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Reloaded - Speciali e Monografie | Pubblicato il 25 gennaio 2015

“I have nothing to say and I am saying it.” John Cage

Scrivere del silenzio. Scrivere del silenzio. Scrivere del silenzio.

rauschenberg

Già di per sé scrivere di musica è sempre un rompicapo, o perlomeno, è deviante. Scrivere del silenzio allora potrebbe apparire ancora più assurdo, in quanto più si scrive e più ci si allontana dal silenzio dato che lo si ridurrebbe ad una idea di silenzio e di certo, l’idea di silenzio, è qualcosa, qualcosa, qualcosa, mentre il silenzio è molto più di qualcosa, è niente. Altra trappola, il niente. Non è neanche niente, il silenzio. Il silenzio è partire da zero, è fare silenzio. In qualche modo, il silenzio, più che essere niente, è il gioco del silenzio, quello che si fa fare ai bambini, anche se poi vincono sempre loro, perché alla fin fine il silenzio non esiste.

Mai capitato di dire ‘in quel momento calò un silenzio assoluto e…’? E niente, come nei film succede che il telefono squilla, suonano al citofono, il gatto miagola, un tuono inaugura l’inizio di un temporale oppure tutto ciò contemporaneamente. Così il silenzio è diventato il contrario di ciò che è, cioè ciò che lo interrompe, il suono. Entrambi, certo, sono sempre in stretta relazione, ma mai entrano nella stessa scarpa allo stesso momento: prima uno, poi l’altro; prima uno, poi l’altro.

E ovviamente la musica, l’insieme dei suoni più belli e più piacevoli, non potrebbe esistere senza le debite pause e i necessari silenzi che la rendono ancora più pregiata ed apprezzata. Ma quindi il silenzio sta soltanto tra un suono e l’altro? Non si potrebbe andare a trovarlo da qualche parte, senza doversi portare dietro anche i suoni? Ma certo. Basta andare in luogo tranquillo, lontano dalla confusione del traffico cittadino, lontano dallo starnazzare degli schermi televisivi. Finalmente raggiunta l’aperta campagna vi si troverebbe tranquillità, prati verdi in cui distendersi e godersi il meritato e beneamato si…sibilare del vento, cinguettare di uccellini e altro, ma non di certo il silenzio. Dunque questo silenzio dov’è? È nella nostra testa, senza dubbio. Nel senso che è un concetto nostro, che ci siamo formati forse per comodità, forse per pigrizia; certo non nel senso che ci sia del silenzio là dentro, tutt’al contrario, c’è più rumore che altrove.

john cage, paris 1981

John Cage è stato uno dei più importanti compositori del secolo passato e 4’33’’(1952) è probabilmente la composizione per cui viene più spesso ricordato e che lui stesso riteneva essere la più importante tra l’enorme mole di lavoro prodotta in tutta la sua carriera. 4’33’’ è una composizione per uno o più strumenti musicali, divisa in tre movimenti in ognuno dei quali l’indicazione è ‘tacet’, fare silenzio, non suonare nulla.

Con questa composizione Cage arriva al culmine, all’estremo della sua ricerca. Una composizione musicale che potrebbe sembrare una presa in giro, ma che in realtà offre all’ascoltatore un modo nuovo di pensare alla musica. In questo modo la musica che si viene a creare diventa l’insieme dei rumori ambientali che ad ogni esecuzione saranno sempre diversi, nuovi ed affascinanti se li si ascolta senza schemi mentali preconcetti formati da tutta la tradizione musicale che abbiamo alle spalle. Cage ha sempre cercato un modo di affrancarsi da questa tradizione perché con essa si veniva a delineare un confine piuttosto netto tra ciò che è musica e ciò che non lo è; in pratica, un altro dei dualismi che tanto caratterizzano la cultura occidentale da secoli e secoli. Al contrario, John Cage è stato molto influenzato dal Buddhismo Zen del quale ha cercato di integrare i concetti in musica. Nello Zen quello che si cerca di fare attraverso la meditazione, in breve, è riportare il cuore e la mente in uno stato nel quale i giudizi e i dualismi vengono sospesi, perché entrambi sono relativi e fissi e perciò causano un ciclo di dolore e false interpretazioni di ciò che ci circonda che invece è in continuo e perpetuo cambiamento. Cage fa tutto ciò in musica lasciando che i suoni stessi siano liberi di agire ed essere senza che il gusto del compositore, sviluppato da ciò che già è stato scritto, prenda il sopravvento. Cage era curiosissimo verso i suoni nuovi e voleva semplicemente goderne la presenza, senza che alcun significato li dovesse regolare, non voleva – in definitiva – preservarsi da nulla, perché avrebbe significato porre un limite alla vita stessa; rigettare alcuni suoni in favore di altri, sarebbe stato come rigettare la morte in favore della vita, quando in realtà l’una è fonte dell’altra, e vice versa. Quello del compositore era prima di tutto il suo modo di intraprendere un cammino di evoluzione personale e di apertura mentale che il pensiero Zen ha reso ancora più incisivo, riempiendo e portando all’estremo 4’33’’. Si può pensare a questa composizione certamente come una sfida alla definizione di musica e il tentativo di riproporre l’esperienza che Cage aveva fatto quando entrò in una camera anecoica: aspettandosi di trovare il silenzio e senza essersi mai posto domande sulla sua natura, fu scioccato nell’accorgersi che anche lì silenzio non c’era, ma c’era il rumore prodotto dal suo sistema nervoso e quello dello scorrere del sangue. Allo stesso modo 4’33’’ potrebbe avere lo stesso effetto sull’ascoltatore che aspettandosi di sentire suonare qualcosa dai musicisti, invece sente il traffico che viene dalla strada, lo scricchiolio delle sedie e come ogni concerto che si rispetti, qualcuno che tossisce.

4’33’’ è un po’ come un koan zen, ovvero quei racconti in forma di dialogo tra il maestro e l’allievo utilizzati come mezzo di indagine di se stessi allo scopo di raggiungere l’illuminazione. Quando ci si approccia al koan si rimane sbigottiti e increduli, cercando di capire se per caso ci sia una seconda parte nella pagina successiva, ma niente, e il dubbio ci assale. A quel punto o si lascia perdere o si inizia per tentativi, a cercare un significato di ciò che si è letto, ma ciò non giova, al contrario più cerchiamo di applicare gli schemi mentali che già abbia e più la faccenda si ingarbuglia. Finché non ci si accorge, prima o poi, che il problema non è nel koan, ma risiede nella matassa che noi stessi abbiamo intessuto; solo se si depongono i vecchi strumenti del pensiero allora, come ci mostra il buon Cage, avremo l’occasione di apprezzare veramente ogni momento, ogni suono, ogni silenzio e suoi colpi di tosse.

Questa composizione è il manifesto zen (completamente bianco) della musica di Cage che ci invita a deporre le armi della critica e del gusto personale per amare, senza alcuna ragione e distinzione, i suoni che ci circondano. In altri suoi lavori Cage cerca di eliminare la sua funzione di compositore tramite l’utilizzo di combinazioni casuali tratte dell’I Ching (un antico testo cinese), con il fine di scrivere musica che sia libera dalla memoria della tradizione passata. In 4’33’’ , invece, Cage si silenzia completamente, si mette nella posizione di ascoltatore e lascia che i suoni agiscano spontaneamente.

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