Logotipo di Son of Marketing realizzato dal superbo grafico italiano Alessandro 'Aesse' Scarpellini
youtube Soundcloud Basecamp

Indovina Chi Viene a Cena | Pubblicato il 21 gennaio 2015

Indovina chi viene a cena è la rubrica “gemella” di AMAReCORD. Attraverso quest’ultima, chiediamo ai musicisti di raccontare il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Con questo nuovo spazio allarghiamo il cerchio: chiediamo a scrittori, giornalisti professionisti, registi, fotografi e artisti di raccontarci un disco, un libro, un film o un’opera artistica. L’intenzione, come per AMAReCORD, è quella di creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti per conoscere realtà o aspetti dei vari campi dell’arte condivisi dai nostri ospiti.

Il terzo ospite della settimana è Ambrosia Jole Silvia Imbornone che si occupa di critica e informazione musicale in modo continuativo dal 2005; collabora con varie testate, tra cui, in ordine alfabetico, L’Isola che non c’era, di cui è redattrice, Mescalina.it, di cui coordina la sezione di musica italiana, e Rockerilla, per cui scrive dall’aprile 2014. Nel 2006 e nel 2009 è stata nella giuria specializzata del Premio Italiano Musica Indipendente (P.I.M.I), organizzato dal Meeting delle Etichette Indipendenti. È stata inoltre addetto stampa e componente dell’organizzazione e della commissione artistica del concorso nazionale Arè Rock Festival dal 2007 al 2011 e tra gli autori del Dizionario completo della canzone italiana – Cantanti, autori, gruppi e produttori a cura di Enrico Deregibus, pubblicato da Giunti nel 2006. Insegnante e dottore di ricerca in Italianistica, è attiva anche nel campo della critica letteraria dal 2005; oltre a molti saggi su riviste internazionali e nazionali, ha pubblicato due monografie, dedicate rispettivamente al teatro di Pasolini (La diversità a teatro. I drammi giovanili di Pasolini, Stilo, Bari, 2011) e ad alcune figure femminili di Moravia (Le femmes révoltées di Moravia. Beatrice, Desideria e Alice, Ledizioni, Milano, 2012).

Delgados

Ambrosia Jole Silvia Imbornone ha deciso di raccontare Hate dei Delgados (2002, Mantra Records). Ecco le sue parole:

Cosa ha impedito agli scozzesi Delgados di trovare i riscontri sperati? La concorrenza di connazionali dotati forse di una personalità artistica più evidente? Sono stati oscurati nel campo dell’indie-pop dai Belle and Sebastian? O dagli artisti che tennero a battesimo con l’etichetta fondata nel 1994per il loro esordio, la Chemikal Underground (ancora attiva e prolifica), come gli Arab Strap e soprattutto i longevi campioni del post-rock internazionale Mogwai? O li ha danneggiati l’essere definiti come dei fratelli più malinconici dei Flaming Lips, con cui hanno condiviso d’altronde per un paio di dischi (The Great Eastern, 2000 e appunto Hate, 2002) il produttore Dave Fridmann, fondatore dei Mercury Rev? I Delgados descrissero comunque Fridmann come un persona a cui si poteva consegnare un sacco di musica, con tracce e parti anche piuttosto complesse, e che riusciva a lavorare alla perfezione.

Non è facile individuare il “quid” che sembrò mancare al quartetto scozzese e non diede loro le soddisfazioni sperate, nonostante tanti attestati di stima. Quel che è certo è che la storia della band è terminata nel 2005 (nel 2006 se si conta la Complete BBC Peel Sessions, che raccoglie i frutti di varie ospitate dallo storico e compianto John Peel, uno dei primi addetti del settore a credere in loro) proprio perché il successo che il gruppo meritava tardava ad arrivare. La band nacque sulle ceneri di un’altra formazione, i Bubblegum, di cui facevano parte Alun Woodward (voce e chitarra), Stewart Henderson (basso) e Paul Savage (batteria), a cui si unì l’allora fidanzata di Savage, Emma Pollock (voce e chitarra). Tanto della produzione del gruppo che prese il nome da un vincitore del Tour de France, Pedro Delgado, resta per molti ancora da scoprire.

Tutto da ascoltare resta soprattutto l’album Hate, la cui bellezza a distanza di oltre dodici anni resta intatta, o forse moltiplicata, al confronto con la scena musicale odierna, probabilmente meno ricca di netti e originali talenti rispetto ai ‘90’s. Il titolo sembra degno di un album ska-punk o metal, ma le atmosfere del disco sono ben diverse, come dimostra fin da subito l’epica, ariosa apertura affidata alla siderale, sinfonica e nostalgica The Light Before We Land. Il lavoro approfondisce la sperimentazione di inserti di archi (in un ampio range che comprende tutti gli strumenti, dal violino alla viola, dal violoncello al contrabbasso) e fiati (in questo caso tromba, trombone, sax baritono e flauto), già sviluppata nel precedente album, ma con una maggiore consapevolezza della band, che entrò in studio già con gli archi registrati su un sequencer e con l’idea di quali pezzi dovessero essere completati da fiati e da un coro, autentica novità del disco, che sembrerà al gruppo di Glasgow un autentico strumento per compattezza.

Il titolo appare comunque una sorta di dichiarazione di intenti: il progetto esplora infatti le sfaccettature dell’animo umano, oltrepassando le frontiere del buonismo per confrontarsi con i lati più oscuri e meno positivi dell’umanità, dagli egoismi dettati dall’ambizione, dall’arroganza e dall’indifferenza, fino agli aspetti del carattere che emergono a causa di una vita difficile (è il caso della possibile infanzia negata che fa da humus per il protagonista della cadenzata, lunga ed accorata Child Killers, tra follia e il desiderio di pace interiore), o anche semplicemente per la solitudine e il disorientamento (v. la mancanza di un piano generale, di un’intuizione o una premonizione nella traccia iniziale, ma anche la mid-tempo All Rise). Il mondo reale non è tutto bontà e felicità e i Delgados non hanno paura di ammetterlo, anche con una punta di ironia, come accade nel chiaro capovolgimento della beatlesiana All You Need Is Love in una All You Need Is Hate, con ritmiche british, apparentemente solari, e la linea vocale affidata non alla Pollock, ma a Woodward. Vi si canta l’odio come norma che regola e governa qualunque contesto, dalla scuola al lavoro o persino alla chiesa, così come strumento utile per scalate sociali e grandi carriere; in modo volutamente dissacrante si svela la presenza dell’odio in chiunque, comprese le figure materne, ma anche sotto forma di sentimento rivolto nei confronti di sé stessi.

Di tutt’altro tenore è l’introspettiva Woke From Dreaming, un’articolata piano ballad cantata da Emma, che parte quasi funerea, anche a causa dello straniante coro di bambini, che lascia in bocca un retrogusto di desolazione, per poi crescere maestosa, fino a ritornare placida e triste sinfonia d’archi. Nel testo si invoca l’obbligo del disincanto, ma anche di una riflessione sull’uomo e sulla spaventosa facilità con cui può trasformarsi in mostro e assassino.

La voce di Woodward (con alcuni controcanti di Emma) ci accompagna nella seguente The Drowning Years, struggente storia di una donna e dei suoi demoni, che si apre ad accelerazioni imponenti quasi opera-rock, pur restando globalmente musicalmente sobria, con il suo controllato pathos. Il cantato ha un ritmo quasi da cantastorie, mentre asserisce che “Life isn’t precious and life isn’t sacred” e Sometimes release only comes when you meet death”, oppure che i sogni sono solo una menzogna: la conclusione in una sorta di mantra ripete il dubbio che “the right and the wrong side is one”.

Mantra Recordings, etichetta sussidiaria della Beggars Banquet Records, è casualmente anche il nome dell’etichetta che pubblica il cd, dato che la band, essendo ben a conoscenza dei costi che il progetto avrebbe comportato, preferisce questa volta non investire il denaro della Chemikal Underground, per riservarlo alla produzione di artisti più giovani. Singolo perfetto è Coming In From The Cold, agrodolce ballata dell’insoddisfazione, di fallimenti e solitudini, che parte con le chitarre in evidenza, per poi accogliere synths e archi, che non sono elementi onnipresenti nel lavoro, ma appaiono sempre ben dosati per evitare risultati pomposi.

Crisi interpersonali e compromessi animano Favours, brano non brillante, nonostante le inquietudini d’archi, mentre memorabile è Never Look At Sun, canto chiaroscurale di realismo, eppure di resistente speranza (“I’m hoping and praying / There’s one life worth saving / It’s not too late”) con strofe minimali basso-batteria-chitarra e ritornello sontuoso con flauto ed archi, che risuona al contempo malinconico e determinato, in linea con il testo.

La chiusura è affidata a If This Is A Plan, amara, ma anche musicalmente rasserenante, che lascia il dubbio che esista una possibilità di rinascita nel modo in cui accoglie il crollo emotivo probabilmente per la fine di una relazione. È l’ultimo esempio di un magistrale uso degli archi come voce struggente nelle canzoni dei Delgados: il seguente disco Universal Audio (2004) compirà un ultimo tentativo di agganciare il successo con il ritorno a sonorità più semplici e dirette.

Il capolinea però è ormai vicino e la band non potrà che giungervi, quando il bassista Henderson mollerà la spugna e porterà la formazione scozzese allo scioglimento. Gli altri componenti della band non lasceranno comunque il mondo della musica: la Pollock, entrata poi anche a far parte del collettivo anglocanadese The Burns Unit, è attiva come solista, al pari di Woodward, che ha poi adottato il moniker Lord Cut-Glass; Savage lavora come produttore e tecnico del suono (al fianco di Franz Ferdinand, Brakes, Mogwai, Arab Strap, Teenage Fanclub, Camera Obscura e tanti altri, compresi a volte gli ex-compagni di strada), mentre tutti e quattro i membri del gruppo seguono ancora la Chemikal Underground.

Qualcosa resta insomma del progetto Delgados, ma non è mai tardi per un recupero e una rivalutazione.

Articolo precedente:

Articolo seguente:

Developed by | MM and designed by Aesse

Questo sito web utilizza i cookie al fine di migliorarne la fruibilità. Continuando ad usufruire di questo sito, l'utente acconsente ed accetta l'uso dei cookie. Maggiori Informazioni | Chiudi