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Interviste | Pubblicato il 14 agosto 2013

Il 24 agosto si terrà, all’Eremo Indie Club di Molfetta (BA), la seconda edizione del Lottarox Summer Festival. Una line-up ricca di nomi interessanti, tra cui spiccano gli Heartbreaks. Vi proponiamo una piccola intervista con Matthew Whitehouse, realizzata in occasione della tappa fiorentina del loro minitour italiano.

Heartbreaks-2

Questo è il vostro primo concerto italiano per questo tour, e non avevate mai suonato a Firenze. Come vi trovate a suonare in Italia?

Sì è la nostra prima volta a Firenze. Avevamo suonato un paio di volte a Milano come gruppo di supporto agli Hurts e ci è molto piaciuta la folla di gente che c’era. Ricordo che Theo, il cantante, disse che gli Italiani sono stati i primi a fare musica goth, sai, del tipo molto emotivo, drammatico (ride sotto i baffi)!

E a fine agosto suonerete in Puglia al Lottarox Summerfestival.

Esatto, è la prima volta che suoneremo al festival della Lottarox, anche se già eravamo stati a una loro serata a Londra. Suonava una cantante svedese, Frida Sundemo, è stato un bel concerto. Siamo contenti di questa opportunità

Il vostro album Funtimes ha avuto uno straordinario successo mondiale, anche se in realtà eravate già molto conosciuti prima della sua uscita. Quale credete sia la ragione di questa popolarità?

Credo dipenda dal fatto che le persone vedono che siamo onesti e sinceri. Perché mi sembra che nel Regno Unito in questo momento (non so se sia lo stesso in Italia) la radio e la stampa apprezzino i gruppi che vogliono fare le cose molto bene. In sostanza, è piuttosto semplice rendersi conto se un gruppo vuole imitarne un altro, e il pubblico riesce a vedere oltre e a capire che si tratta solo di una recita. Per quanto riguarda noi, credo che la gente abbia compreso che quello che facciamo è autentico.

L’album è uscito dopo tre anni dal vostro primo singolo, e all’ascolto se ne percepisce la profonda maturità musicale. Come ci avete lavorato? Qual è stata (se ce n’è stata una) la vostra evoluzione?

È difficile da dire, perché le cose sono andate in modo molto naturale per noi, non c’è mai stato un momento in cui ci siamo detti “ok, dobbiamo fare le cose in questo modo” o “questo tipo di cose”. Piuttosto c’è stata una crescita progressiva. Non c’è mai stato un momento, ma un flusso naturale.

Com’è stato lavorare con un grosso produttore (Tristan Ivemy) già al primo album?

Il primo album è complicato. È stato registrato in più momenti, perché non avevamo un soldo, quindi la batteria è stata registrata in un posto, le chitarre in un altro, e così via. Vorrei poter dire che è stato divertente, ma non lo è stato! È stata molto dura.

C’è però da dire che al contrario di molte band che non hanno un’idea chiara del proprio punto di vista e costruiscono un album mettendo insieme tracce non legate da un filo comune, il vostro Funtimes è molto coerente.

Beh noi siamo piuttosto ambiziosi, e pensiamo che i nostri siano grandi pezzi. Il nostro primo album perciò non è semplicemente un inserire la spina e suonare. Sai, è strano, perché l’abbiamo registrato tanto tempo fa, quindi suona strano parlarne ora.

Nel processo compositivo come siete organizzati? C’è qualcuno in particolare che scrive i pezzi oppure ognuno contribuisce alla stesura dei pezzi?

Joseph, il batterista, scrive le canzoni. Però quando poi ci troviamo in sala prove ne discutiamo insieme, e decidiamo cosa ci piace e cosa no, scegliamo l’arrangiamento. Si trasforma in una cosa collaborativa in fondo.

L’album rivela molte influenze dalla scena pop inglese degli anni Ottanta. C’è qualche band o qualche artista in particolare da cui avete tratto ispirazione?

Penso che siano stati molto importanti per noi gli Smiths. È buffo perché quando sei in un gruppo finisce che ascoltano tutti le stesse cose, sai, uno ascolta gli Smiths e tutti ascoltano gli Smiths, se uno si mette ad ascoltare Bruce Springsteen lo faranno per forza anche gli altri!

Voi siete stati in tour con artisti importanti, come Morrissey e Carl Barat. Com’è stato lavorare con loro?

Carl Barat è stato davvero forte, anche perché era il nostro primo tour nel Regno Unito, e noi eravamo grandi fan dei Libertines! Ricordo che siamo scesi a fare il soundcheck e non abbiamo potuto fare a meno di suonare qualche loro pezzo, come Death on the stairs.

Lavorare con Morrissey è stato molto interessante. Era una grande occasione. È stato strano perché lui è esattamente come ti immagini che sia!

Com’è stato lavorare con Edwyn Collins degli Orange Juice per il brano Remorseful?

È stato grande. Lo incontrammo mentre autografava libri a Manchester, e ci firmò un sacco di demo, CD, che gliavevamo dato. Mi piaceva quel suo pezzo, I never met a girl like you, e un giorno giravo in un negozio pieno di chitarre, e mi misi a suonare con questo pedale. Lui venne da me e mi disse “Matthew, questo è esattamente lo stesso pedale che ho usato in I never met a girl like you!”.

Cosa ne pensi della scena musicale contemporanea nel Regno Unito?

Stiamo vivendo un momento particolare nel Regno Unito. A me piace la musica pop, non mi piacciono soltanto le chitarre, mi piace proprio il pop, e nelle classifiche inglesi (non so se è lo stesso in Italia) si sente solo R&B, dance, è estenuante. E in tutto ciò il pop è amalgamato a tutti questi generi per formare un unico stile musicale che in fondo risulta piatto, omogeneo. E sinceramente non mi sento parte di tutto questo, sono felice che il nostro sia un gruppo organico e sincero.

Per finire: state lavorando con Dave Eringa dei Manic Street Preachers per il vostro prossimo album. Puoi dirci qualcosa al riguardo?

Sì, è finito. Ed è molto migliore del primo! Col primo album a volte era come se non ci fossimo del tutto impegnati nelle idee, mentre ora sì, l’album è a tutto tondo, cinematico si può dire, in un certo senso ricorda Ennio Morricone nei luoghi, i western. Sono molto eccitato all’idea di vederlo uscire. E poi Dave è davvero forte. È in grado di mettere in atto perfettamente le tue idee. Tu pensi una cosa e lui sa esattamente che cosa vuoi e come realizzarlo.

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