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Interviste | Pubblicato il 1 aprile 2014

I Public Service Broadcasting (J. Willgoose e Esq. & Wrigglesworth) hanno appena concluso il loro tour italiano di cinque date (Roma, Milano, Padova, Firenze, Bologna). Li abbiamo intervistati in occasione della tappa fiorentina.

PSB rox

Il vostro album rivela la presenza di materiale piuttosto eterogeneo, qual è l’idea che sta alla base di questo lavoro?

(J) Sono trascorsi quattro anni da quando ho cominciato a scrivere canzoni usando i samples che trovavo nei filmati di informazione pubblica, è stato un processo piuttosto lungo, e soprattutto c’è voluto tempo anche per inserire Wrigglesworth, perché all’inizio ero solo io. E inoltre nel corso di questi anni anche le intenzioni sono cambiate, più scrivevamo pezzi e più trovavamo storie interessanti e profondamente toccanti, come in Everest, che è il pezzo più nuovo sotto questo aspetto.

Le tracce sono costruite in modo molto elaborato, come gestite il processo creativo?

(W) Io faccio la maggior parte del lavoro.

(J) Sì è vero in effetti! Wrigglesworth si occupa della batteria, delle percussioni e di fare ricerca, mentre io contribuisco più che altro nell’avere una prima idea della musica e nel metterla per iscritto. I due momenti non si presentano in un ordine determinato, succede che a volte venga prima l’uno e a volte l’altro. E poi in un secondo momento lavoriamo insieme, come una band normale insomma, buttiamo giù delle idee e le elaboriamo.

L’aspetto che più colpisce della vostra musica è l’approccio post-moderno al passato. Cosa ci potete dire a riguardo?

(J) C’è molta ironia in quello che facciamo e nel modo in cui lo facciamo, il che non significa che manchi la sincerità, perché quella è senza dubbio una parte fondamentale.

Penso che l’idea di base sia prendere qualcosa di vecchio e costruirci sopra qualcosa di nuovo, ma non solo nel senso di aggiungervi qualcosa, si tratta di “creare” qualcosa di nuovo e diverso a partire da materiale del passato. Spesso cambiamo il senso degli originali ad esempio, o comunque anche se prendiamo un sample così com’è il significato cambia all’interno del contesto che intendiamo dargli.

Come avete scelto i samples?

(J) Guardo i film e faccio una lunga lista. Per Everest ad esempio avevo un elenco lunghissimo di pezzi, che ho cercato di mettere insieme per creare una storia. Se li avessi messi tutti sarebbe venuta fuori una traccia di mezzora! Alcuni ovviamente funzionano meglio di altri, alcuni magari hanno molta musica già dall’originale, e anche se sembrano buoni non li puoi usare, e poi a volte sono talmente perfetti che li devi usare comunque, cercando di amalgamare i suoni, e questa è la parte davvero difficile.

E per quanto riguarda Everest ad esempio, l’avete scelta perché eravate interessati alla storia?

(J) Sì ecco, è divertente perché quando abbiamo pubblicato l’ep, che girava intorno alla Seconda Guerra Mondiale, la gente ci chiedeva continuamente “perché siete così affascinati dalla Seconda Guerra Mondiale?”, ma a me non interessa affatto a dire il vero! Nessuno dei due è appassionato di storia militare. Le due cose che mi interessano: le montagne e lo spazio. E lo sport. In realtà mi interessano molte cose! Ma le montagne, sai, quando ti circondano, e ti guardi intorno, tutto sembra al posto giusto. Questo è il brutto di Londra, le montagne fanno schifo! Che poi non le scalo mica, sono un codardo. Mi piace guardarle. Per questo mi incuriosiva l’Everest, perché assieme alle Ande è il posto dove mi piacerebbe di più andare. Anche se non so bene perché!

Nel vostro album c’è qualche influsso musicale particolare?

(J) Sì, un paio di pezzi che ho scritto volevo che suonassero come Dj Shadow. Ma l’intento è fallito. Alcune cose volevo suonassero come i Massive Attack, ma niente. Ci sono poi le band più legate alle chitarre, come i Radiohead, Mogwai, sono molte.

Come pensate che si inserisca il vostro prodotto all’interno del panorama musicale di cui fate parte?

(W) Penso che saremo i numero uno!

(J) Noi non abbiamo un vero e proprio cantante, come molte band, ma comunque ci sono tanti gruppi che fanno cose simili a noi. Penso però che noi abbiamo un concetto alle spalle molto forte, abbiamo una buona idea e ruotiamo intorno a quella, e penso che questo ci permetta di uscire dalla massa, è questo che attira l’attenzione delle persone.

Proprio questo gran numero di gruppi rende difficile focalizzare l’interesse del pubblico.

(J) Sì è vero, però sono convinto che se hai una buona idea è facile essere notati. Poi noi non dipendiamo da case discografiche, noi siamo la nostra etichetta. Abbiamo fatto molto bene in UK. E poi per quanto riguarda la promozione, rendere accessibile la musica a chi vuole comprarla, ora è probabilmente più facile che mai, ma la competizione è dura. Ci sono gruppi veramente pessimi, anche se è brutto da dire, ma molti fanno roba buona, è difficile emergere, e per questo avere un’idea precisa alle spalle è fondamentale.

C’è qualche band con cui vorreste collaborare?

(J) Ce ne sono molti. Nel mondo dei sogni i Radiohead.

(W) Jay Z e Kanye West.

(J) Sul serio? Sarebbe interessante…

(W) Terribile per loro!

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