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Interviste | Pubblicato il 29 maggio 2015

Sacri Cuori è il gruppo creato e guidato dal chitarrista e compositore Antonio Gramentieri. Lo scorso 22 Maggio, la band emiliana, ha pubblicato, per Glitterbeat Records, “Delone” – terzo album in studio – e ne abbiamo approfittato per scambiare qualche battuta proprio con il fondatore, Antonio Gramentieri.

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 ”DELONE è il lavoro più italiano e, al tempo stesso, più internazionale del gruppo”, si legge nella nota di presentazione. In che misura convivono queste due sfumature e, soprattutto, quanto è stata realmente ricercata questa sintesi?

Credo che la strada, cioè il percorso, abbia deciso per noi. Siamo nati, come musicisti, guardando l’america e i suoni internazionali da un osservatorio di provincia. Li abbiamo studiati, metabolizzati, suonati per anni, progressivamente meglio. Alla fine anche da loro, e anche con loro. Poi un giorno abbiamo sentito che la nostra tensione melodica italiana, il nostro modo di portare il tempo e il canto stava tornando fuori da sotto. Magari dalla genetica, da memorie dimenticate, da zone che ci appartengono intimamente ma di cui non abbiamo il pieno controllo. Abbiamo accettato che queste due anime (quella internazionale e quella italiana) trovassero un luogo di incontro dentro di noi, un abbraccio poco per volta, senza forzare, senza accostamenti studiati a tavolino. Delone è un disco nato in una sorta di esilio, molto distante dall’Italia, lungo tre anni di tour continui. Paradossalmente questa distanza ci ha aiutati a mettere a fuoco ancora meglio il nostro senso di identità. Specchiarla nelle differenze, e nelle tante “idee” di Italia che si trovano per il mondo. Tutte più romantiche di quanto potessimo aspettarci.

Questo terzo album dei Sacri Cuori è stato accolto come <<punto di svolta>> per la vostra attività artistica. Sei d’accordo con queste parole o si tratta di naturale evoluzione?

Credo sia un disco in cui si vede un buono scatto avanti, come nostra consapevolezza di compositori e arrangiatori. E credo che ci sia molto senso della sintesi, e della messa a fuoco. In questo senso è naturale evoluzione, ma anche il momento in cui molti dei semi sparsi negli anni vanno (o non vanno) a pianta, e a frutto, quindi ci sono dei rischi, certo benché sia una ricerca che ci interessa, stavolta non ci volevamo nascondere dietro musica dilatata, di ambiente, inafferrabile, astratta. Volevamo anche sfidarci su piani di maggiore immediatezza, senza snaturarci. credo che la sfida di scrivere una canzone sia una bella sfida, per qualsiasi band.

 La duttilità sonora di “Delone” ha maggiormente avvicinato il pubblico italiano alle vicende artistiche dei Sacri Cuori. Paradossalmente avete trovato maggiore spazio al di là dei confini nazionali ma cosa manca, secondo te, ai musicofili italiani?

Ho da tempo superato l’età in cui si dà la colpa agli altri o al “sistema” del proprio mancato successo. A noi le cose non vanno male, siamo quasi sostenibili. Quando suoniamo in un posto, la volta dopo a vederci c’è più gente sempre, invariabilmente, quindi bisogna continuare a suonare, e provare a farlo bene. e magari uscire un filo dalla mentalità dei colonizzati culturali, per cui si è sempre la copia al ribasso di qualche fenomeno straniero.

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A proposito di “tiro internazionale”, nel disco spiccano collaborazioni prestigiose con diversi artisti (Evan Lurie, Marc Ribot, Howe Gelb, Steve shelley), ma c’è qualche musicista italiano che avresti voluto coinvolgere?

Troppi, troppi. Ho un sacco di amici bravissimi, prima o poi faremo un disco tutti insieme, il primo di chitarre a go-go con Martellotta dei Calibro, con Asso dei Guano e con tanti altri. Magari anche con Francesco Motta che, fra i giovani, mi sembra veramente un talento molto sopra la media. Non solo tra i giovani, anzi.

Quote tricolore, in parte, sono rappresentate dalla suadente voce di Carla Lippis. Com’è nata la collaborazione fra voi?

Apriva per noi ad Adelaide, in Australia. cantava, bene, cose tipo Lucinda Williams. Poi è salita con noi a fare Bang Bang, versione di Nancy Sinatra con Billy Strange, e mi sono apparse Dalida, Milva e Nada, tutte insieme. È stato uno shock culturale e  ho poi scoperto che erano i dischi che i suoi genitori si erano portati dall’Italia, quando erano emigrati. Era cresciuta con quelle cose nelle orecchie. Lei è più italiana delle italiane, anche se non parla una parola di italiano. Incarna lo spirito di una vocalità italiana putroppo quasi perduta: un talento naturale pauroso, veramente pauroso.

 Delone è anche mappa immaginifica di luoghi reali ed immaginari. Quali sono le “capitali” che sentite più vicine al sound del disco?

Fra le città visitate veramente direi Buenos Aires, il quartiere di Thornbury a Melbourne, le zone periferiche di Panama City, la piazza centrale di Oaxaca. e Modigliana Vecchia, dove abito, e dove l’odore della piadina e quello del kebab si mischiano ogni mattina.

C’è una tensione cinematografica che attraversa tutto l’album. Dopo aver curato la colonna sonora del film “Zoran – il mio nipote scemo”, il rapporto col cinema è perdurato? Che film potrebbe raccontare, invece, Delone?

Delone è il film di un ritorno. Un ritorno a qualcosa che ci è appartenuto, ma il cui ricordo è stato deformato dai prismi della distanza, delle aspettative mancate, del sogno. Un ritorno che è dolce e minaccioso insieme. Il rapporto vero con il cinema continua, ma sono cose che non si dicono per scaramanzia.

Cosa ci riserveranno i Sacri Cuori per il futuro? 

Vivere la musica nel quotidiano, e non solo sui palchi o sui dischi. se poi si va anche sul palco, e sui dischi, tanto meglio. E se sotto al palco c’è qualcuno a vederti, e qualcuno compra i dischi, allora sul palco ci puoi tornare anche la volta dopo, e puoi fare il prossimo disco. Ma sempre, e solo, se c’è qualcosa da dire.

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