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Cinema | Pubblicato il 22 gennaio 2015

Manifestazione locale napoletana, “L’Arte della Felicità” nasce da un’idea di Luciano Stella sia in forma d’iniziativa cittadina, sia, dopo qualche anno, nelle linee di un film d’animazione. Stella propone l’idea ad Alessandro Rak, un non più tanto ragazzo napoletano con alle spalle la creazione di corti animati e clip musicali, nonché disegnatore di fumetti fin dalla giovane età, ispirato dai grandi mastri Pratt e Moebius.

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Sergio è un taxista che nel suo veicolo degradato e caotico incontra persone di ogni tipo. Aveva un fratello maggiore, Alfredo, un musicista come lui, con cui svariati anni prima formava un gran duetto: pianoforte e violino. Alfredo non c’è più, è partito prima in Tibet, con valigia una vocazione ingombrante, talmente ingombrante da non lasciar spazio al violino, così necessaria da passar sopra ai desideri del fratello fatti di note musicali e contratti discografici assieme; poi ha lasciato la vita, colto da un male incurabile. Le strade bagnate di Napoli sono quindi il percorso di assimilazione della perdita, ma anche del confronto con se stessi e con la vita.

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Non c’è molto della città del mezzogiorno in questo lungometraggio d’animazione, oltre ai sacchetti di spazzatura, qualche calata meridionale e il Vesuvio. È questa una decisa scelta di significato e di semplificazione: l’allontanamento a un’identità definita evita di incatenare la parabola umana a tradizioni e culture specifiche, per attribuire alla storia una valenza universale. Poi c’è la ragione tecnica: i creatori conoscevano a menadito la città perché da essa provenienti, riuscendo così a evitare l’enorme fase di conoscimento scenografico che avrebbe gravato non poco economicamente e temporalmente, cosa che una modestissima produzione non poteva permettersi. Poi ci sono pioggia e spazzatura: la pioggia svuota la città ed evita agli sviluppatori di animarla di vita ma ancor prima sostiene un climax cercato di cupezza, tristezza ma anche profonda riflessione; la spazzatura è il punto d’incontro tra la figura sociale e la figura individuale nel concetto di trasformazione del passato per plasmare il presente riutilizzando materia prima pesante, inutile, triste. I personaggi che si avvicendano sul sedile posteriore incarnano di volta in volta un punto di vista, in particolare di confronto con il protagonista, anche quando quest’ultimo rimane in silenzio, sul sottofondo dell’Arte della Felicità, programma radiofonico in cui lo speaker mescola filosofia e pioggia come aggancio ai temi più prossimi al nucleo centrale (e quindi necessitanti di maggior astrazione) del film, come una voce fuori campo che in quanto tale permette il concretizzarsi dei nodi di riferimento e delle loro declinazioni. Un quadro complesso ed eterogeneo di caratterizzazione umana nella processualità del percorso, il confronto tra società e individuo nel suo particolare momento di vita che lo costringe a un’evoluzione. Si legge come la sceneggiatura sia subordinata a una trama adulta, ed è forse l’unico esemplare nella storia Italiana di cinema d’animazione totalmente sganciato dal pubblico dei più piccoli.

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La tecnica d’animazione è un’interazione tra bidimensionale e tridimensionale che trova difficile accostamento ad altre opere. Potrebbe ricordare “Valzer con Bashir” nel tratto marcato, nei confini calcati e nei colori campiti ma non certo nella tavolozza cromatica o nel tipo di fluidità dell’immagine. Guardando le interviste rilasciate dal regista, si può ben capire quanto quest’ultimo tenga a esaltare la matrice collaborativa della lavorazione del film: “I progetti hanno un’anima che va messa sempre al di sopra di quella che può essere la sensibilità propria, e bisogna lavorare per la sensibilità dei progetti che si fanno, quindi offendersi vicendevolmente purché l’anima dei progetti sia di miglior qualità della propria”, segnalandoci poi come “un progetto condiviso abbia molte più probabilità di realizzarsi proprio grazie ad un’esigenza comune” facendone un discorso di giustizia etica. Un lavoro d’insieme che vede la partecipazione di musiche e musicisti di ogni estrazione sino a contaminarne la sceneggiatura in toto: non è raro che un pezzo musicale prevalga alla narrazione negli ottanta minuti di film, facendoci capire quanto la colonna sonora sia effettivamente importante per l’opera, quasi una guida.

Fortunatamente “L’Arte della Felicità” non si è fermato alla contenuta distribuzione italiana, vincendo premi continentali quali Miglior opera prima al Raindance Film Festival di Londra ma soprattutto Miglior film d’animazione all’European Film Awards, oltre che distinguersi alla 70esima Mostra internazionale del cinema di Venezia. Un’opera che traccia un segno nel bianco foglio dell’animazione del nostro paese e che inoltre ne rinnova i contenuti e le forme cercando il confronto con un contesto internazionale.

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