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Cinema | Pubblicato il 24 dicembre 2014

Una profonda introspezione nel mestiere del fotografo per esplorare la natura umana, nello sguardo e con lo sguardo di Sebastião Salgado, traghettatore della curiosità del regista Wim Wenders verso una storia che è universale e particolare allo stesso tempo, biografica ma antropologica.

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Nella miniera d’oro di Serra Pelada s’incontrano uomini brulicanti, di qualsiasi estrazione. Corrono su e giù in ziggurat di terra carichi di sudore e sacchi pieni di fortuna e miseria. È solo un brulicare continuo, il resto è finto schiavismo e voglia di ricchezza. Cercano oro e sono cercati da un fotografo, che ne immortala la frenesia. Inizia un percorso fatto di ricerche sparse per il pianeta, bisogni primari di un uomo che necessita di guardare e capire tramite l’obbiettivo.

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“Il sale della terra” siamo noi uomini, le nostre interazioni e le mutevoli circostanze che acuiscono sapori vari, infiniti. Alla ricerca di questi sapori il fotografo e la sua vita, una moglie che ne condivide, ma soprattutto ne sostiene le ragioni, e un figlio che ne seguirà le orme, aiutando il regista Wenders a compilare un percorso altrimenti troppo vasto.  Juliano Ribeiro Salgado è alla scoperta di suo padre, e lo segue pedissequamente per immortalare il retroscena della scena, interfacciando il prodotto finito (le foto di Salgado senior) alle ragioni d’essere di quello stesso risultato, donandoci la chiave di lettura principe e soprattutto non autoreferenziale, che richiede ascolto di ragioni altre rispetto all’immagine riflessa sulla nostra interiorità. Da Other America, reportage sulle terre sudamericane, passando per Sahel (l’angoscia dell’uomo nell’Africa impotente), The End of the Road, Workers, Exodus per poi approdare a Genesis. Salgado junior segue mentre Wenders filtra con sguardo riflessivo ma compatto, convinto nel ritrarre il volto del fotografo segnato dal passare delle emozioni nello stesso bianco e nero delle foto, compreso nella sua proprietà chiarificante, che permette di vedere più di quanto non si possa fare nel caos dei colori. La compenetrazione del regista sul fotografo è piena, e lo si vede anche dal formato variabile del girato: spesso in 4:3, si adatta alle molte foto in scorrimento, e la telecamera ferma ritrae con eremitica fermezza una scena che si compone sola, nelle piaghe dei visi, nelle contorsioni dei corpi, nella forza delle immagini. Il colore irrompe lì dove il regista si riappropria del suo sguardo e osserva in seconda linea. Il racconto mescola le carrellate delle fotografie a scorci di vita e d’avventura, sulla base tonante delle voci di Luca Biagini e Angelo Maggi, un reale valore aggiunto per la versione italiana. Il percorso di ricerca umana si fa pian piano più sfaccettato e sofferto: sono molte le disumanità denunciate dai reportage di un’Africa malata di colera, ma ancor più le picassiane forme del genocidio. “Quante volte ho dovuto abbassare la telecamera per piangere” ricorda Sebastião, in uno strazio che era prima vissuto e poi immortalato, fin tanto che il dolore potesse essere contenuto in un solo uomo, dopodiché natura. Genesis, ritorno all’origine incontaminata del pianeta prima che potesse essere arso dal sale (noi), in quei luoghi nascosti e primordiali della Nuova Guinea, delle Galapagos, degli animali e di quelle tribù indigene ancora spurie del significato di devastazione.

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Un percorso intenso, che approda a un finale talmente simbolico da dover essere necessariamente scoperto in visione, dal messaggio inequivocabilmente concreto. La summa di una vita votata all’umiltà dell’osservare.

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