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Cinema e dintorni | Pubblicato il 19 gennaio 2015

koya

Può succedere di finire per amare un film perché rapiti dalla sua colonna sonora; basti riflettere su una cosa che, pensandoci bene, è paradossale: a chi non è mai capitato di ascoltare una canzone originale di una colonna sonora senza aver mai visto il film? (un esempio lampante può essere rappresentato dalle colonne sonore di Ennio Morricone o da quelle del recente vincitore del Golden Globe Johann Johansson). Diverso è il discorso per le colonne sonore non originali, per le selezioni fatte dai registi: anche qua però può capitare di innamorarsi di una canzone perché la si trova proprio in quel momento del film, perché ci ricorda proprio quella scena, rovesciando l’esempio fatto all’inizio (non conoscevo i New Order a quattordici anni e li ho conosciuti con il classico dell’adolescenza “Trainspotting”). Queste poche parole per ribadire una cosa semplice ma non sempre scontata, per ricordare cioè la grande importanza che le colonne sonore, siano esse originali o meno, rivestono nel ricordo che uno spettatore si fa di un film. La musica supporta la storia e la aiuta a raccontarsi.
Qua di seguito una lista (chiaramente incompleta) di 5 colonne sonore difficilmente trascurabili.

KOYAANISQATSI (GODFREY REGGIO, 1982)

Fin dall’inizio della sua storia il cinema ha preso a braccetto la musica e la musica si è sempre fatta cullare dal suo ruolo nel cinema, tant’è che sì, possiamo pensare un film senza dialoghi ma torna difficile pensarne uno senza la musica. La musica generalmente accompagna le immagini ma in Koyaanisqatsi, documentario di Godfrey Reggio sul passaggio dalla vita naturale e quella moderna, è difficile capire cosa viene prima, se le immagini raccolte da Reggio o le composizioni di Philip Glass. Per evitare di perdersi nel paradosso dell’uovo e della gallina, è meglio concentrarsi sul tema ossessivamente minimale del maestro Philip Glass che riempie splendidamente i vuoti di parole di questo ritratto di vita di fine 2000.

ASSAULT ON PRECINT 13 (JOHN CARPENTER, 1976)

Il claustrofobico film di John Carpenter, con la sua fotografia cupa, la violenza inarrestabile, l’atmosfera onirica e la sua irrazionale realtà, è un capolavoro. E lo è, chiaramente, per il suo essere film ma lo è anche per la sua colonna sonora. Scritta e registrata dallo stesso regista, è stata composta mediante sintetizzatore. L’ispirazione è arrivata dai film di Lalo Schifrin e da “Immigrant Song” dei Led Zeppelin ma il risultato è un originale connubio synth-groove a tinte fosche. Indimenticabile la scena in cui, alla luce del tramonto, c’è la bellissima traccia “Julie”, che con la sua ineluttabile malinconia preannuncia che qualcosa di terribile sta per scatenarsi ed accadere.

THE DRAUGHTSMAN’S CONTRACT (PETER GREENAWAY, 1982)

Qua si parla di uno dei più produttivi legami tra regista e compositore e, in entrambi i ruoli, si parla di due venerabili maestri. Il regista è l’inglese Peter Greenaway e il compositore Michael Nyman. La più bella tra le numerose colonne sonore firmate da Nyman è forse quelle de “L’ultima tempesta” ma questa de “Il mistero dei giardini di Compton House” rappresenta la prima completamente composta dal musicista inglese. La grottesca commedia costruita da Greenaway è rafforzata dai contrappunti classico-moderni di Nyman che aumentano il senso magico e arcano che aleggia intorno alla villa di Mrs. Herbert. “Chasing Sheep Is Best Left To Shepherds” è il brano più celebre della colonna sonora, un basso ispirato dal King Arthur di Henry Puccell che si perde nei meandri del minimalismo nymaniano.

GARDEN STATE (ZACH BRAFF, 2004)

Ti piace vincere facile? Sì, perché se c’è una colonna sonora di quelle che non si può dimenticare è proprio quella del primo film di Zach Braff “La mia vita a Garden State”, scelta e selezionata dal regista stesso. E non si dimentica perché fila in perfetta sintonia con la storia e l’ambiente: si trovano gruppi come gli Shins, i Coldplay (quando ancora riuscivano a fare qualcosa di decente), Nick Drake, Iron And Wine e Thievery Corporation, le cui musiche soddisfano e riempiono lo spettatore un po’ più “alternativo” che fa di questo film un suo vessillo. C’è una scena che vale per tutte, quella in cui, nella sala di attesa di un ospedale, si conoscono Andrew e Sam (rispettivamente Zach Braff e Natalie Portman). Lei gli dice: “You’ve gotta hear this song, it’ll change your life” e gli piazza le sue grosse cuffie sulle orecchie. Partono i primi accordi di “New Slang” degli Shins, lui le sorride e lei gli risponde, forse si sono innamorati.

THE LIFE AQUATIC WITH STEVE ZISSOU (WE ANDERSON, 2004)

Wes Anderson ha sempre dato una rilevante importanza ai suoni dei suoi film. Le colonne sonore sono sempre molto pregiate e rivestono un ruolo fondamentale in quel rapporto tra musica e immagini di cui si parlava prima. Ne “La vita acquatica di Steve Zissou”, miglior opera del regista americano forse inferiore solo a “I Tenenbaum”, la musica e i riferimenti musicali sono onnipresenti. In questo gioco di tributi e citazioni troviamo le cover portoghesi di David Bowie che escono dalla chitarra acustica di Seu Jorge, le musiche made in Casio di Mark Motherbaug (ex-Devo e compositore della colonna sonora originale), la “Here’s To You” di Joan Baez ed Ennio Morricone e “Staralfur” dei Sigur Ros. Un gioco sì, ma intelligente e molto colto.

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