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Interviste | Pubblicato il 14 maggio 2013

Abbiamo intervistato Bruno Dorella (batterista dei Bachi da Pietra e degli OvO) in veste di chitarrista dei Ronin, gruppo attivo dal 1999. Oltre agli album canonici, quali Ronin (2004), Lemming (2007), L’Ultimo Re (2009) e Fenice (2012), il gruppo ha composto l’intera colonna sonora di Vogliamo Anche Le Rose (2007). L’ultimo loro lavoro consiste in un 7″ con le cover di due brani composti da Angelo Badalamenti per Twin Peaks.

ronin

1) Il termine “rōnin” indica un samurai decaduto, un uomo alla deriva per via della morte del proprio padrone, e appunto a questo concetto si rifa il nome del vostro gruppo. Mi chiedevo se ci fosse qualche attinenza con l’omonimo film o la graphic novel di Miller.

In realtà no: il lungometraggio di John Frankenheimer è postumo alla data della fondazione della nostra band e, allo stesso modo, il fumetto non ha alcuna connessione con noi, anche se personalmente non posso fare a meno di riconoscere il suo immenso valore. Frank Miller costituisce un genere a sé, non è necessario essere affascinati dai samurai quando si ha davanti l’opera di un autore del suo calibro.

2) Occupiamoci del vostro ultimo lavoro: da dove nasce l’idea di sonorizzare Twin Peaks?

Colgo l’occasione per fare un chiarimento: questa, per quanto diffusa, è una notizia imprecisa, non abbiamo sonorizzato alcun episodio della celebre serie televisiva di David Lynch e Mark Frost, ma ci siamo limitati a realizzare le cover di due brani “Laura Palmer’s Theme” e “Falling”. Questi due sono contenuti in un 7″ prodotti da Bronson, quarta uscita dopo Calibro 35, Guano Padano e Dirty Beaches.

La Bronson Produzioni ci propose, infatti, di rielaborare le tracce contenute nella colonna sonora di un film a scelta. Inizialmente ci sentivamo persi, confusi, le nostre sonorità rock-surf si prestano ad accompagnare western o pellicole sui samurai, ma non c’era una traccia che riuscisse a convincerci a pieno. Con Twin Peaks abbiamo visto la luce, o meglio l’oscurità.

3) Di certo la sfida più grande era mantenere la suspense della composizione originale e direi che ci siete riusciti alla perfezione. Parliamo ora dell’ultimo album “Fenice”, come si spiega il titolo?

Fenice vede la rinascita della band, da una parte per i suoni più sanguigni, dall’altra con l’entrata di nuovi componenti.
Intorno al 2010 avevo difatti preso in considerazione di sciogliere il gruppo, che ormai andava sfaldandosi in seguito all’uscita del batterista storico Ennio Rodotaro. Mi ritrovai però a Ravenna con il bassista Chet Martino (Quasiviri), il chitarrista Nicola Ratti e il batterista Paolo Mongardi, insieme decidemmo di andare avanti e ricominciammo a suonare con rinnovata energia. A causa di tutti questi mutamenti “Fenice” può essere considerato un nuovo album d’esordio, dotato di sonorità crude, mordaci.

4) Entrando nei dettagli, il brano “Benevento” trae ispirazione dalla nota battaglia del 1266?

No, si sviluppa dalla serenata beneventana di David Shea che tentavo di riprodurre un po’ a caso con la chitarra; dagli errori commessi è nato il pezzo udibile nell’album. È chiaramente anche un omaggio alla città e all’orgoglio dei suoi abitanti, particolarmente duri da sottomettere.

5) La sesta traccia è una cover di ”It Was a Very Good Year” di Frank Sinatra. Che cosa si cela dietro questa decisione? 

È legata a una vicenda personale: quand’ero bambino mio padre nei giorni di festa mi propinava regolarmente una sua versione di questo brano, eseguito all’organetto con varie imperfezioni e inesattezze. In giovinezza ero arrivato ad odiare “It Was a Very Good Year”, maturando però ne acquisii un ricordo carico d’affetto e pensai di chiamare nello studio di registrazione mio padre, che senza un tentennamento riprodusse quel pezzo con la stessa naturalezza di un tempo.

6) In “Conjure Men” emerge quasi una venatura jazz, è da considerarsi come una direzione verso cui tenderà il vostro prossimo album?

Affatto, il nostro ultimo lavoro è contenuto nella colonna sonora di “Tutto parla di te” un film di Alina Marazzi, regista con cui abbiamo collaborato anche nel 2007. Per quanto riguarda quella traccia, è possibile riscontrare vagamente del jazz nell’arrangiamento dei fiati, che definirei però orientato più verso la musica africana e brasiliana.

7) Come si svolge la composizione dei brani? 

I Ronin si affidano a un metodo collaudato: io sono l’unico a detenere il ruolo di compositore e cerco di descrivere le ambientazioni che voglio ottenere ai miei collaboratori, tra i quali il nuovo bassista Diego Pasini e il batterista provvisorio Matteo Sideri. Si tratta di direttive che a primo impatto sembrano sfiorare l’assurdo (ad esempio potrei ricercare un’atmosfera surf-funeraria francese) ma che gli altri musicisti riescono ad arrangiare in maniera autonoma. La loro abilità mi consente di abbandonare la batteria per sperimentare con la chitarra, uno strumento che non rischia di subire influenze da altri progetti come gli OvO e i Bachi da pietra.

8) Come gestite le relazioni con i registi? Imponete le vostre composizioni o cedete a compromessi?

Ogni film ha una storia a sé,  ci sono registi che si fidano ciecamente, altri invece tendono ad opprimere e a generare tensione; in ogni caso dobbiamo soddisfare le loro richieste attenendoci al nostro gusto musicale, su cui si basa l’essere selezionati come gruppo. Solitamente infatti vengono chiamate a sfidarsi più band in una sorta di X Factor, ricordo ad esempio una produzione olandese ci aveva contattati per un film fantasy ed eravamo stati scartati in favore di alcuni tastieristi. Non ci abbattemmo, in fondo anche i componimenti del tastierista dei Genesis vennero rifiutate per “2001: Odissea nello spazio!”

9) Quali artisti della scena contemporanea stimi di più a livello musicale e quali ammiri per la loro carriera? 

Non posso che citare gruppi appartenenti all’underground italiano, come Uochi Toki, Zeus!, Quasiviri o Bologna Violenta.
Fra i compositori di colonne sonore, invece, apprezzo Ennio Morricone, Henry Mancini, Nino Rota e Teho Teardo, il cui percorso di maturazione l’ha condotto dall’hardcore-punk a un raffinato industrial.

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