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Interviste | Pubblicato il 7 marzo 2013

In attesa dell’imminente uscita del loro primo album “Sports”, per il collettivo We Were Never Being Boring, abbiamo incontrato a Roma i Love The Unicorn, giovane band della capitale, che dopo l’EP autoprodotto nel 2011, Back to ’98, tornano sulla scena con un lavoro più maturo e dimostrando di avere un talento da non sottovalutare. Il disco, registrato presso gli Snakes Studio di Roma da Giancarlo Barbati, è stato poi missato e masterizzato al Red Carpet Studio di Brescia da Lorenzo Caperchi e Alessandro Paderno (Le Man Avec Les Lunettes).

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1) Voi vi eravate già presentati con un EP autoprodotto nel 2011, cos’è cambiato da Back to ’98?

Come succede un po’ a tutti i gruppi, anche per noi c’è stata un’evoluzione principalmente musicale, ma anche in un certo senso personale. Il cambio di formazione è stato sicuramente importante (Raffaele Capasso, basso e tastiere, si è unito al gruppo dopo l’uscita di Back to ’98), e parallelamente abbiamo proceduto a una rivisitazione di generi e di idee: da qui siamo partiti per arrivare a quest’ultimo progetto. Abbiamo poi cercato di lavorare molto insieme, di stare chiusi a lungo in studio. Anche a livello di strumenti, c’è stata l’aggiunta e l’eliminazione di determinati componenti, sono stati inseriti ad esempio molti synth, che prima non c’erano. Un pezzo che rispecchia molto bene questo cambiamento è Girlfriend, una vecchia canzone che è stata però rivisitata alla luce di questa trasformazione.

2) Come avete gestito il materiale, avete inserito tutti i pezzi che avevate o c’è stata una scelta? Se sì, quali sono stati i criteri di selezione?

Noi eravamo partiti con l’idea di fare un disco con più tracce, ma successivamente, durante la registrazione, ci siamo accorti che non tutti i pezzi erano simili per quanto riguarda il sound, perciò abbiamo deciso, in accordo con la nostra etichetta, che sarebbe stato meglio far uscire un minor numero di pezzi, che fossero però più uniformi e di maggiore impatto, tutti singoli per così dire. Ne deriva un disco molto orecchiabile e omogeneo a livello di suono. Tenere fuori le altre tracce è stato il risultato di una sorta di selezione naturale che si è svolta in fase di missaggio, per creare un lavoro coerente senza che fosse noioso o ripetitivo, più simile a noi. In questa direzione ci ha spinti molto l’etichetta, che c’ha spiegato come l’uscita di un progetto con poche tracce, ma compatto, fosse preferibile per quanto riguarda la ricezione da parte del pubblico. Sicuramente non è stato facile accantonare alcuni brani, dato un certo legame affettivo, e in un primo momento eravamo dubbiosi, ma col senno di poi è stata la scelta più giusta: non è importante dire tutto subito, ma avere le idee chiare. Ci sarà tempo per il resto.

3) Come vi siete trovati a lavorare con WWNBB?

Per noi è stato innanzitutto un traguardo importante approdare a un’etichetta, ma quello che ci ha fatto più piacere è stato approdare proprio a questa etichetta, dato che siamo fan di tutti i loro progetti. Si può dire che siamo stati una sorta di scommessa per loro, perché hanno sentito le nostre canzoni e gli sono piaciute, ma ci hanno anche detto che era la prima volta che lavoravano con un gruppo che non conoscevano di persona, perciò c’è stata accordata questa fiducia a scatola chiusa, che ci siamo sentiti in dovere di ripagare lavorando sodo. I consigli che ci hanno dato sono stati sempre preziosi, dal momento che venivano da persone competenti e del settore, e ci siamo impegnati molto per seguirli al meglio.

4) Parlateci della scelta del titolo e dell’artwork.

Diciamo innanzitutto che per quest’album cercavamo un nome corto, d’impatto, che rimanesse bene impresso. La scelta della parola “Sports” è nata un po’ per caso, pensando a quello che è stato e che è tuttora il nostro percorso: la nostra è una formazione piuttosto eterogenea, tra di noi c’è infatti chi lavora e chi studia, e andare alle prove, fare i live, erano proprio il nostro sport in un certo senso. “Sport” quindi sia come un qualcosa che facevamo al di fuori degli impegni quotidiani, sia come un qualcosa che ci faceva stare in forma, una parola che leghiamo al concetto di benessere. Ci piaceva l’idea, connessa con l’etimologia del termine, del muoversi, del viaggiare, dato il nostro voler uscire da Roma e perché no, anche dall’Italia.

Per quanto riguarda la copertina ci siamo affidati a un grafico molto famoso a Roma, Federico Antonini, che aveva già lavorato per i Cani e altri gruppi, e gli abbiamo lasciato carta bianca, non c’è stato niente di concordato in precedenza. Quello che di più ci interessava era di fare in modo che il titolo restasse bene in mente, e per questo sulla copertina compare una grande scritta “Sports” in rosso.

5) A che punto del vostro percorso vi trovate? Vi sembra di aver raggiunto un sound che vi rispecchia e soddisfa?

Nella musica è sempre difficile stabilire a che punto si è arrivati, ma possiamo dire sicuramente di essere soddisfatti, soprattutto perché cominciamo a uscire da Roma, a fare molti live, ma in ogni caso siamo all’inizio, non ci sentiamo arrivati ma piuttosto “nati”, come se questa fosse la nostra ri-nascita. In fondo questa è una possibilità che c’è stata data, e che va sfruttata al massimo. Non lo consideriamo un punto d’arrivo, dev’essere considerato un principio. Non è di certo nostra intenzione sederci sugli allori solo perché siamo stati presi da un’etichetta famosa.

Per quanto riguarda il sound un compromesso l’abbiamo dovuto trovare: inizialmente la nostra idea era quella di usare un riverbero maggiore, dei suoni più sognanti, ma poi ci siamo resi conto che quello che ci importava era di non imitare ciò che va di moda adesso, perché un sound che ha successo adesso c’è il rischio che tra un mese non vada più, quindi cercavamo una cosa che nel tempo potesse restare sempre valida. E inoltre, con un sound che va di moda si rischia sempre di diventare una delle tante band con lo stesso suono.

Ad ogni modo comunque i compromessi più grossi poi sono tra noi, perché abbiamo tutti delle formazioni musicali diverse, quindi ci sono sempre discussioni e scambi di idee, e questo va senza dubbio a beneficio del risultato finale

6) Quali sono i vostri progetti per il prossimo futuro?

Sicuramente ci prepariamo a girare il più possibile, già abbiamo qualche data fuori Roma che non vediamo l’ora di fare, e poi ci aspetterà un tour per promuovere l’album. La presentazione (l’album è in streaming dal 4 marzo) si terrà il 30 marzo all’Init di Roma.

Abbiamo comunque anche già iniziato a scrivere altri pezzi, perché portare avanti la promozione non sappiamo bene quanto tempo possa richiedere, e non sappiamo neanche quanto tempo possa richiedere tornare in studio per registrare un nuovo lavoro, quindi stiamo cercando di anticiparci.

Ovviamente speriamo che il disco piaccia e che quindi ci sia possibile promuoverlo su larga scala.

7) Che cosa ascoltano e a cosa si ispirano i LTU? Cosa vi ha colpito fra le ultime uscite e quali aspettate?

Le nostre influenze si può dire che sono molteplici, dato che abbiamo gusti molto diversi: per quanto riguarda la scrittura dei pezzi, ad esempio, abbiamo apprezzato molto negli ultimi anni i Girls, mentre per le chitarre si sente soprattutto la presenza degli Strokes e dei Phoenix. Un altro gruppo da cui abbiamo tratto una certa ispirazione sono i Real Estate.

A proposito di uscite recenti c’è piaciuto l’album solista di Christopher Owens dei Girls (Lysandre, Fat Possum / Turnstile, 14 gennaio 2013), Mac DeMarco (2, Captured Tracks, 16 ottobre 2012), che sta cominciando ora a cavalcare l’onda, e di cui tra l’altro portiamo una cover, l’ultimo progetto The Babies (Our House On The Hill, Woodsist, 13 novembre 2012), il disco dei Brothers in Law (Hard Times For Dreamers, WWNBB, 30 gennaio 2013), nostri compagni di etichetta, con cui abbiamo suonato al Fusolab 2.0 a Roma lo scorso 23 febbraio.

Tra i lavori che aspettiamo di sentire c’è sicuramente il nuovo album dei Phoenix, anche se il singolo non c’è piaciuto troppo, ci aspettavamo meno pop, ma anche quello degli Strokes e degli Shout Out Louds.

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