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Indovina Chi Viene a Cena | Pubblicato il 19 gennaio 2015

Indovina chi viene a cena è la rubrica “gemella” di AMAReCORD. Attraverso quest’ultima, chiediamo ai musicisti di raccontare il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Con questo nuovo spazio allarghiamo il cerchio: chiediamo a scrittori, giornalisti professionisti, registi, fotografi e artisti di raccontarci un disco, un libro, un film o un’opera artistica. L’intenzione, come per AMAReCORD, è quella di creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti per conoscere realtà o aspetti dei vari campi dell’arte condivisi dai nostri ospiti.

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Il Primo ospite è il noto saggista, compositore e giornalista Antonelli Cresti,  Si occupa prevalentemente di controcultura, musica underground, spiritualità e mondo britannico, argomenti ai quali ha già dedicato sette libri, usciti per varie case editrici. Col collettivo Nihil Project ha pubblicato apprezzati album in ambito sperimentale. Collabora regolarmente con un ampio numero di testate cartacee e web, tra le quali Il Manifesto, Alias, Left, Rockerilla, Altri, Liberazione. È ideatore e firma principale del blog “di anomalie culturali” Idee In/Oltre.

Il suo ultimo libro si intitola Solchi Sperimentali, una guida alle musiche altre (Crac Edizioni, 2014). Il lavoro si pone l’obiettivo di raccontare la scena sperimentale e d’avanguardia dagli anni ’60 ad oggi, attraverso l’esperienza di ascoltatore e giornalista, senza limiti di genere e soprattutto senza retorica accademica. Una guida attendibile e, insieme, il diario di una antica, folle, passione. 

Persian

Antonello Cresti ha deciso di raccontarci Persian Surgery Dervishes di Terry Riley. Ecco le sue parole:

Sono sempre stato attratto dalle interazioni tra suono, musica strutturata e corpo fisico. Istintivamente ho sempre immaginato che le potenzialità della musica andassero ben oltre il grado della piacevolezza estetica, per coinvolgere altre, più profonde sfere. Sono perfettamente in grado di segnare alcuni momenti chiave in questo processo di progressiva consapevolezza: il mio amore per la psichedelia nasce infatti dalla capacità che spesso ha questa musica di far “navigare” corpo e mente, facendole fluttuare in un flusso circolare… A tal proposito ricordo con particolare trasporto il primo ascolto, in età adolescenziale, di una compilation pubblicata dalla inglese Delerium Records e intitolata “Pick and Mix”, densa di episodi strumentali perfetti per simili viaggi puramente sonori, coi Primi Porcupine Tree, gli Electric Orange, i Saddar Bazaar e soprattutto i miei preferiti, gli sballatissimi Dead Flowers, con quei bassi che ti entrano direttamente nella cassa toracica e che raramente ho ritrovato con una simile potenza altrove…

Ma la musica è potente anche quando ti porta in zone che non sarebbero “tue”, in cui il corpo è a disagio, esperienza (egualmente affascinante) che provai con la scoperta della musica black metal. Pochi secondi di “Dusk and Her Embrace” dei Cradle of Filth (la prima opera del genere che mi ero procurato, con l’assistenza di un compagno di liceo) bastarono per alterare sensibilmente il battito cardiaco e per farmi provare un senso di oppressione che poi avrei riprovato anche con la musica dark ambient di Raison d’Etre. Col tempo mi sono “immunizzato”, ma devo dire che il vero fascino delle musiche oscure che ho frequentato stava proprio nella loro capacità di risultare disturbanti e proprio per questo attrattive, in quanto “proibite”.

Tutto ciò però assume una rilevanza minore di fronte all’opera di uno dei musicisti che più mi hanno cambiato la vita, ossia il compositore minimalista statunitense Terry Riley, al quale devo, forse più di ogni altro, come peraltro racconto nella introduzione del mio ultimo libro “Solchi Sperimentali” (Crac Edizioni, 2014), la passione per le sperimentazioni. La musica di Terry Riley è semplicemente la “mia” musica, come si potrebbe dire per un vestito che ci calza a pennello. E in quanto ad interazione fisica nulla è più potenze delle vorticose, risucchianti improvvisazioni contenute nel doppio “Persian Surgery Dervishes”, in cui il musicista, partendo dalle già estatiche volute del capolavoro “A Rainbow in Curved Air”, conduce tali musiche in territori di pura ossessione mistica. Queste improvvisazioni sono danza pura, danza per la mente, capace di alterare il senso dello spazio e del tempo come o più di una droga. In questo senso è difficile immaginare qualcosa di più genuinamente psichedelico di questa musica  al contempo estrema ed esaltante. Una musica capace di abbracciarti come di respingerti… Ho sentito personalmente persone che affermavano di avere provato nausea ascoltando questo disco e la cosa mi torna perfettamente. Se su una barca ti abbandoni al movimento delle onde puoi sentirti male, ma puoi anche entrare in un felice stato para-allucinatorio… “Persian Surgery Dervishes” più che un album è una esperienza, e la raccomando caldamente a tutti.

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