Logotipo di Son of Marketing realizzato dal superbo grafico italiano Alessandro 'Aesse' Scarpellini
youtube Soundcloud Basecamp

Cinema | Pubblicato il 24 giugno 2014

lemeraviglie

Alice nel paese de Le Meraviglie. Così come la protagonista del capolavoro di Lewis Carroll, Alice Rohrwacher si tuffa nel suo passato, ritrova il suo sogno perduto, il suo Bianconiglio, e realizza un film personale e toccante che ha il sapore di un vivido ricordo d’infanzia. In perfetta continuità sia stilistica che tematica con l’esordio Corpo Celeste, questo secondo film torna a rappresentare la delicatissima età della prima adolescenza: siamo intorno ai primi anni ’90 (Ambra Angiolini impazza con la sua hit T’appartengo), Gelsomina è la primogenita di quattro figlie ed è la colonna portante di una famiglia atipica. Wolfgang, il padre (padrone), tedesco, ambientalista estremo, coinvolge l’intera famiglia nel duro lavoro di campagna (è apicoltore) e vuole un bene dell’anima alle sue figlie. La madre, interpretata dalla sorella della regista Alba Rohrwacher, tenta continuamente di arginare il marito irruento ma senza troppo successo, e rimane sempre sullo sfondo. C’è poi l’ospite/bracciante Cocò e la paffuta secondogenita, di una tenerezza irresistibile, mentre le due bambine più piccole rimangono solo abbozzate. I delicati equilibri familiari si spezzano quando il padre decide di adottare un ragazzino tedesco con passato da criminale, sfruttando un progetto di riabilitazione: a Gelsomina non ci vuole molto per innamorarsi di questo giovane bel tenebroso; allo stesso tempo arriva in zona uno squallido programma televisivo che organizza una sorta di contest tra le aziende di prodotti tipici locali. Monica Bellucci è l’azzeccata interprete di Milly Catena, presentatrice truccatissima e un po’ volgare: rappresenta tutto ciò contro cui Wolfgang combatte e forse anche per questo esercita un irresistibile fascino sulle quattro figlie e in particolare sulla maggiore, che iscrive la piccola azienda familiare al concorso in un piccolo atto di ribellione: la vincita porterebbe soldi, notorietà. Wolfgang non ne vuole sapere, ma la famiglia vive in un casolare semi-diroccato, in una dimensione quasi surreale per gli standard della nostra società, se la passa male economicamente. Il padre insegue un ideale e forse la figlia lo ringrazierà per questo, un giorno lontano: ma non ora, non nel periodo più rivoluzionario e rocambolesco della propria vita.

179e603a-fb69-469f-8b51-677141118acd

Le Meraviglie è un film che vive di dicotomie, nonostante la narrazione fine e armoniosa non ce lo faccia notare. Vive di quell’attrito fine a sé stesso irrinunciabile in ogni percorso di crescita, di quel passaggio irrazionale e tutt’altro che desiderabile dall’infanzia all’età adulta. Questo si ripercuote su più livelli: prima di tutto sulla messa in scena, sempre in bilico tra un solido realismo europeo e un surrealismo nostalgico che ha del felliniano. In questo fa venire in mente Reality, con cui condivide pure più di qualche affinità tematica (un po’ come Corpo Celeste con Gomorra). Ma non solo, c’è per esempio il problematico rapporto col padre, che vuole tenere le figlie lontane da quel mondo che lui odia ma che le chiama irresistibilmente: il colpo di genio che definisce la loro relazione è rappresentato da un cammello. Un desiderio impossibile e infantile di Gelsomina, che lui riesce a realizzare a costo di enormi sacrifici, ma ampiamente fuori tempo massimo. La bestia rimarrà là, in cortile, l’incarnazione iperbolica di una frattura inevitabile quanto dolorosa che però ha tutta la tenerezza dell’affetto paterno, per sua natura goffo e impacciato. C’è poi il conflitto tra la nuova cultura televisiva e il sogno impossibile di una generazione di hippie e sognatori, che ha definito la condizione sociale e culturale italiana degli ultimi vent’anni: vacua ed edonistica la prima, autarchica e in ultima analisi sterile la seconda. Ma è nella grotta in una lussureggiante isoletta disabitata scelta come location per il programma che si consuma il contrasto più doloroso: viene agghindata con lucette, costumi di plastica di un’Etruria da carnevale, viene fatta riecheggiare di frasi fatte. Wolfgang truccato e vestito da buffone mormora ‘il mondo sta finendo’. La stessa grotta, la notte successiva, ospita la magica danza tribale di due ombre infantili, riappropriandosi della sua statura di ancestrale fonte di prodigiose suggestioni. Chapeau. Chi legge potrebbe intravedere quelle tipiche velleità del regista italiano per così dire impegnato, eppure il film riesce a scrollarsi di dosso qualsiasi sgradevole sensazione di pretenziosità: la giovane Alice opera in modo leggiadro. I suoi personaggi sono vividi, credibili, stratificati, non certo i vacui alfieri bidimensionali di tematiche altisonanti che molti autori italiani ficcano a forza nei loro film importanti e necessari. I personaggi di Alice hanno l’umiltà delle persone vere. Sono loro a legittimare i contenuti, non viceversa. Così come la regia funzionale e concreta riesce a donare forza e fascino a ogni inquadratura nutrendosi dei bellissimi scorci e non di uno sfoggio tecnico fine a se stesso. La ciliegina sulla torta è un finale meraviglioso che ha la forza di un ricordo e la consistenza di un sogno.

Articolo precedente:

Articolo seguente:

Developed by | MM and designed by Aesse

Questo sito web utilizza i cookie al fine di migliorarne la fruibilità. Continuando ad usufruire di questo sito, l'utente acconsente ed accetta l'uso dei cookie. Maggiori Informazioni | Chiudi