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Interviste | Pubblicato il 15 giugno 2015

The Yellow Traffic Light sono una band attiva ormai da diversi anni e con un paio di EP alle spalle. Le loro sonorità si rifanno in parte alla new wave, ma soprattutto attingono a piene mani allo shoegaze anni ’90, genere in cui il quartetto si destreggia con abilità e buon gusto. Il loro ultimo disco, Dreamless, è uscito qualche mese fa ed è un’opera valida che rivendica un’attenzione più che meritata per le sorti di questa band nostrana dall’afflato tanto internazionale. Qualche tempo fa li abbiamo intervistati per voi e questo è ciò che è venuto fuori dalla nostra breve chiacchierata.

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Cominciamo con un po’ di storia della band. Come è nato il progetto The Yellow Traffic Light?

I The Yellow Traffic Light nascono nel 2012 dalle menti di Jacopo Lanotte (voce, chitarra, tastiere), Luca Chiorra (batteria) e Angelo Viviani (basso) dopo essersi incontrati ad un Master Camp musicale in montagna.

Quali ritenete siano le differenze maggiori tra il vostro primo EP, Home At Least, e la nuova uscita Dreamless? Quanto hanno pesato i cambi di formazione su questi cambiamenti?

Home At Least si compone di cinque brani per lo più strumentali dove le prime influenze psych-prog si mischiano e si riarrangiano con il nuovo amore musicale ed estetico del cantante chitarrista: lo shoegaze e gli anni 90. Nel febbraio 2014 il bassista originario, Angelo Viviani, decide di lasciare il progetto e di conseguenza è stato necessario riadattare i brani a una neonata formazione a quattro dove: Lorenzo Avataneo si è proposto come bassista mentre a Federico Mariani oltre alla chitarra viene affidato il synth. Il cambiamento di formazione ci ha portato in una direzione più melodica, se si può dire. I nostri ascolti sono molto cambiati e anche quello che scrivevamo ha seguito un’evoluzione. Da qui è nato il secondo lavoro Dreamless che ci piace molto, e per il momento stiamo cercando di promuoverlo il più possibile suonando dal vivo.

 Leggo che come gusti stilistici siete partiti da un’attitudine più classicheggiante per approdare successivamente, come ben si sente nel vostro ultimo lavoro, a sonorità che richiamano principalmente lo shoegaze ed in generale determinate correnti del post-punk. Quali sono state le ragioni di questa evoluzione?

Nel tempo gli ascolti sono variati notevolmente influenzando di conseguenza il nostro suono; si può dire semplicemente che suoniamo ciò che ci piacerebbe ascoltare. lo scenario shoegaze ormai ci appartiene interamente sia dal punto di vista sonoro che visivo; il video del nostro primo singolo April è infatti girato in vhs proprio per rimandare agli anni 90.

Chi di voi si occupa dei testi? Qual’è la loro genesi?

Per la maggior parte dei nostri brani i testi arrivano dopo l’arrangiamento. Spesso infatti le canzoni non hanno delle vere e proprie parole che le compongano ma semplicemente frasi sconnesse, abbozzi direttamente cantati in inglese sulla linea strumentale. Ovviamente quando poi i brani sono già da un po’ rodati e vengono registrati, come nel caso di Dreamless, i testi assumono anch’essi delle strutture più definite. Principalmente è Jacopo, il letterato del gruppo (ahah) a occuparsene. I tre testi di Dreamless come in linea di massima tutte le composizioni letterarie proposte da Jacopo, trattano temi introspettivi e intimi, relativi ad esempio al rapporto romantico tra uomo e sublime naturale, che s’intreccia talvolta con tematiche amorose, contemplative ( April per es.) oppure testi come “Care” dedicati alla passione per la musica e alla sua potenza visionaria ed onirica o ancora alla tematica diciamo storico-letteraria più moderna legata all’alienazione dell’uomo contemporaneo nella società, alla disgregazione degli antichi valori, al senso di vuoto, alla solitudine.

Cosa ne pensate dello stato della musica nel nostro paese? Sia come musicisti che come fruitori.

La maggior parte dei gruppi che seguiamo è straniera, i restanti italiani sono pochi. tra questi ricordiamo i New Candys, nostri amici, che abbiamo aperto al Lapsus di Torino quando ancora eravamo in tre.

Siete iscritti alla SIAE? Se sì, riuscite ad ottenere i proventi derivanti dai diritti d’autore pagati per i vostri concerti? Qual è la vostra opinione sull’operato di questa società?

Subito dopo aver registrato Dreamless ci siamo iscritti a Soundreef, non possiamo ancora dire nulla al riguardo in quanto le tracce caricate sono state approvate da poco e solo ora inizieremo a utilizzarlo per i prossimi concerti.

A distanza di un po’ di tempo dall’uscita di Dreamless quali sono i vostri riscontri? Che progetti avete ora per il futuro? Si prospetta all’orizzonte un disco full-lenght?

Tutti e quattro possiamo dire senza ripensamenti che Dreamless sia stato un grande inizio, abbiamo finalmente iniziato a suonare in giro per l’Italia e i riscontri sono stati positivi. Sicuramente ci aspettiamo di suonare il più possibile in giro e perché no un LP sarà certamente uno dei nostri progetti futuri.

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