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Interviste | Pubblicato il 4 dicembre 2013

Ammaliati da Ashram Equinox, concepito a quattro anni di distanza da Our Secret Ceremony, abbiamo intervistato i Julie’s Haircut, protagonisti di un’ipnotica, trascinante e suggestiva performance al Blah Blah di Torino. A differenza degli elaborati precedenti, fra i quali ricordiamo Fever in the Funk House, Stars Never Looked So Bright, Adult Situations e After Dark My Sweet, il loro ultimo album fa leva su una ricercata strumentalità priva di dominanti intrusioni vocali.

juliess

In primo luogo potreste chiarire come si è evoluto l’apporto dell’arte visuale e quale legame ha con la musica?

Dunque, le illustrazioni all’interno del cd e la copertina sono di un artista calabrese, Pasquale de Sensi, di cui ci siamo innamorati in una mostra a Modena.

Per quel che riguarda i concerti, invece, impieghiamo dei montaggi creati dal vivo da VJ Klein, che alle volte vengono proiettati su un telo trasparente posto fra noi e gli spettatori; a Reggio Emilia, ad esempio, abbiamo avuto la possibilità di suonare all’interno di diversi musei civici! Infine, quando lo spazio non consente di meglio, facciamo lanciare dalla fonica dei pre-montaggi di materiale visuale di argomento vario: elementi naturali, infrastrutture, arte rupestre o scene di meditazione.

Inoltre Nicola Caleffi, il nostro cantante, ha realizzato i video immessi successivamente su youtube; si tratta di spezzoni di filmati educativi sviluppati da organizzazioni federali americane, volontariamente scelti in contrasto con la musica. È scaturita così una terza natura, che non vuole essere percepita come un’apologia delle droghe, ma come una disturbante psichedelia.

A che cosa sono dovute le sonorità orientaleggianti e i richiami all’induismo dell’ultimo album?

Dietro i suoni di Ashram Equinox non si nasconde un’esperienza di natura beatlesiana, non ha nulla a che vedere con eremiti o mistici, bensì cela una maggiore introspezione; l’incessante indagine sulla natura umana affiora senza subire limitazioni tipiche del pensiero razionale e questo processo si riflette sulla varietà dei ritmi, spesso dispari. Spicca una certa raffinatezza emotiva, una femminilità latente, qualcosa di lusinghiero e affascinante, che Luca Giovanardi  ha arrangiato con una chitarra araba acquistata a Marrakech.

A questo proposito, come avvenne la composizione?

Le atmosfere e le suggestioni di sensibilità orientale del disco sono nate spontaneamente, lontane dal gusto occidentale-positivista; i suoni sono in preda a un flusso emotivo che lascia trasparire l’inconscio. È un po’ come accudire una belva: dal momento che non la si può ingabbiare, si cerca di indirizzarla, ma alle volte non la si può che assecondare ed è qui che scatta l’intoppo, il pericolo.

Abbiamo appunto cercato di mantenerci in equilibrio fra rigidità e impulsività, lasciando che ogni brano maturasse senza esplosioni ritmiche o un controllo oppressivo, ma con statici dinamismi, pochi movimenti, contrappunti fra linee melodiche che si incrociano. Le nostre composizioni hanno le proprietà di cui godono i fluidi, si adattano senza compiere scatti improvvisi.

Che cosa potete dirci riguardo all’apparato vocale?

Nel nostro ultimo album le voci sono impiegate alla stregua di un qualsiasi altro strumento, senza impostazione o abbozzi recitativi. È puro suono, qualcosa di non pianificato che prende forma con il procedere della composizione.

Quali influenze avete subito nel corso dell’elaborazione del disco?

Bhe, l’ispirazione è più legata a film e a romanzi, che non ad altra musica. In un certo senso Ashram Equinox si è sviluppato come 8½ di Fellini, in totale libertà, senza limitazioni o percorsi prestabiliti. Spesso i nostri recensori fanno riferimento a Tarkovskij e a Lynch; in effetti  l’immaginario dell’invisibile, dell’illogico si presta bene a raffigurare il nostro disco. È necessaria una certa sensibilità per coglierne l’essenza, è un po’ come un Mulholland Drive, il centro focale non è la narrazione di una vicenda ma la sospensione della razionalità, l’abbandono, l’estasi.

Con quali artisti -internazionali e non- percepite più affinità?

Premesso che ci riteniamo piuttosto slegati dai trend e dall’attualità, stimiamo i nostrani Valerio Cosi e gli In Zaire, poi Philip Corner, fondatore di Fluxus, Daniel Higgs dei Lungfish (con cui abbiamo avuto modo di esibirci) e i Pharaoh Overlord, fautori di un’elettronica più metal-hardcore.

Questa sera avete suonato “Heart and Soul” dei Joy Division, come vi ponete nei confronti di questo gruppo?

Li ammiriamo profondamente, per questo qualche anno fa partecipammo a un tributo con Peter Hook a Reggio Emilia; allora suonammo “Colony” che ci è più estraneo. “Heart and Soul” ha un riff di basso che invece abbiamo reso istantaneamente nostro, dandogli più calore rispetto all’originale. Un altro brano di cui ci piacerebbe realizzare una cover è “She Lost Control”, chissà che un giorno non la sentiate all’improvviso durante un nostro live.

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