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Recensioni | Pubblicato il 2 febbraio 2012

lana del rey-born to die

Lana Del Rey

Born To Die

Genere: Pop

Anno: 2012

Casa Discografica: Polydor

Servizio di:

Elisabeth Grant, alias Lana Del Rey (miscuglio fra l’attrice Lana Turner e l’auto Ford Del Rey) è ormai sulla bocca di mezzo mondo almeno da sei mesi (visto che prima la conoscevano francamente in pochi, anche negli states), ovvero dall’uscita del singolo Video Games, che d’improvviso l’ha catapultata dai più celebri programmi televisivi ai contratti di moda. Calma gente, bellezza a parte, è ancora tutto da dimostrare: insomma, due singoli di successo (Video Games e Born To Die) non fanno la stella del futuro, fino a prova contraria. Ne è una dimostrazione parziale la reazione della ‘critica’, estremamente variegata e con schieramenti totalmente distanti, partendo da elogi caramellati (“a  self-styled gangsta Nancy Sinatra”) a secche infamate. Caso a parte quello di Juliette Lewis, che sul suo profilo Twitter prima la descrive come una dodicenne che tenta di cantare in camera, salvo descriverla il giorno dopo come una cantautrice live più che valida. Ci puzza un po’, ma sorvoliamo e veniamo al presente, ovvero a Born To Die.

 L’album inizia con la traccia omonima, già singolo di successo rilasciato il 30 Dicembre scorso, che dalla data di rilascio tenta di scalare le classifiche perennemente occupate dallo strascico di Adele. Atmosfera da divano rilassante, voce profonda e melodie sospese con tanto di archi e spruzzate di malinconia. Insomma, un singolo superclassico, impacchettato a dovere per il grande pubblico senza tanti fronzoli, col vantaggio di possedere un ritornello cantabilissimo. Un karaoke strappalacrime.

Con Off The Races  e Blue Jeans ci tuffiamo nel pop più totale, il primo volgendo più al ghetto della Britney degli anni gloriosi e dei balletti ritoccati, mentre con la seconda delle due ci affacciamo su lidi più sensuali e melodici, orecchiabili e gradevoli, alternando ritmi più vivaci a tramonti tristi, in cui la voce della Del Rey potrebbe anche dare qualcosa di più.

 Il rintocco di campane che ormai abbiamo imparato a riconoscere apre invece Video Games, quarta traccia e, nonostante il rilascio non proprio recente, ancora pilastro su cui si basa tutto il lavoro. Ennesimo (anzi primo vero) singolo strappalacrime da camera da letto di ragazze adolescenti che si ritrovano la domenica pomeriggio a cantare Lana Del Rey fingendo tragedie esistenziali e credendo ormai di aver trovato l’Adele d’oltreoceano, quella (per ora) meno conosciuta. A parte tutto, rimane davvero la traccia più valida (azzarderei un ‘carina’) di tutto l’album.

 Con Diet Mountain Dew inizia quella sezione che forse aveva portato Juliette Lewis a dare della ‘dodicenne’ alla Del Rey, con melodie facili facili intrise di un pop più che manifesto da Christina Aguilera dei tempi andati, salvo virare leggermente in Dark Paradise, la quale fa marcia indietro verso le atmosfere un po’ più ‘mature’ dei singoli già usciti, anche se maggiormente autocelebrativa, proponendosi magari come papabile singolo in futuro. Radio apre con un approccio interessante, cupo e riflessivo, e scorre linearmente con un pop sofisticato (personalmente mi fa un po’ pensare ai Morcheeba) e svanisce impercettibilmente allontanandosi piano piano fra cori tutti al femminile.

Tutta la seconda parte dell’album scorre con toni più sommessi (salvo per il pop lontanamente femminista di This Is What Makes Us Girls), abbandonati momentaneamente i palchi affollati, per lasciar affiorare brani più profondi e vocalmente molto validi comeMillion Dollar Man, con la sua aura fumosa da club dai riflessi pseudochic seducenti, e Without You, traccia più malinconica che mai, come lascia trasparire il titolo.

 Facendo due conti, l’esordio dell’attesissima Lana Del Rey spazia in maniera un po’ confusa fra la maturità dei singoli già proposti e gli strascichi di un pop esibizionista e capriccioso che sinceramente non traspariva da ciò che ci era stato proposto negli scorsi mesi. Viene in parte da pensare, in realtà, che un album ed un genere che fondamentalmente vive di singoli e video supercostosi abbia già dato molto, se non quasi tutto, prima della sua uscita, lasciando una fetta più che secondaria a ciò che lo circonda e necessariamente andrà a circondare i primi successi. Vediamo se tutti riusciranno ad accontentarsi con questo Born To Die o  se invece la nuova diva degli states ci riserverà un salto decisivo.

Voto: 6,0/10

Tracklist:

  • 1 · Born To Die
  • 2 · Off To The Races
  • 3 · Blue Jeans
  • 4 · Video Games
  • 5 · Diet Mountain Dew
  • 6 · National Anthem
  • 7 · Dark Paradise
  • 8 · Radio
  • 9 · Carmen
  • 10 · Million Dollar Man
  • 11 · Summertime Sadness
  • 12 · This Is What Makes Us Girls
  • 13 · Without You
  • 14 · Lolita
  • 15 · Lucky Ones

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