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Interviste | Pubblicato il 2 febbraio 2015

Abbiamo raggiunto telefonicamente il cantautore milanese Paolo Saporiti per parlare del doppio ep Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza, uscito il 23 Gennaio per l’Orange Home Records. Una chiacchierata intensa ed a cuore aperto.

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Dopo i primi quattro album in lingua inglese, nel 2014 arriva l’album omonimo “Paolo Saporiti” a stravolgere un po’ le carte in tavolo. Ora con “Bisognava dirlo a tuo padre…” sembra che la tua scrittura abbiamo raggiunto un livello, se possibile, ancora superiore rispetto al lavoro precedente.

La scelta di passare ad una scrittura che ponesse al centro l’idioma nostrano è derivata da una necessità di arrivare ad un pubblico più ampio e che avesse i mezzi per comprendere i messaggi che intendevo lanciare con la mia musica. Mi piaceva l’idea che la mia evoluzione prima come uomo e poi come artista potesse in qualche modo esser percepita anche da chi ascolta le mie canzoni. La mia formazione, invero, è prettamente di stampo anglofono ed è testimoniata anche dai miei primi lavori. Ora, nonostante gli ultimi due album, continuo a scrivere brani in lingua inglese poiché non riesco proprio a farne a meno.

Il messaggio alla base della tua musica è di carattere sostanzialmente emozionale.

Esattamente. Il percorso avviato con “Paolo Saporiti” prima e con il doppio ep ora mirava proprio a suscitare una reazione emozionale che facesse da rimando a quelle che mi hanno portato alla realizzazione di quei pezzi. C’è davvero una parte consistente dell’universo di Saporiti-uomo in quelle canzoni.

Nel teaser che ha anticipato l’uscita del doppio ep si parla di “un ritorno all’ascolto e alla sensibilità dell’ascoltatore” come obiettivo cardine.

Diciamo che si tratta di un intento che mi piacerebbe divenisse un po’collettivo tra coloro che fanno parte dell’intera filiera musicale. Purtroppo, negli ultimi anni soprattutto, pochi operatori hanno cercato di tenere alto il livello d’attenzione e di proposta: parlo dei gestori dei locali, ad esempio, che si accontentano esclusivamente della logica dei numeri o tante altre piccole mancanze che hanno causato una caduta verticale della produzione di musica di qualità. Quello che io chiedo, come autore, ai miei ascoltatore è uno “sforzo” nell’ascolto. Non ho intenzioni di realizzare musica che sia popolare o che si avvicini a standard attualmente diffusi. Mi piacerebbe, ecco, che si coltivasse nuovamente il piacere dell’ascolto e della ricerca per il bello musicale!

Eppure nella tua bio definisci “pop”  l’impostazione della tua musica mentre “criptico” l’approccio alla realizzazione dei testi. Ci spiegheresti la differenza?

Alla base del progetto c’è sempre e comunque l’idea di voler comunicare un messaggio all’esterno, quindi almeno l’impostazione deve essere a suo modo immediata. Soprattutto in “Bisgonava dirlo a tuo padre…” ho cercato un po’ di esasperare questa sperimentazione, allargando la forbice che mi pareva d’aver centrato col disco prima, dove appunto utilizzavo la lingua italiana per raggiungere più facilmente gli ascoltatori pur non tralasciando arrangiamenti abbastanza estremi e che richiedevano una maggiore attenzione. Con questo doppio ep da poco uscito, invece, con gli arrangiamenti mi sono avvicinato maggiormente al pop (come apertura comunicativa), mantenendo criptici i testi. Una sorta di operazione contraria ed eversiva.

La prima sensazione all’ascolto del doppio ep è quello di trovarsi di fronte a due dischi completamente diversi nonostante condividano gli stessi testi.

Era uno dei nostri obiettivi e mi fa piacere che sia stata percepita in questo modo. La decisione di avvalermi di una doppia produzione artistica (Abbate/Iriondo) rientra in una sperimentazione volta a dimostrare che, pur partendo dalla stessa materia (testi, strumenti), si possono ottenere mondi sonori completamente differenti e distorti. La mano di Xabier Iriondo è stata fondamentale sotto questo punto di vista. Le due anime contrapposte dell’ep sono visibili un po’ovunque in questo lavoro, a partire dal packaging.

A sorprendere, in tutto questo continuo sperimentare, è la cover di un celebre brano di Fabrizio de Andrè – “Hotel Supramonte”.

De Andrè è uno dei pochi cantautori italiani che ho ascoltato negli anni. Fino a qualche tempo fa era un artista per me inavvicinabile poiché molto legato alla figura di mio padre, che ricordo cantare le sue canzoni solo chitarra e voce. C’è un forte coinvolgimento emotivo come avrai ben capito e, probabilmente, la scelta di questa cover è come la quadratura del cerchio iniziata con l’album “Paolo Saporiti”.

Proprio a partire dall’album precedente si avverte un’attenzione particolare verso tematiche al nucleo familiare. E’esatta questa deduzione?

Come già ti accennavo poco fa, ci sono molte tematiche estremamente personali che vengono fuori da questi due ultimi album. Il titolo del doppio ep di Gennaio è estrapolato da una conversazione realmente avuto con mia madre mentre uno dei soggetti ricorrenti è per l’appunto mio padre, che realmente ha convissuto con il male psichico della schizofrenia e che in qualche modo ha condizionato anche il mio modo di viver e sentire determinate cose. Tutto ciò si respira nella musica, nei contenuti fotografici e video che sto utilizzando in questa fase iniziale di promozione del disco e spero possa continuare in futuro in modo ancora più evidente.

Vedremo in giro questo interessante progetto?

Mi auguro di sì ovviamente. Il senso di tutto questo è finalizzato al suonare e al portare in giro il proprio progetto. Non è semplice in questo momento storico ma stiamo cercando di chiudere un po’di date su e giù per la penisola e solo successivamente potremo poi fare un resoconto.

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