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Interviste | Pubblicato il 25 novembre 2015

Abbiamo fatto qualche domanda a I Profugy, band napoletana che da poche settimane ha esordito con l’ep La nostra comunità. Ne è venuta fuori un’interessante chiacchierata che ci aiuta a conoscere meglio il loro mondo, fatto di riflessioni amare ma anche di tanta ironia, goliardia e desiderio di “fare baldoria”.

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- Chi sono e come nascono I Profugy?

I Profugy sono Massimiliano Lauritano (voce,chitarra e ukulele), Francesco Pandico (batteria e percussioni), Francesco Petrone (chitarra e banjo) e Luca Buonaiuto (basso).

Questa formazione nasce esattamente il 1 gennaio del 2015 ma il progetto prende vita nelle teste di Max e Nunzio Stefanile, amico della band e precedentemente co-autore dei testi, più o meno nell’estate del 2010.

Spiaggia, falò e chitarra. Nascono da li, dal divertirsi nell’inventare canzoni  per accompagnare quelle indimenticabili serate. Canzoni per lo più ironiche che col tempo si sono trasformate in una sorta di sarcastica ironia.  Ecco, invece di cantare canzoni che conoscessero tutti, noi le inventavamo al momento e nella maggior parte dei casi sono diventati veri e propri tormentoni all’interno della nostra comitiva, canzoni che hanno accompagnato forse i momenti più belli e spensierati della nostra vita.

- Arrivate da una città, Napoli, che da sempre viene associata alla tradizione musicale italiana: quanto ha influito artisticamente su di voi il contesto in cui vivete e cosa, di questa città, viene maggiormente trasposto nella vostra musica?

Innanzitutto il dialetto. Il dialetto napoletano ci da’ modo di esprimere al meglio il nostro concetto. Ciò che viene maggiormente trasportato nella nostra musica è poi la goliardia. Essendo napoletani ci risulta facile accentuare questa vena ironica e gioiosa. Noi cerchiamo di raccontare aspetti della realtà a volte amari e tristi ma sempre con la nostra “sfrenata euforia”. Sembrerà banale dirlo ma nonostante i tanti problemi che la città evidenzia, non finiremo mai di pensare quanto siamo fortunati a vivere qui. Inutile nominare i “giganti” che hanno fatto di Napoli una realtà consolidata nel circuito musicale.

- La nostra comunità è il vostro ep d’esordio, quattro tracce che, muovendo dal folk, indagano la realtà con ironia e, talvolta, con una neanche tanto velata vena di amarezza: come presentereste ai lettori di SoM questo lavoro? E cosa si cela dietro i brani che lo compongono?

La nostra comunità è la sintesi dei nostri pensieri, quelli di vivere una vita senza vincoli, senza pregiudizi o distrazioni sociali.Cerchiamo di dar voce ad una realtà scomoda che fingiamo di accettare perché ci conviene, conviene essere agglomerati alla massa. Il nostro slogan è “verimme sule chelle ca ce vonno fa’ verè” e come suggerisce anche la copertina dell’album, cerchiamo di mettere in risalto un uomo bendato, in qualche modo offuscato dalle etichette standard che la società ci impone. Ecco noi siamo dalla parte delle cose che non conviene fare ma che facciamo lo stesso perché sentiamo che in fondo è giusto cosi. Abbiamo molti brani, è stata dura sceglierne solo quattro. Si può dire che loro rappresentano al meglio il nostro concetto musicale e di vita. Dietro questi brani ci sono esperienze. Ognuno di essi nasce da una conoscenza fatta o appunto da un’esperienza. La title-track è lo sguardo “universale” sul mondo, o meglio su quello che noi pensiamo della vita. Gli altri pezzi invece cercano di evidenziare il “particolare”, come in “Voglio ‘na cosa sola” in cui si cerca  rappresentare la visione dal punto di vista di una mente “frustrata”, un uomo chiamato pazzo solo perché le sue idee non si addicono ai canoni standard che la società ha imposto. Dietro i nostri brani si cela la voglia di gettare l’attenzione sulle persone inosservate, di mettere in risalto quegli aspetti per noi importanti della vita ma che vengono “surclassati” dai ben più banali e insignificanti punti di vista che la quotidianità e l’indifferenza trasformano in punti cardine della nostra vita.

 

 

- Chi o quali sono le principali fonti di ispirazione artistica de I Profugy? E invece, guardando ai giorni nostri, con quali artisti vi sentite maggiormente affini?

Abbiamo ascoltato talmente di quelle cose che non saprei proprio rispondere. Si può dire che di sicuro abbiamo assimilato per bene tutto ciò che ascoltavamo. Vari generi e artisti completamente diversi, da Pino Daniele ai Franz ferdinand, da Manu Chao a Goran Bregovic, Zaz, i Negrita e molti altri. Oggi non sappiamo nemmeno che genere suoniamo e molte volte questo rende difficile catalogarci nel circuito. Non so se è a sfavore o a vantaggio questo aspetto ma noi suoniamo ciò che ci sentiamo di suonare, cercando sempre di non limitare i nostri orizzonti, cercando sempre di spingerci oltre. Se proprio dovessimo paragonarci a qualcuno diremmo la Bandabardò. il paragone non sussiste ma qualcosa nel nostro sound e nei nostri testi conduce a loro. Poi loro sono fortissimi.

- Spesso nel nostro Paese si osserva (e si critica) una situazione tendenzialmente di stallo, sia istituzionale che di pubblico, nei confronti della musica e dell’arte in genere: qual è la vostra opinione in merito?  Trovate che sia una visione eccessivamente pessimista o esiste realmente in Italia un “problema arte”?

È paradossale che si parli di  ”problema d’arte” nella città forse più artistica del mondo. Certo bisogna dire che tutto il potenziale che c’è nel nostro paese potrebbe essere sfruttato sicuramente meglio.  ”Problema d’arte” non direi, perché le iniziative ci sono ed anche molte ma è anche vero che, parlando nello specifico della musica, viviamo nell’epoca in cui “ascolto ciò che ascoltano gli altri”, e questo è tremendamente triste. Quindi è ovvio che essendo troppo vasta la scelta “artistica” del pubblico si può incombere in situazioni deprimenti in cui non vige affatto la meritocrazia.

- Dopo l’uscita dell’ep inizierete a portare la vostra musica in tour. Quale sarà il vostro approccio alla dimensione live e quali “sorprese” dovrà attendersi il pubblico che verrà a vedervi?

Siamo ufficialmente in tour dal 9 ottobre.  Non c’è cosa più bella che suonare live e la già citata “sfrenata euforia” in queste occasioni si manifesta in tutto il suo vigore. A noi piace avere contatto diretto con le persone che ci ascoltano, cercare in tutti i modi di portare il pubblico a pensare, ad immedesimarsi in ciò che diciamo. La nostra evidente particolarità è che durante le nostre esibizioni si alternano momenti di riflessione ad altri di baldoria totale. Quindi ce n’è per tutti.

- Considerando che La nostra comunità è uscito da pochissimo tempo potrebbe essere prematuro parlarne, ma quali progetti hanno in cantiere I Profugy per il futuro prossimo?

Di sicuro a breve uscirà un secondo videoclip di un altro pezzo dell’ep. Nel frattempo stiamo già lavorando al disco il quale potrebbe contenere importanti featuring.

- Chiudiamo con una domanda “classica” delle nostre interviste: due dischi del 2015 che avete particolarmente amato e che consigliereste ai nostri lettori.

Ci è piaciuto molto l’ultimo lavoro di Max Gazzè ma il disco che consigliamo è di sicuro La nostra comunità dei sottoscritti.

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