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Interviste | Pubblicato il 1 marzo 2013

Livorno. Arrivo a casa di Appino che sono le sei e mezzo di un pomeriggio uggioso. Ha appena smesso di piovere. I raggi del sole faticano a farsi largo fra le nubi che coprono il cielo. Se non fosse per lo spoglio delle schede elettorali che tiene tutti sulle spine, sarebbe un qualsiasi pomeriggio invernale. Appino abita davanti al porto, uno dei luoghi più affascinanti di Livorno, soprattutto quando il tempo è grigio e le barche sono costrette a rientrare, lasciandosi dietro scie d’acqua spumose. Ma è anche luogo di abbracci e addii, dove quando si è afflitti dal mondo si va ”a cercare un ricordo, a trovare un passato”. Guardo l’orologio: è tardi. Devo intervistare Appino per fargli qualche domanda sul suo disco solista: Il Testamento. Uscirà il 5 marzo e sono tutto contento perché sarò il primo a intervistarlo a riguardo.

L’appartamento è piccolo e molto accogliente. Appeso al muro di cucina c’è un’immagine di Bob Dylan nel suo “periodo occhiali scuri”. Mi accorgo che Andrea, con i suoi capelli arruffati, tutto vestito di nero, gli assomiglia parecchio. Tiriamo fuori due birre dal frigo e iniziamo a parlare. C’è una bella atmosfera. Appino è molto disponibile: risponde sinceramente, senza peli sulla lingua, anche quando tocchiamo argomenti più personali. Più che un’intervista sembra una tranquilla chiacchierata fra amici, mentre dal suo studio Anna Paola Martin ci aggiorna di tanto in tanto sul conteggio dei voti.

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Foto di Anna Paola Martin

Il testamento è un documento che esplica il volere e dispone i diritti di una persona dopo la morte. Quanta rilevanza ha nella tua vita questo disco al punto da intitolarlo “Il Testamento”?

Il Testamento innanzitutto non è solo il titolo del disco: è anche quello della prima traccia che è pure la mia preferita. Certo, dietro questo titolo c’è tanto di me, perché nel disco si parla anche della mia famiglia, ma non sempre, quando parlo in prima persona, mi rivolgo a me stesso. La canzone Il Testamento, ad esempio, parla di un uomo che decide di farla finita, rivolgendosi direttamente a chi verrà dopo di lui. In questo testo mi riferisco anche a Monicelli e alla sua decisione, coraggiosa e dignitosissima, di porre fine alla propria sofferenza.

Da quando hai cominciato a lavorare a questo progetto solista?

Molte canzoni risalgono a cinque o sei anni fa, altre appartengono a questi ultimi due anni, tant’è che alcune erano state pensate per gli Zen. Da tempo mi girava in testa l’idea di fare un disco di questo tipo, così alla fine è venuto fuori tutto insieme, semplicemente. Nel mio piccolo studio, qui sopra di noi, ho buttato giù buona parte degli arrangiamenti da solo, usando Logic. E’ stata Anna Paola (Martin) a introdurmi alla tecnologia Apple (ride).

Più volte hai ribadito che si tratta di un album che dalla tua famiglia si estende a un più grande concetto di famiglia. In che senso?

Bé, il primo tipo di convivenza, il primo rapporto che stabilisci con gli altri è in casa, quindi in famiglia. Le situazioni che vivi là dentro, belle o brutte che siano, determinano quello che sarai e il tuo modo di porti con gli altri. Raramente parliamo delle nostre esperienze familiari ed è poco giustificato. Nel mio caso, scrivendo il disco, ho cercato di buttar fuori vicende e situazioni della mia famiglia che mi porto dentro da anni, ma che anche altri possono aver vissuto e le ho spalmate in tutte le canzoni che lo compongono. In questo senso quindi affronto l’argomento “famiglia” in una prospettiva più ampia.

La famiglia è da sempre considerata il valore più importante del nostro paese. Oggi, però, coppie di fatto, matrimoni gay e relative adozioni (ahimè, fin troppo osteggiati) stanno mettendo alla prova il vecchio concetto di famiglia che cerca di “allargarsi”. Nel tuo disco compaiono critiche sociali come nei precedenti dischi Zen Circus?

No, tutt’altro. Niente a che vedere con lo sfogo di Andate tutti affanculo e la critica di Nati per subire. Anche perché non mi sono mai presentato come un musicista impegnato ed eviterei volentieri che chi ascolta le mie canzoni o quelle degli Zen mi chieda di suggerirgli una possibile soluzione agli attuali problemi del paese. Io scrivo solo quello che vedo e che vivo. Col Testamento cerco di analizzare soprattutto il lato umano delle storie, ciò che provano i personaggi nel vivere determinate situazioni personali. Il disco è come un dito puntato contro la nostra immagine riflessa in uno specchio. Sono convinto che la prima vera rivoluzione, per giungere a un cambiamento, debba avvenire dentro ognuno di noi.

Hai mai avuto difficoltà o provato dolore durante la stesura dei testi de Il Testamento?

Certo. E’ un disco sofferto. Mi sono guardato dentro e sono andato a fondo senza pietà. Più volte, mentre scrivevo e rileggevo quanto avevo scritto, mi sono ritrovato a provare emozioni fortissime. Non mi era mai capitato prima d’ora. Sebbene il dolore sia legato a tanti ricordi, credo faccia bene affrontarlo con coraggio, specie se riguarda qualcosa di delicato come la famiglia. Inoltre, ho riportato fatti oggettivi che succedono in casa e che provocano inevitabili conseguenze sull’esistenza di chi li vive in prima persona. E’ difficile spiegare certe cose a parole…

Non ho ancora avuto l’occasione di ascoltare attentamente il disco, ma s’intuisce sin dal primo pezzo una natura impetuosa e violenta, frutto di una rabbia che si avvicina al Teatro degli Orrori – non a caso al tuo progetto partecipano ben due loro elementi: Giulio Ragno Favero e Franz Valente. Come mai questa scelta?

In realtà tante canzoni erano nate prima di decidere di suonarle insieme. Inizialmente avevo pensato di rifarmi al più classico cantautorato degli anni ’70 – se ti suonassi alla chitarra Che il lupo cattivo vegli su di te, ti accorgeresti che è una canzone folk alla De André. Al contempo però desideravo avere una band che mi seguisse per realizzare un cantautorato che già conosciamo, ma concepito in chiave “diversa”, atipica. Solo dopo l’ok di Giulio e Franz mi sono messo a pensare a come loro avrebbero inteso e interpretato le canzoni. A dirti la verità, quella rabbia sonora che senti c’era già fin dall’inizio, al punto che più volte lo stesso Giulio è rimasto colpito dell’impatto di alcuni pezzi. Ci saranno comunque dei brani più dolci, chitarra e voce, che hanno meravigliato pure me.

Oggi la rabbia sembra accumunare molti cittadini italiani, esasperati dalla difficile situazione attuale. Pensa a Grillo che sta cavalcando il forte scontento popolare, deciso a far tabula rasa di tutto, talvolta senza suggerire una concreta soluzione ai problemi. La rabbia può essere usata come un efficace mezzo di comunicazione?

Assolutamente no. La rabbia può creare dei presupposti per comunicare un messaggio, ma non instaura una comunicazione vera e propria. Ne Il Testamento c’è tanta rabbia, ma ogni personaggio è arrabbiato con se stesso più che con gli altri. Certo, anche con la propria famiglia e il proprio passato, ma è il frutto di un’analisi interiore, di uno sguardo gettato nel profondo. Prova ad ascoltare Specchio dell’anima o Schizofrenia. C’è tanta rabbia, ma non contro il resto del mondo.

Ne Il lupo cattivo vegli su di te, usi la voce come se tu stessi cantando una ninnananna che più che farci addormentare sembra spingerci a un risveglio; ad aprire gli occhi su particolari situazioni. E’ da interpretare così?

La canzone è una ninnananna al contrario ed è perfetta per un disco che ha come argomento la famiglia. La mia mamma me ne raccontava una che mi faceva paura. Avevo paura anche del buio. Però ogni notte, quando ero sotto le coperte, parlavo col buio per farmelo amico: gli raccontavo i miei problemi, i miei timori, così non ne avevo più paura. Da bambini ognuno di noi ha una sua purezza che è paragonabile a quella degli animali; sviluppiamo una nostra personalità in base all’“habitat” in cui siamo cresciuti. Dietro questa canzone non c’è la voglia di svegliare nessuno. La mamma racconta a suo figlio che il mondo là fuori è pieno di mostri, ma lui non sa che già dentro di sé si nasconde un mostro che si confonderà con gli altri nella società civile.

Quanto conta per un qualsiasi gruppo esibirsi dal vivo nell’era del download più spietato, in cui la musica sembra aver perso un suo formato fisico?

Suonare dal vivo oggi è ancora più importante che in passato e per fortuna i live degli Zen negli ultimi anni sono andati bene. Ormai avere il disco in classifica conta relativamente. Sebbene sia estenuante, a noi va benissimo suonare il più possibile. D’altronde ne abbiamo bisogno. Suonare è come un lavoro, alzarsi da letto e darsi da fare. In famiglia mi hanno insegnato il valore del lavoro e credo che questo si ripercuota su quello che faccio.

A quando il nuovo disco degli Zen?

Forse a inizio del prossimo anno, ma è ancora tutto da decidere. Ne dobbiamo parlare fra noi e decidere quale direzione dare al prossimo disco.

 

Finita l’intervista, Appino mi porta nel suo piccolo studio ricavato dal soppalco, mette su un pezzo dei Tinariwen e mi racconta che i membri del gruppo erano tutti ex militanti del movimento di liberazione di mezza Africa e che, gettati i fucili e imbracciate le chitarre, si sono messi a suonare insieme. So chi sono i Tinariwen, ma non conoscevo la loro storia. Prima di salutarci, Andrea mi confessa che il prossimo disco Zen gli piacerebbe registrarlo in Marocco, accompagnato da musicisti del luogo. Immagino lui, Ufo e Karim che suonano chitarre e strumenti etnici seduti su polverosi tappeti orientali, circondati dai volti esotici di gente di passaggio. Buskers del deserto. Una vera figata. Con quest’immagine in testa, esco di casa e osservo il porto, le barche ormeggiate e quelle che partono dirette chissà dove, lontano da qui.

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