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Interviste | Pubblicato il 17 agosto 2013

In una torrida serata d’inizio Agosto,nell’atmosfera noir di un piccolo bar di Provincia abbiamo incontrato  Mario Izzo, ideatore del progetto Mahùt e già fondatore del progetto Rievoluzioni, intento a concedere spazio a musicisti emergenti e talentuosi. Già segnalati e in uscita con la nostra SOM non-label, abbiamo cercato d’approfondire e carpire le linee guida che tracciano il percorso di questo primo Ep dei Mahùt. Il risultato è stato una chiacchierata molto stimolante che ha valicato i limiti dell’ambito musicale.

Mario Izzo- Mahùt

Iniziamo con una domanda di rito. Quando nasce il progetto Mahùt e da chi è composto?

Il progetto Mahùt inizia a prender forma nel 2010, da un’idea sostanzialmente  mia e di Ludovico Rescigno. E’ stato il periodo in cui iniziai ad innamorarmi letteralmente delle sonorità Post-Rock, grazie soprattutto all’ascolto dei Sigur Ròs che hanno mutato il mio modo d’approcciarmi alla musica.Da lì nacque l’idea di metter su una band che riuscisse a ricreare un po’ quelle atmosfere e, dopo una serie di live, iniziammo a registrare qualche pezzo che avevamo già composto con l’aggiunta di un po’ d’elettronica, che è divenuta poi una componente caratterizzante dei nostri pezzi. Oltre me e Ludovico, il cui posto è stato rimpiazzato successivamente da Gabriele Albano alla batteria, altri componenti della band sono Giovanni Botta al basso e Giulio Santaniello alla chitarra.Il nome della band,invece, è stato scelto in relazione ad un evento che ci fece un po’ sorridere e che riguarda il tennista Nicolas Mahut, il quale nel 2010 è divenuto una legenda di Wimbledon per aver giocato una partita lunga 11 ore e 5 minuti e aver alla fine perso contro il suo avversario. Ci piacque l’idea di un uomo divenuto legenda non per la sua vittoria bensì per la sconfitta.

Nonostante siate al vostro primo Ep, è palpabile una ricerca sonora ben congegnata ed elaborata. Quali sono le motivazioni che portano un artista a spingersi nel limbo del Post-Rock?

Io credo che la musica rispecchi un po’ le proprie attitudini o il proprio universo interiore, se vuoi. Io, purtroppo o per fortuna, non sono mai stato capace di seguire le strade più semplici, anzi ho sempre cercato qualcosa che sfuggisse al tradizionale, al quotidiano. Sicuramente, come ti dicevo prima, hanno pesato sull’elaborazione dei pezzi l’ascolto di band come Mogwai, Mùm ed anche i When the clouds, con cui ho avuto anche il piacere di collaborare per un breve periodo. Ho un amore incondizionato specialmente per quei rumori di fondo riscontrabili prevalentemente nei pezzi dei Mùm, da lì allora ho cercato di mescolare un po’ vari ingredienti lasciandomi trasportare dalle sensazioni che ne scaturivano. Il risultato è quello che ascolterete nell’Ep.

 “We never look up” sarà pubblicizzato e “rilasciato” tramite la nostra non-etichetta SOM non-label, a testimonianza di un ottimo lavoro di produzione.  Vorrei chiederti, però, come prendono forma concretamente brani così suggestivi e caratterizzati esclusivamente da un complesso tappeto di suoni?

La musica è un fenomeno incomprensibile per quanto mi riguarda. Senza azzardare paragoni eccessivi, l’immagine più esplicativa che posso fornirti è quella di un pittore che inizia a lavorare alla bozza di un quadro e poi, in fase d’elaborazione, inizia a tirar fuori nuovi colori, sfumature, punti di fuga. I pezzi dei Mahùt partono da una suggestione mia personale, poi vengono stravolti in maniera a volte inaspettata anche per me.  Il punto di partenza è quasi sempre il pianoforte, poi inizio a strutturare il pezzo aggiungendo basso, chitarra, batteria. E’ piuttosto complesso, ti ripeto, poiché non siamo una band con crismi tradizionali, quindi sono brani che hanno un lavoro in termini d’ore d’ascolto non indifferente. Un’opera ardua ma soddisfacente.

A proposito di suggestioni, è innegabile un potere fortemente evocativo dettato dall’ascolto dei vostri pezzi. Mi piacerebbe sapere se c’è un’immagine ricorrente che ti prefiguri e che funge da Musa in fase di composizione.

Sicuramente, come dicevi, la componente emozionale è fondamentale durante la fase di composizione. Considera che i brani dell’ Ep e sostanzialmente tutto ciò che compongo ha come ambientazione di riferimento la mia piccola mansarda con vista panoramica su paesini del Salernitano. Inoltre mi sono accorto d’essere molto più ricettivo e produttivo nel periodo di massima che va dall’autunno fino ai primi tepori della primavera e credo che si senta un po’ anche nei pezzi questo gelo che si scioglie gradualmente fino a divenire radioso, o almeno spero (sorride). Tornando invece al ruolo delle immagini, posso assicurarti che anch’esse ricoprono un ruolo fondamentale, infatti nel mio immaginario ricorrono sempre paesaggi bucolici un po’ isolati o dalla scarna vegetazione. C’è tutto un rincorrersi di queste suggestioni, che hanno fatto da sfondo anche ad alcuni primissimi live poiché sono convinto che a volte la musica non può essere soltanto ascoltata ma vada anche visualizzata e viceversa.

Come mi dicevi prima, hai avuto modo di collaborare con il progetto “When The clouds” che pur ha ottenuto diversi riconoscimenti.  Se ne avessi la possibilità, con chi ti piacerebbe collaborare a livello nazionale o internazionale?

Qui esagero e ti faccio i nomi dei gruppi che hanno maggiormente segnato il mio background musicale: Sigùr Ròs in primis, per l’epifania che hanno significato per me. Poi direi senza esitazioni Mogwai e Mùm. In realtà ascolto tantissima musica e mi piace scoprire sempre nuove sonorità ma il podio, per me, lo guadagnano queste tre band.

Sonofmarketing è attento anche all’ambito strettamente cinematografico. Per quale genere di film o regista ti piacerebbe venisse scelta la musica dei Mahùt?

Non ti nego d’avere una passione forte per il mondo del Cinema e d’aver composto molto pezzi immaginandomi movimenti di camera o scene che potessero avere la musica dei Mahùt come sottofondo. L’attrazione per questa forma d’arte è uno stimolo in più per quanto mi riguarda e sono diversi i registi che mi piacerebbe scegliessero la mia musica, uno su tutti Paolo Sorrentino, che lo reputo tra i migliori comunicatori cinematografici. Di lui amo come riesce a plasmare le immagini e a farle relazionare con la componente musicale: un vero maestro.

Addentriamoci nelle insenature dell’Ep .Ci spieghi la natura del titolo che ho trovato alquanto ermetico?

We never look up è una critica amara alla generazione attuale. Non vogliamo fare i bacchettoni né lanciarci in disamine sociologiche ma ci sentiamo molto delusi dai nuovi modi in cui si vengono a creare le relazioni tra gli individui o come questi interagiscano tra loro.

“Non guardiamo mai in alto” vuol significare essere assorbiti completamente dal mondo virtuale, che di per sé è irreale, immateriale e che, nonostante accomuni migliaia d’utenti, rende quest’ultimi sempre più soli poiché incapaci di staccarsi dallo schermo luminoso del proprio cellulare e magari scambiare idee, sensazioni o anche semplici “chiacchiere” con un interlocutore reale, fisico. Ci piacerebbe che la nostra musica arrivasse in profondità all’ascoltatore e lo portasse in un mondo etereo ma non virtuale.

Ogni traccia di “We never look up” sembra farsi portavoce di un messaggio o di una storia a sé stante, ma qual è, secondo te, quella che meglio rappresenta il significato di questo primo lavoro?

Riascoltando i pezzi dopo averli registrati mi sono reso conto di una dualità di fondo che attraversa senza sosta l’intero ep. In pratica credo ci sia una sorta di yin e yang, il cui continuo contrasto porti ad un’unica interezza ed è un processo che è venuto fuori quasi senza volerlo. I brani che meglio rappresentano questa dualità sono: May Revolution, molto delicata e con rimandi poco celati alle sonorità algide dei Sigùr Ròs e la title-track We never look up, molto più ruvida e cattiva e che ho ritrovato molto vicina allo scarno post-rock dei Mogwai. Tuttavia credo che la particolarità di questo genere musicale sia quello di dare la possibilità ad un ascoltatore attento di percepire sensazioni mai uguali o scontate.

Un progetto così complesso credo sia difficile presentarlo in una veste live. State lavorando su questo?

Purtroppo tocchi un tasto dolente poiché al momento ci risulta molto difficile portare in giro per i locali il nostro progetto. E’ un lavoro che richiede molti mesi di prove e che non può essere improvvisato alla buona, pertanto servirebbe una disponibilità di tempo maggiore che quasi nessun componente del gruppo riesce ad offrire. Ci tocca accontentarci per ora ma l’obiettivo che perseguiamo è quello di dare una veste live alle tracce dell’ Ep e non lasciarle rinchiuse esclusivamente in un formato digitale.

Ci sono già altri progetti in cantiere o per il momento vi soffermate  sulla valorizzazione dell’ Ep?

Non amo restare immobile soprattutto da un punto di vista produttivo ed infatti sto già lavorando ad un progetto un po’ più ampio. Ho già qualche pezzo pronto per un eventuale album che spero possa uscire per l’anno venturo, poi resta il tarlo dell’esperienza live a cui spero riusciremo ad ovviare. Per il momento ci godiamo We never look up con la speranza di creare interesse intorno al nostro progetto.

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