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Recensioni | Pubblicato il 5 settembre 2014

In Conflict

Owen Pallett

In Conflict

Genere: Art-pop

Anno: 2014

Casa Discografica: Domino / Secret City

Servizio di:

A quattro anni da Heartland, e quasi un decennio ormai dagli esordi sotto la sigla Final Fantasy, Owen Pallett torna con quello che è probabilmente il suo lavoro più personale ed introspettivo.

Alle tematiche più intime del disco si accompagna una maggiore sobrietà musicale rispetto all’effervescenza del predecessore, che aveva portato ad accostamenti con il pop barocco di Patrick Wolf (la cui musica ha però una più forte componente teatrale). Qui gli arrangiamenti, seppure ancora rigogliosi, si fanno più minimali, con archi e sintetizzatori a fare da scheletro portante e le stravaganze orchestrali ridotte a rade ma efficaci presenze.

Resta intatta la maestria di Pallett in soluzioni strumentali che riescono sempre a valorizzare i contenuti e le atmosfere delle composizioni. D’altra parte si parla di un artista che negli ultimi anni ha arrangiato i lavori di band come Last Shadow Puppets, R.E.M. e National, oltre agli amici Arcade Fire, di cui è in pratica un membro aggiunto.

Già in apertura di album “I Am Not Afraid” detta le coordinate: un tappeto di violini stridenti, che pare uscito da una colonna sonora di Bernard Hermann, fa da contraltare alla progressione calda degli accordi e crea da subito un’atmosfera di sospensione e irrisolutezza, che lascia spazio bruscamente alla malinconia struggente del break di pianoforte e drum machine.

La canzone è un manifesto programmatico anche nel testo: il tema del conflitto, fin dal titolo argomento portante dell’album, si esplicita qui nella possibilità che viene negata ad una coppia omosessuale di avere figli biologicamente, ma anche, in modo più lieve, nella dipendenza di cui resta schiavo il fumatore anche a distanza di anni dall’ultima sigaretta.

Il conflitto di cui si parla è quindi la lotta interiore fra le necessità e i desideri dell’individuo e le limitazioni della realtà in cui si muove, che siano biologiche, psicologiche o altro ancora (la città alienante di “On the Path“, o l’avidità della società moderna in “Soldier’s Rock“). La salvezza, ci dice il canadese, è la disciplina (“My salvation is found in discipline, discipline”): un doloroso percorso interiore che ci porti all’accettazione di questi contrasti. Non c’è solo il dolore però, ciò che scaturisce dalle parole impresse sulla copertina è anche un forte senso di fierezza e dignità.

La musica, malinconica e dilaniata fra ricerca armonica e dissonanze che s’insinuano sottopelle, riflette queste sensazioni fedelmente. Pallett ha svelato nelle interviste di presentazione all’album come abbia deliberatamente cercato di inserire in ogni pezzo la nota più “sbagliata” (sentire per credere quella che chiude lo stupendo intermezzo strumentale di “Secret Seven“), per rafforzare questa sensazione di scontro fra ricerca di armonia e l’accettazione dell’asprezza della realtà (“There’s a gap between what a man want and what a man will receive”).

Le melodie richiamano a tratti il pop nostalgico e allo stesso tempo soave dei Lotus Eaters (nel ritornello arioso di “The Secret Seven” per esempio) così come la malinconia catartica dei Tears for Fears di The Hurting (“Song For Five & Sixth“), senza mai tuttavia suonare come un’operazione nostalgica.

L’atmosfera fuori dal tempo ed ariosa del disco è in parte legata alla peculiarità di avere un violino al centro del processo compositivo, invece che i piano e chitarra tipici del rock. Anche per questo viene spontaneo, in alcuni passaggi, pensare alla musica di Arthur Russell, come lui un violinista con un debole per melodie malinconiche.

Gli archi della title track sono magia pura, fluttuanti fra aperture luminose ed inquietanti stridii. “Song For Five & Sixth” è invece un turbinio di synth e violini, con una melodia evocativa che rimbalza agile sul tappeto di beat elettronici in 6/8.

Alcuni episodi non sono altrettanto riusciti, un eccessivo controllo formale va a volte a discapito di brani che beneficierebbero di una partecipazione più emotiva e finiscono invece per risultare ripetitivi. È il caso di “On A Path“, un buon pezzo che dà l’idea di non adempire alle proprie potenzialità. Il problema è ancora più evidente nell’inconsistente “Infernal Fantasy“, che cita nel finale i Talking Heads, ma è irrimediabilmente orfana dell’energia folle di un David Byrne (il suo compagno di scorribande e ormai onnipresente Brian Eno è invece ai cori, e presente alla voce o alla chitarra in vari pezzi nel disco).

Il trittico formato da “Chorale“, “The Passions” e “The Sky Behind The Flag” è il cuore scuro del disco e in un certo senso la chiave di volta. La breve apertura orchestrale che segue, arriva come uno spiraglio di luce dopo le nuvole plumbee e sarebbe la chiusura ideale del disco. “The Reverbed” funge un po’ da riepilogo narrativo (torna il tema dell’impossibilità di avere figli) e catartico, ma suona un po’ fuori contesto con la sua epicità radioheadiana, mentre i due pezzi finali sono a tutti gli effetti un’appendice al disco (con “Soldier’s Rock” aggiunta all’edizione in CD su richiesta dei fan).

Tornando alla terna centrale: “Chorale“, con i suoi ottoni medievaleggianti, è sospesa, come un fotogramma del Settimo Sigillo, fra vita e tenebre. Il protagonista è tentato da una voce celestiale, ma rifiuta un (oltre)mondo che non gli appartiene. La notturna “The Passions“, con gli archi che sembrano allucinazioni, tira in ballo con l’ausilio di memorie molto personali l’eterna dualità fra carnalità ed affetti. È un pezzo che potrebbe attirarsi accuse di pretenziosità, se non fosse per l’estrema sincerità che traspare dall’interpretazione. La trascinante “The Sky Behind the Flag” si muove su tappetti elettronici e nel suo procedere tribale sembra godere di una libertà che manca in altre parti del disco. Il finale, con i violini vivaldiani che appaiono spettrali al placarsi del trambusto eletronico, è da brividi. Nelle parole di Pallett, la canzone descrive proprio il tentativo di liberarsi dalla necessità di controllare gli eventi ed allo stesso tempo le proprie emozioni (“I need to lose control / Why can’t I lose control”).

Beffardo come si arrivi in un certo senso agli antipodi di “I Am Not Afraid“: la disciplina, così intrinsicamente legata al concetto di controllo, da soluzione sembra diventare problema. Sembrerebbe una conclusione insensata, un gatto che si morde la coda, ma alla fine non è cheil messaggio di In Conflict: l’accettazione dell’inevitabilità del conflitto nelle nostre vite, più simili ad un nastro di Möbius che non ad un cerchio perfetto.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · I Am Not Afraid
  • 2 · In Conflict
  • 3 · On A Path
  • 4 · Song For Five & Six
  • 5 · The Secret Seven
  • 6 · Chorale
  • 7 · The Passions
  • 8 · The Sky Behind The Flag
  • 9 · --> pt. 1
  • 10 · The Riverbed
  • 11 · Infernal Fantasy
  • 12 · Soldiers Rock
  • 13 · --> pt. 2

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