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Interviste | Pubblicato il 1 luglio 2013

Prossimi ad annegare fra flutti d’ammirazione per il loro ultimo album, Il Sopravvissuto, abbiamo contattato John D. Raudo dei Marnero che ha risposto gentilmente, via mail, alle nostre domande.

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1) In primo luogo potresti delineare in un breve resoconto il percorso dei Marnero a partire dall’anno di fondazione della band?

Abbiamo lasciato i porti nel 2007, quando i nostri sodali Ratigher e Tuono Pettinato, grazie alle loro imprese fumettistiche, hanno intrapreso la via della gloria, della ricchezza interiore, della droga interiore, di Michele Mirabella e del salottino di importanti emittenti televisive. I resti riesumati dei Laghetto hanno esondato nel Marnero imbarcando acqua e casi umani, nella fattispecie Sartana Bidonde Sabata, già autistico chitarrista degli Ed, e tale Lanzig ex Lady Tornado. Nel 2010 Lanzig è stato sopraffatto dalla sua capacità procreativa e, riempitasi la casa di pargoli, è tornato a terra e ha passato il basso a Bulvar Pastina, un bifolco veneto noto ai più come Graad.

2) Curate prima i testi o la musica? Come avviene la composizione in generale?

La parola “prima” definisce una dimensione dell’asse Tempo lineare. Questo gruppo, invece, procede piuttosto come una spirale, o come effetto pacman, o come cane che si morde la coda. O ancora meglio, procede a caso. Si tratta perlopiù di frammenti. Ritrovamento di frammenti, frammenti di musiche avanzate (non nel senso di innovative ma di rimaste nel frigo), frammenti delle varie personalità, dischi anni 90 dei Frammenti, incollaggio di reperti e giustapposizione di opposti. Forse potremmo parlare di Frankenstein, per quanto riguarda la parte sonora. La parte del racconto nasce invece dall’auto-terapia, dalla necessità di mettere su carta l’indicibile e  l’inclassificabile nella vita di tutti i giorni. Diari di bordo. Viaggi. Mostri. Ossessioni.

3) Nel vostro ultimo album di certo avete attinto alla mitologia greca, ma si può dire che il romanzo Moby Dick (rielaborato, ad esempio, dai Mastodon in Leviathanabbia esercitato su di voi qualche influenza?

Mah. Che dire del capitano A.C.A.B.? Lui ce l’aveva a morte coi poliziotti. Ma delle impunite mani sporche di sangue parleremo forse in altre occasioni… che in questo disco le sirene ululanti che sentiamo non sono quelle della squadra mobile ma le sirene di Ulisse. In effetti c’è molto Ulisse nel Sopravvissuto, c’è il suo vagare senza meta. Ma c’è anche un po’ di Conrad, o del conte di Montecristo. E un bel po’ di Calvin & Hobbes. Insomma è tutto un copia incolla di frammenti alla cieca, come sempre. Trova Wally.

4) A proposito d’ispirazioni, oltre  a queste, ve ne sono altre dal punto di vista culturale?

Quando citiamo a sproposito grandi opere di grandi classici, è solo perché quelle cose non si possono dire in altri modi. Don Quichotte che legge il Don Quichotte, come dice Borges, è la sintesi massima di concetti abissali e inesprimibili, come la spirale di Fibonacci, o come i frattali, ma messi in poesia. Come provare a dirlo in altri modi? Se già l’ha detto Borges. No, non sto parlando del tennista. O se l’ha già detto Proust. No, non sto parlando del pilota. Ad esempio: Shakespeare, che sia vissuto davvero o no, esiste nella vita di tutti i giorni. La tempesta è qui ed ora. Questo fanno i classici: sconfiggono il dio Chronos.

5) Mi è sembrato un album più introspettivo del precedente, perché avete scelto di concentrarvi maggiormente sull’individuo?

Perché era necessario. Perché la ricerca della propria rivoluzione individuale è la base necessaria al proliferare di ogni altro tipo di rivoluzione. Sappiamo perfettamente che nel Sopravvissuto manca totalmente il rapporto dell’Io con l’altro. E sappiamo che questo è probabilmente il suo più grande difetto. Ma non era il momento di affrontare “l’Altritudine”, non prima di avere effettuato completamente il percorso circolare che porta da Naufragio a Naufragio, passando per la burrasca della Consapevolezza.

C’era da sconfiggere dei Mostri, e andavano sconfitti da soli. Soli, con le Lune che ci accompagnano. La solitudine è l’unica condizione che ti toglie la maschera e gli alibi, e ti permette di affrontare i tuoi mostri. Nel Sopravvissuto c’è l’uomo solo, alle prese con la perdita della sua identità e il ritrovamento della sua libertà nell’autodeterminazione. C’è Friedrich Nietzsche. Il Sopravvissuto è nient’altro che un racconto anarco-individualista, c’è Max Stirner più di tutti. Guarda, a rileggere l’Unico una volta al giorno, come si diventa.

6) Nonostante l’introversione, si può estendere il concetto di naufragio ad esempio in relazione all’attuale situazione dell’Italia?

In realtà la situazione contemporanea, più che dell’Italietta, di questa Civiltà intera, l’abbiamo già metabolizzata nel disco del Naufragio Universale. Ed è forse sintetizzabile con la parola Irreversibile, con colonna sonora dell’orchestrina che continua a suonare mentre il Titanic affonda. Lo sappiamo da un pezzo, siamo alla fine dell’Impero Romano, nella fase del saccheggio. Il teatro brucia e gli attori continuano a declamare, mentre coloro che ti celano la verità sono già intenti a saccheggiare tutto prima che sia troppo tardi. ORMAI. Il Sopravvissuto a questo Naufragio, al Naufragio di tutto e tutti, è il protagonista di questo disco. È “ormai” un uomo senza nome, e senza identità, che nel Quadrante I si rende conto che ha una grande opportunità: quella dell’autodeterminazione. E salpa verso il non si sa dove.

7) Perché avete scelto il Mar Nero?
I nomi sono precedenti ai loro significati eventuali e alle immagini che simboleggiano, nel regno della polisemìa. Soltanto dopo un anno che suonavamo col nome Marnero abbiamo scoperto la teoria di Ryan e Pitman secondo la quale il Mar Nero prima era un Lago. Il Mar Nero è uno specchio d’acqua intorno al quale nei millenni si sono affacciate le civiltà più misteriose della storia. Ma è anche, e soprattutto, solo un nome, che permette di costruire un immaginario abbastanza potente intorno al suo significante: Trebisonda, Zonguldak, Odessa, Babilonia, l’isola dei Serpenti. Il nostro è decisamente un immaginario marino, acquatico, piratesco, navigante.

Il mare per me rappresenta l’Anarchia. La terra solida si può spezzettare in tante parti e si può dire che ognuna di esse è proprietà privata di qualcuno. Così la terra può essere recintata, i muri costruiti, il caos soffocato, il Possibile anestetizzato. Nel mare questo non può succedere. Come c’è scritto in qualche libretto di Erri De Luca, l’acqua che vedi sul porto di Napoli deriva dalla sorgente dei mille fiumi che dagli Urali irrigano il Mar Nero: l’acqua scorre, è sempre diversa, non è mai la stessa ed è sempre la prima volta che la vedi.

Il mare è uno e sono molti. Ed il centro del mare è la prospettiva migliore, quella che apre al maggior numero di altre possibilità, e che lascia tutte le opzioni del Possibile e del Caso. Inoltre il centro del mare non dà punti di riferimento, tranne la scia che lasci dietro di te, che però è destinata a scomparire a breve. La strada davanti non è segnata, solo si vede il porto da cui si è salpati, che poi scompare, e qualsiasi faro all’orizzonte è immaginario, fantasmatico. Nel Naufragio Universale abbiamo percorso la dimensione verticale del mare, quella dell’andare a fondo. Questa volta, con la storia del Sopravvissuto, abbiamo percorso invece la dimensione orizzontale, a pelo d’acqua, solcando la linea orizzontale dello Spazio che aggroviglia a spirale la dimensione del Tempo. Almeno ci abbiamo provato.

8) Il Demone di Profondità detto Postfestvm del Quadrante II nasconde un avverbio latino (“troppo tardi”). Nel Quadrante III, invece, s’incontra il Demone detto Antefestvm. Che cosa rappresentano?

Mi interessava far attraversare al Sopravvissuto i Mostri legati alla dimensione del Tempo. Antefestvm e Postfestvm sono due categorie che abbiamo sottratto allo psicanalista giapponese Bin Kimura. Lui divide le patologie (a cui noi apparteniamo) in queste due categorie: Postfestum, quelli che credono che la vita sia sempre nel passato, quindi vivono nei ricordi, nei rimpianti, nei rimorsi e nelle nostalgie di un irrealizzato che non è più; e Antefestum, quelli che credono sempre che la vita stia nel futuro, e si consumano di desideri, illusioni e speranze, cioè dell’Irrealizzabile, dell’Irrealizzato di ciò che non è ancora. Il Sopravvissuto deve sconfiggere questi due mostri per poter capire che in realtà può vivere solo nel presente, in un tempo non lineare, quell’istante non misurabile che gli stoici chiamavano Aion.

9) Queste creature sono quindi da collegare con il generale pessimismo che permea i vostri brani? O forse l’ ipotetico naufrago ha qualche speranza di salvarsi?

Il Nichilismo è una delle scienze più esatte che mi sia mai trovato di fronte. Capisco che è difficile da accettare. E comprendo perfettamente il punto di vista di coloro che dicono: devo desiderare qualcosa, ho bisogno di sperare e di avere degli obiettivi da raggiungere, perché altrimenti non c’è che il suicidio…
Se solo avessi il tempo di suicidarmi. L’importante, secondo me, è arrivare alla consapevolezza del fatto che fondiamo le nostre cause sul Niente. Per quanto riguarda quella parolaccia, “Speranza”, mi limito a ricordarti le parole di Pasolini: “Non bisogna mai sperare in niente. La Speranza è una cosa orribile inventata dai partiti per tenere buoni i suoi iscritti”.

10) Ormai il leitmotiv dei vostri album è il naufragio, sarà la tematica portante anche dei prossimi progetti?

Dopo il Naufragio Universale, Il Sopravvissuto è la seconda parte della trilogia del Fallimento. Tu ci chiedi di progetti, ma noi spereremmo di avere finalmente sconfitto il Demone AnteFestvm. Il nome stesso lo dice: è una trilogia che è, per forza di cose, irrealizzabile e destinata a fallire. Si fermerà prima, o non avrà mai fine. Che in fondo è la stessa cosa.

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