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Rubriche | Pubblicato il 4 marzo 2014

La Grande Bellezza

Forse è più facile scrivere ora de “La grande bellezza”, ora che il film di Paolo Sorrentino ha vinto il tanto atteso Oscar come miglior film straniero. O forse no. Parlare di film come questi non è mai semplice, soprattutto per l’ampio e composito dibattito che questi aprono, un dibattito che porta ad un’insolubile conclusione, ad un impossibile punto di vista totale sull’opera, che si riduce sempre a un punto di vista critico personale (tutto questo non è un male, anzi dovrebbe essere proprio la cifra caratteristica della critica che oggi propugna sentenze e banalità). Questo è un altro di questi, qualche riga che vuole essere anche un omaggio al film e a tutti coloro che ne hanno preso parte.

Sorrentino esce definitivamente dall’appannaggio di certi cultori del cinema (che si dispereranno a vedere il loro beniamino nominato da tutti) con questo che è uno dei film più importanti che l’Italia abbia visto negli ultimi anni. Non il più bello degli ultimi anni (per citarne qualcuno degli ultimi anni, senza alcuno ordine di preferenza, ma per farsi un’idea di cosa intendo, “L’ora di religione” di Marco Bellocchio, “Gomorra” di Matteo Garrone e “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani), ma il più importante sì, senza ombra di dubbio. Già prima ancora che uscisse si parlava del rapporto che questo film avrebbe intessuto con uno dei più grandi capolavori di Fellini, “La dolce vita”, sia per l’ambientazione romana, sia per la figura del protagonista, un giornalista con l’ambizione del mestiere di scrittore (in realtà Jep in “La gramde bellezza” ha già pubblicato un libro), sia per i contatti di questo con un certo tipo di italiani, che possiamo chiamare della fascia ad alto reddito. A mio parere, questo rapporto si consuma in queste esteriorità e non può proseguire nell’ottica di una estetica costruttiva alla base del film se non in un rapporto di analogia negativa. Se il film di Fellini era un ritratto meraviglioso della rampante società italiana degli anni ’60, il film di Sorrentino fa proprio questo quadro, ma immette in esso tratti quasi grotteschi nel descrivere le persone che abitano questa classe a sé stante ed indipendente. Dopo la lunga e non imprescindibile frequentazione di Jep di questi individui, scatta in lui un sentimento quasi di penitenza per il tempo trascorso (descritto dalla figura bellissima di Suor Maria “La Santa”), un omaggio al tempo perduto proustiano che gli permette di tornare a scrivere facendo (forse) esperienza di quello che ha perso fino a quel momento.

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Poi c’è Roma, la città immortale, la città che non può non essere sempre visibile davanti agli occhi una volta che l’hai vista e visitata. Ma anche in questa città si trova un rovesciamento della Roma di Fellini, quella di Anita Ekberg e di Mastroianni, quella della fontana di Trevi, in una città “alta”. Alcune delle scene più importanti si svolgono negli attici, dove la città si domina e se ne vedono solo i tetti, durante le feste futili dei tanti “amici” di Jep. Manca quella visione dal basso che permette di ammirare la bellezza di una città, quella visita delle vie e dei ponti (quello che, in maniera molto scolastica e poco artistica mostra Allen in “To Rome with love”) che permette di gustare lo splendore della città eterna. Solo i turisti, dice Jep, conoscono e ammirano davvero Roma, perché solo in loro esiste questa conoscenza dal basso che non si riscontra nelle compagnie rappresentate nel film, dove l’altezza rappresenta il distacco dai normali cittadini, dagli esseri inferiori che popolano le strade e le piazze, in uno smarrimento totale della e dalla città.

E cosa c’entra Napoli? Nella Roma de “La grande bellezza”, tra le righe, è presente anche Napoli. Sorrentino, in un’intervista dove gli viene domandato se non gli dispiace non abitare più a Napoli, risponde di no, perché Napoli è la città più snob d’Italia, la città che i napoletano credono il centro del mondo. Beh, è quello che i romani di alto borgo pensano anche della Roma terrena dei comuni cittadini. In questo senso Sorrentino inserisce una critica, una piccola frecciata, alla sua città natale che comunque, dice sempre nell’intervista, ama alla follia.

Un film visivamente meraviglioso, leggiadro nella sua leggerezza, evocativo nelle immagini e nei colori, simbolo di un tocco d’autore che catapulta Sorrentino nell’olimpo ufficiale del cinema. In cosa si trova “La Grande bellezza”? Dove la si può individuare? Sorrentino e Servillo cercano sempre di non dare risposte precise, proprio perché forse non esistono. Non esiste un canone della bellezza, ognuno trova in sé e in ciò che lo circonda la bellezza, in un viaggio percettivo che dura tutta la vita. Una cosa è sicura, Sorrentino una sua bellezza ce l’ha consegnata nel discorso di premiazione, e come non poter essere d’accordo con lui. Maradona rappresenta nel calcio tutto quello che rappresenta l’apice in ogni categoria del mondo. Il Leonardo della pittura, il Mozart della musica e il Dante della letteratura. Ecco uno degli innumerevoli frutti di questa grande bellezza; e come non dare ragione a Sorrentino?

 

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