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Cinema e dintorni | Pubblicato il 18 settembre 2013

OpenCity-TejuCole

Camminare a testa alta. Sembrerebbe questo il più diretto e facile monito tratto dell’opera prima di Teju Cole, “Città aperta”, uscita per Einaudi. La critica è rimasta molto convinta di questo libro e sono stati citati i nomi dei grandi narratori camminatori e viaggiatori, uno su tutti quello dell’immancabile Sebald. Sì, perché il libro di Cole (nato in Nigeria ma residente a Brooklyn, scrittore, storico dell’arte e fotografo) potrebbe essere una guida (molto sui generis) della città di New York. Il protagonista del romanzo, Julius, è all’ultimo anno di specializzazione in psichiatria, è nato da madre tedesca e padre nigeriano e, a New York, non appartiene a nessun luogo. Allora comincia a vagare per le strade di New York, con il distacco di chi non ha radici e ricordi di quel mondo e con la profondità di un fine intellettuale. Cammina e pensa, fa riflessioni di grande acutezza su musica classica e arte, lascia da parte il suo passato e vive del contemporaneo, di quello che incontra e di ciò che ad esso la sua mente lega.

Si fosse nel XIX secolo, non si avrebbe alcun pensiero nel definire il protagonista del romanzo un flâneur. Manca qui un po’ dell’essenza della definizione baudeleriana che parlava della flânerie come di una conseguenza del disagio nei confronti della nuova società economica industriale. C’è però anche nel romanzo di Cole, ed è il concetto di fondo, quello più importante, la figura del “camminatore” (tra virgolette perchè non esiste parola italiana che traduca con esattezza il concetto di flâneur), del botanico del marciapiede, di colui che conosce il tessuto urbano grazie al grande tempo speso nel camminare senza una meta, spinto dalla curiosità di conoscenza. Ancor più calzante la concezione di Walter Benjamin che, partendo proprio dallo studio dell’utilizzo della parola in Baudelaire, arriva ad ampliare e a fare di simile concetto un modus vivendi. In Benjamin ha il suo peso anche la critica marxista che lo porta ad individuare il flâneur come prodotto della vita moderna (e come non avvertire la frenesia della vita veloce di New York nelle righe di Teju Cole). Il flâneur così inteso è catalogabile in una precisa classe sociale ed in un preciso livello intellettuale. Julius è un personaggio perspicace, capace di districarsi in tutte le discipline che gli si pongono davanti durante i suoi viaggi. È come se vivesse ancora alle soglie sia della grande città sia della popolazione, non è stato ancora travolto da nessuna delle due e, grazie a questo, riesce ad avere il suo sguardo caratteristico. Così la New York del XXI secolo viene indagata come la Parigi di Walter Benjamin. La fast life di oggi stordisce con tutta la sua miriade di stimoli. L’antidoto sta nel passeggiare trasognato e ozioso nei ritmi standardizzati e frenetici cercando la fuga dal caos. Non deve essere una fuga però, deve essere una continua riflessioni che porti a riscoprire i tempi e gli spazi trascurati.

È lo stesso autore a donarci quella che è la sua chiave di investigazione. Dice infatti, nelle prime pagine del suo romanzo, che “New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo”, cioè che non è Julius che attraversa la città per indagarla e per scoprire i luoghi più reconditi che possano soddisfare la sua sete, ma è la città stessa a rivelare l’uomo, a raccontarlo e superarlo. Quindi non è il protagonista che, nelle sue vesti di flâneur, lascia vedere il corpo denudato di New York, ma è la stessa città che lo denuda, che lo mette nelle condizioni tali da rendergli evidenti gli spazi eclissati della sua anima, i luoghi più inafferrabili della sua emotività: un vagare che è gnoseologia.

Lo skyline di New York diventa quindi una ruspa che scava la sua intimità e la sua psicologia. Il viaggio allora, perché si tratta pur sempre di un libro che racconta di un viaggio, è dunque diretto verso l’io, un viaggio che porta al disseppellimento dell’io, in poche parole un viaggio interiore. Julius, più che alla scoperta della metropoli che fugge, ci dà un grande ausilio nello scoperta della sostanza dell’essere umano, scalando una montagna fatta di dubbi, rimorsi, certezze e incertezze.

Teju Cole è uno dei migliori narratori americani di questi ultimi anni. Con la sua parola riesce a rivelarci stimoli per un’irripetibile esperienza sensoriale: i suoi squarci portano alla luce volti, odori, luoghi e colori, in un viaggio che Julius compie solo. Una solitudine mitigata da tutto ciò che vede e che fa, mitigata, più in generale, da New York. Un flâneur postmoderno che riscopre la città e che riesce a dilatare i confini di spazio e tempo.

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