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Interviste | Pubblicato il 16 maggio 2013

Abbiamo raggiunto via mail il cantautore siciliano Stefano Alì, all’esordio quest’anno con l’album La rivoluzione nel monolocale, uscito per La Vigna Dischi e la cui recensione è disponibile a questo link: http://www.sonofmarketing.it/la-rivoluzione-nel-monolocale-ali/. Ne è venuta fuori l’interessante chiacchierata virtuale che vi proponiamo di seguito.

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1) Partiamo dalle origini: al di là delle presentazioni da comunicato stampa, chi è Stefano Alì? Come nasce il tuo progetto musicale?

Il progetto Alì nasce da un’esigenza, dalla necessità di raccontare (o forse raccontarmi) le vicende che più mi hanno segnato negli ultimi anni. Niente di più semplice: una penna, un foglio di carta e la mia Guild del ’78. Penso che la “semplicità” sia ciò che contraddistingue l’intero lavoro.

2) “La rivoluzione nel monolocale” ha ricevuto molte recensioni positive, a mio avviso anche perché trasmette l’idea di un lavoro sincero, calato nella vita di tutti i giorni senza edulcorazioni. Sinceramente, ti aspettavi quest’attenzione dalla stampa, specializzata e non?

A mio parere quando si fa un disco o si scrive un libro o si dipinge un quadro quello che ci si aspetta è il responso, inevitabile, degli altri. L’arte è una sorta di sfogo, la si fa per autopsicanalizzarsi ma allo stesso tempo per cercare conforto nell’opinione di chi la riceve. E con questo non voglio dire che mi aspettavo le belle parole che stanno accompagnando il disco ma che ci speravo, volevo che chi avesse ascoltato il disco lo apprezzasse per quello che è: un album scritto di getto, reale, vero.

3) L’immagine del “monolocale” mi è piaciuta molto e l’ho interpretata sin da subito come una sorta di tuo rifugio personale dal mondo esterno: è effettivamente così? E quanto ha influito questo “spazio” sulla composizione dei brani?

In realtà il monolocale è stato il mio rifugio solo per un periodo della mia vita. Oggi lo vedo più come una base fissa, ma senza la voglia di rifugiarmi.  Spesso mi sta stretto, mi soffoca. È chiaro che ha influito moltissimo sui testi, mi ha aiutato ad isolarmi positivamente, ad ispezionarmi e a capire quanto sia importante la solitudine. Stare soli con se stessi e sentirsi bene. Paradossalmente tutto ciò mi ha aiutato a socializzare e a stimolare la voglia di confrontarmi con gli altri. Meglio di 10 sedute dallo psicologo!

4) Tornando all’idea del rifugio, i tuoi testi spesso si concentrano sui piccoli piaceri della vita, che possono essere rappresentati da persone, gesti o anche semplici dischi, in contrapposizione alle tematiche politiche ed economiche che influenzano le nostre vite: è un modo per esorcizzare la disillusione rispetto a un sistema ormai sballato? Quanto è “impermeabile” il tuo rifugio?

Proprio così, è un modo per distrarsi e prendersi una pausa piacevole. L’incazzatura c’è, ma cerco di sfogarla quando scrivo, per il resto vorrei che il mio fegato avesse una vita “tranquilla”, ci tengo. Il mio rifugio a volte in tutto questo influisce parecchio, è una sorta di riparo e vorrei mantenere questo equilibrio il più a lungo possibile.

5) Arrivi al tuo esordio discografico a 35 anni, un’età per certi versi non giovanissima (nonostante qui in Italia, come scrivevo anche nella recensione del tuo album, il concetto di gioventù scavalca tranquillamente i 40 anni), cantando in più brani di “precarietà” e “ricerca di stabilità”: tu personalmente come vivi la situazione attuale e quali prospettive vedi per la nostra generazione?

La situazione attuale è catastrofica, e la cosa peggiore è che passeranno molti anni prima che qualcosa ritorni a funzionare. La tv ci ha devastato il pensiero totalmente. Se dovessi pensare agli anni che passano, osservando ciò che ho fatto e pensando a quello che verrà, sarei pronto ad entrare in analisi. Iniziamo a non guardare più la tv generalista, sembra una cazzata ma a mio parere è già una gran cosa; iniziamo a pensare con la nostra testa magari prendendo spunto da grandi penne, da chi la vita la conosce veramente, o magari ascoltando semplicemente persone che hanno sofferto ma li vedi sempre con un bel sorriso stampato in faccia. Credo nell’individuo, le grandi masse mi fanno paura.

6) Come nasce la decisione di coverizzare Paolo Conte?

Una notte di un anno e mezzo fa, su Youtube smanettando e ascoltando beccai questo brano. Mi piacque subito e lo feci ascoltare a Roberto (Cappellani, batterista e co-produttore esecutivo del disco), Lorenzo (Urciullo, produttore artistico) e Valerio (Vittoria, parte integrante del progetto Alì e compagno di avventure musicali). Iniziammo subito a registrarlo e il risultato è quello che hai ascoltato. Il testo poi abbracciava perfettamente il concetto del disco.

7) Sei siciliano, il tuo album è prodotto da un’etichetta siciliana e siciliani sono tanti tuoi amici che hanno collaborato alle registrazioni: scelta di cuore o necessità? E, più in generale, che legame hai con la tua terra?

Assolutamente scelta di cuore. Ho la fortuna di avere degli amici che sono pure degli ottimi musicisti per cui è stato semplice metterli in mezzo. Sono veramente orgoglioso e felice della scelta fatta, ha dato ancora più genuinità al mio lavoro, lo ha reso ancora più vero.

L’etichetta è pure siciliana capitanata da un altro amico siciliano (Paolo Tedesco de La Vigna Dischi). Direi perfetto, “in FAMIGGHIA”! Io sono molto legato a questo pezzo di terra, la cosa bella è che cerco continuamente di lasciarla per poi accorgermi di amarla sempre di più (e restarci). Scappare per sentirla sempre più mia.

8) La cosiddetta “scena indipendente italiana” ultimamente è quanto mai ricca di nomi nuovi. C’è chi parla di un livellamento verso il basso della qualità complessiva delle proposte, incolpando la “facilità” con cui oggi si fa musica sfruttando le nuove tecnologie, e chi invece è esaltato da tante novità: qual è la tua opinione? Qualche nome che ritieni particolarmente meritevole di attenzione?

È vero che il livello medio di qualità è sceso ma allo stesso tempo se in questo momento sto rispondendo alle tue domande è anche grazie alla rete e alle mille opportunità che ne conseguono. Credo che questa possibilità sia soltanto positiva. Voglio dire: se un ragazzo trova stimolante fare arte e condividerla inizialmente con gli amici e poi con altra gente è meraviglioso. Dieci anni fa se fossi andato a Palermo a fare un concerto nessuno avrebbe conosciuto la mia musica, invece capita che ti sposti e che vengano anche ragazzi a farti i complimenti o a cantare addirittura le tue canzoni composte pochi mesi fa in estrema solitudine. E volendo ci scappa pure che acquistino il tuo disco!

Senza dubbio gira anche un mare di merda, è vero, ma che vuoi fare, la possibilità è per tutti. Basta perseverare, andando avanti solo per il piacere di farlo, perché ti fa stare bene. Alla lunga si arriva, ne sono sicuro!

9) Nelle ultime settimane hai iniziato a portare in giro il tuo album anche dal vivo: qual è il tuo approccio al palco e cosa dovrà aspettarsi il pubblico rispetto alla versione in studio dei tuoi brani?

Bisogna aspettarsi di tutto, nel senso che suonerò in giro alcune volte con la band, altre volte in duo e altre ancora da solo, in base alle disponibilità dei musicisti. Le canzoni del disco ci saranno, quello è sicuro! Ma anche qualche sorpresa!

10) Per chiudere, uno sguardo all’esterno: i tre dischi più ascoltati da Alì nelle ultime settimane?

-  “Questo dolce museo” –  Alessandro Fiori

-  “Beware and Be Grateful” – Maps & Atlases

-  “Gorilla Manor” – Local Natives.

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