era un film dai tempi dilatati, con dialoghi essenziali e grande importanza dei silenzi, il secondo, a dispetto della durata, è più ritmato e molto più denso di dialoghi, basandosi più sul confronto dialettico tra le personalità e gli stati d’animo dei personaggi che sul piano evocativo e sotterraneo del contesto filmico. Quello che cambia è dunque il mezzo, ma non il fine: rappresentare l’insussistenza di una verità assoluta, di un ruolo certo nel mondo, né tantomeno felice, per l’uomo o meglio l’infondatezza della ricerca che quest’ultimo, nel suo essere, nel profondo, inguaribilmente egoista e tracotante, si ostina a fare cercando appigli effimeri in se stesso o nelle persone, con cui inevitabilmente è destinato a scontrarsi; persino la cultura, la conoscenza di cui si vanta e circonda Aydin, le donazioni di beneficenza a cui si dedica ostinatamente Nihal come disperato tentativo di sentirsi importante tramite gli altri, la religione professata e rappresentata dall’imam Hamdi, paiono dei palliativi, utili in superficie, magari per costruirsi un’immagine di fronte alla società o a se stessi, ma in fin dei conti illusori e comunque non risolutivi per il miglioramento della propria condizione più autentica di essere umano.
L’uomo dunque mente sapendo in cuor suo di farlo, semplicemente perchè non sa fare altro quando messo alle corde dalla propria vita: d’altronde, come dice lo stesso Aydin citando Omar Sharif, “fare l’attore è essere onesto”, come se l’unico modo per esserlo veramente fosse mentire per professione, dichiaratamente, piuttosto che farlo comunque, e subdolamente, nella vita di tutti i giorni.

aydin e sorella

Quello che impressiona è che Ceylan riesce ad affrontare temi così variegati e impegnativi con dialoghi quasi bergmaniani, sì lunghi e articolati ma sempre tesi, serrati, appassionanti e pregni di significato (sarebbero da riascoltare o rileggere, per apprezzare tutte le pieghe della sceneggiatura), e soprattutto senza bisogno di scene madri, di patetismo, di eccessiva platealità, nè nella messa in scena nè nella recitazione, essenziale e dosata, degli interpreti.
Questi confronti verbali, senza tagli di montaggio, occupano intere sezioni del film, come atti diversi di un’unica pièce teatrale, condividendo non a caso una certa staticità della scena che fa da contraltare al fermento interiore dei protagonisti; d’altronde l’ispirazione e l’ammirazione del regista per Cechov è ben evidente, in questo suo film più che mai, anche se non mancano pure riferimenti a Shakespeare (dal nome dell’albergo, “Othello”, a immagini e libri che popolano lo studio di Aydin).

Ceylan punta sempre al sodo nei suoi film, anteponendo sostanza e significati alla mera confezione estetica, ma non per questo rinuncia a curare ogni dettaglio tecnico atto a renderli ancora più espressivi ed evocativi, oltre che gradevoli sul piano visivo.
La regia è di stampo classico, lucidissima: con primi piani insistiti scruta ed indaga i personaggi pronta a cogliere qualsiasi sussulto interiore o esternazione, ma sa anche farsi più fredda e distaccata con inquadrature più ampie e statiche, a sottolineare la teatralità di gran parte delle scene, dei dialoghi in particolare; si fa poi anche evocativa, ma senza concedersi particolari virtuosismi, nella ripresa degli esterni.
La fotografia è sviluppata sostanzialmente per contrasto: si passa dal freddo, livido ambiente esterno agli accoglienti interni “riscaldati” dalla luce del fuoco dei camini e dalla soffusa illuminazione artificiale, che sembrano trasformare queste pittoresche abitazioni scavate nella roccia in suggestive e misteriose caverne ancestrali.

Interno

Ciò che deriva da queste scelte stilistiche ed espressive è una sensazione, nello spettatore, di straniamento, anche temporale: tutto è sospeso tra il peso del passato (quello della vita dei protagonisti come quello della cultura e della tradizione accumulate dal paese turco e dall’umanità in generale) e l’insostenibilità del presente, che rende difficile anche solo intravedere un possibile futuro. Questo, aldilà della localizzazione geografica e del soggetto piuttosto semplice, dona al racconto un’aura di storia quasi senza tempo, rivelando la straordinaria capacità del regista di esprimere l’universale tramite il particolare, di dispiegare interi mondi interiori a partire da pochi personaggi in scenari limitati: in due parole, grande cinema.

Quasi del tutto assente la musica, che lascia ampio spazio ai silenzi e ai dialoghi intervenendo soltanto in situazioni di raccordo ma inserendosi perfettamente nell’atmosfera, in quello che potremmo definire anglofonicamente parlando il “mood” del film, con un unico malinconico, intenso, struggente tema: il secondo movimento della Sonata per pianoforte n.20 di Franz Schubert.

E’ un film dunque duro, impietoso ma anche molto umano, concettualmente ambizioso e che funziona su diversi piani: affascinante per l’ambientazione, appassionante e interessante per temi, personaggi e dialoghi (ci sarebbe abbastanza materiale da metter su un trattato di antropologia); non manca persino una certa dose d’ironia, rigorosamente caustica e tagliente, che colpisce proprio perchè inaspettata dato il contesto.
La pellicola è sì pervasa di violenza ma quasi esclusivamente dialettica, psicologica: è nell’aria, la si avverte continuamente senza che debba essere mostrata (così accadeva anche in “C’era una volta in Anatolia”, basti pensare alla magistrale scena finale dell’autopsia); ed è anzi proprio la compostezza formale e la staticità di molte scene ad enfatizzarla per contrasto.

Un film indimenticabile, suggellato da un finale raggelante che suona come una condanna senza appello per l’essere umano, incapace per suoi stessi limiti di mettere da parte fino in fondo il proprio orgoglio, di accettare la propria infelicità cercando di valorizzare ciò che si è e si ha, persino nel momento in cui comprende i suoi veri sentimenti e realizza che sarebbe l’unico modo per trovare un briciolo di serenità.
Persevera invece nel chiudersi nel suo microcosmo fatto di autocommiserazione, e allora, vien da pensare alla fine, forse si merita davvero di essere lasciato come fa la macchina da presa nell’ultima inquadratura in allontanamento: solo, abbandonato al suo destino e sempre più piccolo e insignificante nel mondo che occupa.

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