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Interviste | Pubblicato il 1 maggio 2013

In occasione del loro concerto a Torino  abbiamo colto l’opportunità di sottoporre a un’intervista gli Aedi, gruppo indie-rock marchigiano. La loro discografia comprende un demo album autoprodotto The adventures of Yellow (2008), l’Ep Polish (2009) e due album, Aedi met Heidi (2010) e Ha Ta Ka Pa (2013). Quest’ultimo vanta la partecipazione di Alexander Hacke degli Einstürzende Neubauten e si contraddistingue dai precedenti elaborati per toni di maggiore aggressività.

1) Anzitutto una domanda di circostanza: com’è nato il vostro gruppo?

Siamo un quintetto di ragazzi originari di Macerata, amici fin dall’infanzia, che ha deciso di dar vita a un progetto musicale nel tardo 2007. Non ci riteniamo propriamente musicisti, ciascuno di noi ha un lavoro al di fuori del gruppo e non abbiamo certificati o qualifiche ufficiali, ad eccezione di Celeste che -sebbene nel gruppo si dedichi anche al clarinetto, al canto e alla tastiera Farfisa- è l’unica di noi ad essersi diplomata in pianoforte al conservatorio.

La musica, intesa come espressione di idee, ci ha spinti a registrare un album di demo che abbiamo rilasciato nel 2008, l’effettivo anno del nostro debutto.

2) La tastiera Farfisa è uno strumento insolito, da dove deriva la scelta di adottarlo?

Macerata rientra nel distretto di produzione di strumenti musicali di Castelfidardo, Loreto e Recanati. Abbiamo trovato questa particolare tastiera ad un mercatino dell’usato, aveva la presa rotta ma Celeste se n’era innamorata, così abbiamo concordato di acquistarla.

3) Potreste descrivere come si articola solitamente il vostro processo compositivo? 

Al fine di impedire che si imponga una sola interpretazione da parte degli ascoltatori, preferiamo lasciar affiorare le idee senza sottoporle a troppe manipolazioni. Un elemento fondamentale è di certo il ritmo; appunto per sottolinearne l’importanza durante i concerti usiamo come emblema una maschera da elefante.  Un’altra costituente della nostra musica è la provocazione, il cui simbolo è invece la maschera da maiale.

4) Quali gruppi hanno inciso di più sulle sonorità dei vostri album?

Ciascuno di noi ascolta artisti differenti, non c’è una band o un genere che riesca ad accomunarci, tuttavia generalmente possiamo dire che hanno influito sulla nostra produzione musicale i Liars, presi un po’ a rappresentanza di tutto il Nord America, e gruppi folk nordici.

5) L’ultimo disco è l’esito di una collaborazione di Alexander Hacke, com’è stato rapportarsi con una simile autorità in ambito musicale? 

In quanto membro degli Einstürzende Neubauten, si potrebbe erroneamente reputarlo un uomo rigoroso e serio, in realtà ci ha concesso una libertà pressoché totale. Di certo ha saputo valorizzarci e indirizzarci verso una maggiore apertura mentale; per registrare Ha Ta Ka Pa abbiamo infatti impiegato catene, lamiere, bidoni e anche un vibrafono! Da Hacke -aggiungono con un sorriso- abbiamo anche appreso che la limonata è un rimedio efficace per il mal di gola, difatti ci ha incaricati di comprare limoni in gran quantità per poter poi riempire boccali da birra con il loro succo. In sintesi è stata un’esperienza irreale che ci ha dato modo di interrogarci sul diverbio fra l’idealizzata figura dell’artista e quella autentica.

6) La svolta verso suoni più incisivi, è dovuta alla sua presenza? 

Le cause della violenza, dell’impetuosità sonora dell’album sono principalmente dovute al furto dei nostri strumenti avvenuto a Roma l’11 febbraio 2012. Abbiamo perciò sentito l’impulso di riscattarci dopo aver provato quello che si potrebbe definire un lutto e abbiamo cercato di incanalare e sfogare la rabbia attraverso la musica.

7) Come avete deciso quale sarebbe stata la copertina di  Ha Ta Ka Pa e che significato si nasconde dietro questa sequenza di suoni? 

La copertina è una foto che abbiamo scattato all’interno del Santuario di Vicoforte; l’abbiamo scelta perché definisce a pieno la nostra ricerca di spontaneità e il nostro interesse alla sfera spirituale.

Alexander Hacke ci aveva consigliato di chiamare “Dreamcatcher”, ovvero acchiappasogni, il nostro ultimo disco, noi abbiamo optato per una sequenza di numeri indiana, perché suona come una formula magica, un inno.

8) Che cosa pensate della scena musicale contemporanea in Italia?

Purtroppo è una realtà molto frammentata, per i gruppi è difficile trovare un’etichetta discografica senza avere qualche conoscenza e validi precedenti. All’estero la situazione è differente, in quanto il talento ha la priorità sul resto. Ad esempio noi siamo riusciti, dopo aver assistito a un concerto di Hugo Race, a contattare Hacke, il quale non si è lasciato scoraggiare dalla nostra mancanza di integrazione e di conoscenza dell’universo musicale, dovuta a una sorta di isolamento proprio delle piccole province come Macerata.

9) Potete anticiparci qualcosa circa i vostri prossimi progetti?

Per il momento abbiamo in mente di concludere il tour, che prevede altre date all’estero. Non siamo tesi perché siamo ambasciatori di un pensiero che permane in ogni dove e perché apprezziamo la sfida costituita dal confronto con altre culture. Fuori dalla nostra nazione l’atmosfera è più fredda e non c’è una partecipazione attiva da parte del pubblico, a causa di un’educazione che impone il silenzio durante le esibizioni musicali. In Italia, al contrario, siamo soliti distribuire sonagli e bacchette da batteria fra i presenti affinché possano in qualche modo contribuire.
In futuro contiamo di registrare un nuovo album, per il quale Paolo ha in mente di perfezionare la propria tecnica per quanto riguarda il violino, mentre Celeste si concentrerà sul clarinetto.

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