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Recensioni | Pubblicato il 28 luglio 2014

lessismore

Zuma

Less Is More

Genere: Rock, Alternative

Anno: 2014

Casa Discografica: Viceversa Records

Servizio di:

Avete presente i proiettili esplosivi? Quelli che non ti percorrono indisturbati da parte a parte, ma esplodono all’impatto con il corpo, disintegrandosi in mille e più frammenti di piombo, e lacerano e bruciano irreparabilmente tessuti, muscoli e organi? Bene.  E’ proprio in quelle ferite della carne che germoglia come pianta infestante e rampicante spinoso Less Is More, disco d’esordio della band catanese Zuma.

Citazione di Ludwig Mies van der Rohe, architetto e designer tedesco, ‘meno è meglio’ è il concetto-guida dell’intero album. La musica è sincera, dai contorni spigolosi, priva di fronzoli e orpelli. Niente giri panoramici né strade di cortesia, come accade per ogni proiettile che si rispetti. Questo fa sì che la musica metta se stessa in discussione ed è proprio qui che trova la sua legittimazione. La parola, quasi spogliata del proprio ‘primato evocativo’, si inchina definitivamente alla musica, e la voce, utilizzata meno che raramente, fa di “Less is more” un disco prettamente strumentale. Il susseguirsi di motivi ritmici e colori strumentali ricorrenti, oltre a dare continuità alle nove tracce, ha tutto l’aspetto di un continuo avvicendarsi di previsioni e reminescenze in perenne metamorfosi, come ricordi-fantasma distorti dal tempo e demoni da quel ricordo esorcizzati.
La natura evocativa e cinematografica di questa narrazione musicale si manifesta già dal primo ascolto.

“Son of a Beach” sembra essere la colonna sonora dai tempi dilatati di una siesta messicana conclusasi in tragedia. A colpi di tromba vengono evocate al rallenti le immagini di un ipotetico incendio dell’anima. Le fiamme lasceranno presto spazio ad un deserto cupo e asfissiante, raccontato a sua volta nella title track “Less is More”. La macchina da presa musicale degli Zuma adesso viene portata in spalla, generando bruschi movimenti prospettici e conferendo una costante sensazione di irrequietezza alla narrazione, di cui gli echi onirici mettono continuamente in discussione la veridicità. Non è chiaro se l’incendio sia reale e concreto, o se tutto stia succedendo nella nostra testa; è sicuro, però, che qualcosa stia bruciando.

Nemmeno la ballata “God Damn Sun” sembra abbandonarsi ad un facile lirismo. Dall’atmosfera sognante inizialmente scandita da quello che sembra essere il suono di un carillon ritrovato in una casa abbandonata da tempo, echi lontani di chitarre distorte ‘sporcano’ sul finale il discorso musicale dell’armonica.

“Ourselves” chiude il disco con un ritmo sommesso. Galleggiando sulle note di un piano, l’armonica viene progressivamente squarciata da arpeggi di chitarre taglienti. La dinamica musicale si fa qui più complessa e meno lineare del crescendo che chiude, pur degnamente, la precendente “Untitled”. La musica sembra gonfiarsi letteralmente nello spazio, sgonfiarsi e gonfiarsi nuovamente, quasi fosse dotata di un respiro proprio, per poi spegnersi tra gli applausi del pubblico della Lomax di Catania, dove il pezzo è stato registrato.

Non si tratta semplicemente di un ottimo disco d’esordio che fa ben sperare, né soltanto di una riuscita miscela stilistica dal respiro internazionale. “Less is More” è di più: è il silenzio tagliato con un’accetta arrugginita, ingurgitato e rigettato via.

Un consiglio: bevete qualcosa prima di ascoltarlo. È risaputo che una pallottola nello stomaco brucia di meno se c’è dentro del whiskey.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Kimberly Last Night
  • 2 · Son Of A Beach
  • 3 · Less Is More
  • 4 · Weak Link
  • 5 · The Rain Song
  • 6 · Roaster Passion
  • 7 · God Damn Sun
  • 8 · Untitled
  • 9 · Ourselves

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