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Interviste | Pubblicato il 7 aprile 2015

Dust è una band nata nel 2009 che al momento ha all’attivo un primo EP e un full-length uscito da pochi giorni per Sherpa Records. Le loro sonorità si rifanno ad un sapiente mix tra un gusto rock più classicheggiante e la new wave di fine anni ’70. La loro ultima fatica, On The Go, è il frutto di più d’un anno di lavoro ed è un’opera elaborata, meritevole ed originale che di certo riceverà il giusto riconoscimento nei mesi a venire. Noi, nel frattempo, li abbiamo intervistati per presentarveli come si conviene e per raccontarvi la genesi di questo eccellente disco.

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Iniziamo con una domanda basic per rompere il ghiaccio coi nostri lettori. Come nascono i Dust? Parlateci un po’ della genesi del gruppo.

I Dust sostanzialmente nascono dall’incontro di sei amici accomunati da una passione maniacale per il pop-rock anglofono, soprattutto statunitense, dato che i nostri primi punti d’incontro viaggiavano da classici come Bob Dylan e The Band a fuoriclasse contemporanei come Wilco e The National. Inizialmente si è cercato di riversare quella passione in una volontà di riprodurre fedelmente il sound delle nostre band preferite, muovendoci su un rock dall’accento classico e profondamente influenzato dall’immaginario americano. Col tempo abbiamo poi cercato di sfruttare questo tipo di lavoro come base per costruire una cifra stilistica.

On the Go è il vostro primo disco full-lenght, ed è il frutto di più d’un anno di elaborazione. In cosa, secondo voi, è un lavoro diverso dal vostro EP di debutto Kind? Quali sono le motivazioni di questa crescita stilistica?

“Kind” rappresentava per noi una svolta fondamentale nella composizione dei brani, ma a livello di sonorità era piuttosto debordante, perché al tempo eravamo alla ricerca di un approccio più vigoroso e d’impatto immediato. Con “On The Go” si è invece scelto di smussare il wall of sound chitarristico di “Kind” per restituire una maggiore intimità: le chitarre di Andrea e Riccardo qui raramente si sovrappongo, ma preferiscono dialogare con arpeggi e armonie, mentre l’ambiente è definito dalle pulsazioni del basso e da un tappeto spettrale di synth.

Parlateci di questa vostra scelta decisamente riuscita di fondere un gusto più rock alla The National con un’afflato new-wave. Quali sono gli ascolti o le tappe che hanno portato verso questa direzione?

Effettivamente siamo sempre stati avidi consumatori di dischi post punk e new wave, ma questo lato, in “Kind” rimaneva spesso tra le righe, proprio perché la strategia comunicativa era più classicamente rok n’ roll. Il lavoro che abbiamo fatto successivamente su “(Our Alien) Millennium”, il primo brano che abbiamo arrangiato per “On The Go”, ci ha poi convinti a portare in superficie quei toni dark wave, considerando che si adattavano molto bene anche all’ambiguità dei testi e alle interpretazioni più oscure e compassate di cui avevano bisogno le nuove melodie che stavamo componendo. Per quanto riguarda gli ascolti che possono aver influito in questa direzione potrei citare Joy Division, primi New Order, Wire, The Cure, Echo & The Bunnymen fino alla nuova dark wave di Interpol e The National, ma si tratta più di ascolti che ci sono entrati sottopelle piuttosto che sonorità da tentare di emulare. il primo obiettivo di “On The Go”, infatti, è stato quello di cercare un equilibrio fra queste timbriche oscure e un’interpretazione più emotiva e “di pancia” che è sempre stata la chiave del nostro sound.

Chi di voi si occupa di scrivere i testi? Raccontateci un po’ di come vengono elaborati.

Principalmente sono io (Andrea D’Addato) ad occuparmi dei testi e posso dirti che, nella maggior parte dei casi, la stesura del testo nei Dust viene elaborata quando la musica è già pronta. Lo scheletro dei nostri brani, infatti, tendenzialmente è formato da pochi accordi di chitarra o di piano, su cui però le melodie vocali sono già definitive, anche se costruite su testi nonsense che hanno la sola funzione di adattare il suono delle parole alla musica. Mentre l’arrangiamento del brano è in corso, inizia il processo di scrittura vera e propria, così da creare un immaginario testuale che sia coerente con quello musicale.

Come nasce la collaborazione con Sherpa Records? Pensate che nell’attuale panorama musicale, specie dopo la rivoluzione digitale, le etichette abbiano ancora una funzione importante?

Il rapporto con Sherpa è nato in maniera abbastanza naturale, conoscevamo già personalmente i ragazzi dello staff, avendo lavorato insieme in altre situazioni. La cosa che più ci ha attirato della proposta è stata la crescita esponenziale che questa realtà ha avuto nei primi mesi di attività ed il suo roster, composto da band che conosciamo bene e di cui possiamo dire di essere fans. Essendo il nostro primo Lp ufficiale, l’idea di crescere insieme ad un’etichetta giovane, formata da persone affamatissime di musica e con cui, negli anni, abbiamo costruito un rapporto di fiducia reciproca ci sembrava la cosa migliore da fare.

Vi pongo ora una domanda che faccio spesso agli artisti che intervisto, e che è più che altro una sorta di sondaggio su un problema delicato del nostro paese. Siete iscritti alla SIAE? Se sì, riuscite ad ottenere i proventi derivanti dai diritti d’autore pagati per i vostri concerti? Qual’è la vostra opinione sull’operato di questa società?

Per comodità, quando uscì Kind, l’unico ad iscriversi in siae come autore fu Andrea e quello che possiamo dire, numeri alla mano dopo tre anni è che, per band indipendenti del nostro livello, avere dei guadagni sostanziosi dai diritti maturati grazie ai concerti o i passaggi radiofonici è praticamente impossibile. Diciamo che quando arriva l’assegno annuale, la cifra guadagnata ci permette si e no di ardi una cena al cinese.

Se doveste consigliare un artista italiano e uno straniero attualmente in attività chi sarebbero?

Per quanto riguarda le band italiane dico i Departure Ave., da Roma. Quest’anno col loro “Yarn” hanno trovato un’alchimia perfetta tra reminescenze kraut e un post rock suonato con intenzione jazzata, il tutto con una tendenza alla sottrazione molto matura per la loro giovane età. Tra le band straniere contemporanee i primi che mi vengono in mente sono i Beach House, in apparenza piuttosto lontani da quello che fanno i Dust, ma li considero degli scrittori di canzoni straordinari e la voce di Victoria Legrand ha una potenza comunicativa rara per il panorama musicale attuale.

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