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Cinema | Pubblicato il 27 dicembre 2014

Vediamo i trenta titoli più significativi, nel bene o nel male, usciti in sala o comunque prodotti in questo 2014.
Avvertenza: invece di un’asettica classifica si è optato per una divisione in categorie, più o meno corrispondenti a varie fasce di merito, ma con i film al loro interno posti in ordine sparso.

 

I MAGNIFICI SETTE

Nebraska di Alexander Payne – Non so se il miglior film dell’anno in senso assoluto, ma sicuramente quello del cuore: una storia meravigliosamente semplice, filmata con un bianco e nero folgorante e basata quasi interamente sulla figura immensa e indimenticabile di Woody, interpretato da un indescrivibile Bruce Dern. Payne, già autore di film magnifici come A proposito di Schmidt, stavolta si supera fondendo come solo lui sa fare tenerezza, malinconia, semplicità, ironia, in un film che difficilmente, per come è fatto, conquista premi, ma di sicuro i cuori di molti, cinefili e non. Splendide le musiche di Mark Orton.

Nebraska - Bruce Dern

The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson Anderson crea un mondo tutto suo e lo popola con l’ennesima galleria di personaggi impagabili, sopra le righe, irresistibili, muovendosi al suo interno con la sua caratteristica regia geometrica e tingendolo di un cromatismo esasperato e visivamente meraviglioso: è un caleidoscopio di dialoghi grotteschi e fulminanti, eventi più o meno improbabili, situazioni imprevedibili che si susseguono con un ritmo indiavolato, scandito dalla musica dell’onnipresente (per fortuna) Desplat. Divertimento sfrenato e sfacciato, senza seriose pretese di sorta: Anderson allo stato puro.

The grand Budapest Hotel

A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) di Joel e Ethan Coen – Dopo qualche prova non totalmente convincente, i Coen tornano al loro massimo splendore, con un film dolente, amarissimo, intriso del loro pessimismo cosmico che si specchia nell’inadeguatezza del protagonista, un perfetto Oscar Isaac. Un film musicale più che un musical, in cui le canzoni (tutte splendide, cantate dallo stesso Isaac) cesellano e arricchiscono ogni scena in modo non invasivo bensì suggestivo, creando la giusta atmosfera e donando significati anche inattesi alla vicenda. Da sottolineare poi la livida fotografia e il cameo indelebile di John Goodman.

Inside-Llewyn-Davis-Oscar-Isaac

Mud di Jeff Nichols – Dopo gli ottimi (e troppo poco conosciuti) Shotgun stories e Take shelter Nichols si consacra definitivamente con un film duro, profondo e splendidamente interpretato, in cui azione, rapporti umani e psicologie si fondono in modo mirabile.

Mud

Il regno d’inverno (Winter Sleep) di Nuri Bilge Ceylan – Palma d’oro a Cannes per Ceylan, che firma un film ostico, impietoso, densissimo di dialoghi pregni di significato, il tutto in un’ambientazione affascinante quanto funzionale ai fini espressivi del film. Un’opera maestosa, dolorosa ma necessaria, imperdibile.

Winter Sleep

Solo gli amanti sopravvivono (Only lovers left alive) di Jim Jarmusch Più che la trama è l’atmosfera notturna, ambigua, “maledetta”, acuita dalle splendide musiche, a rendere il film estremamente affascinante. In più personaggi fantastici ottimamente interpretati (Tilda Swinton nata per il ruolo), citazioni storiche, letterarie e musicali di ogni tipo, tagliente ironia e critica sociale ed “esistenziale” di grande impatto. Maledettamente accattivante.

Only Lovers left alive

Lei (Her) di Spike Jonze Anche Jonze ai suoi massimi, in un film che nella sua apparente semplicità superficiale (pochi personaggi, pochi ambienti, scenografie asettiche e minimali) propone invece riflessioni profonde e inquietanti sulla società moderna e su quella (nemmeno troppo distante) futura, e trasmette un senso di profonda solitudine pur nell’era dell’esasperata comunicazione e tecnologia globale. Straordinari il solito Joaquin Phoenix e la suadente Scarlett Johansson, per una pellicola intima, che sembra piccola e sospesa nel tempo ma che, ne sono convinto, parrà ancora più importante ed attuale tra qualche anno. Obbligatoria la visione in lingua originale.

HER

 

LE CONFERME

kinopoisk.ru

Jersey Boys di Clint Eastwood Il buon vecchio Clint si cimenta in una nuova sfida, il musical (o meglio film musicale), vincendola appieno, con l’energia e la lucidità di sempre: è un film elegante, tecnicamente perfetto ma soprattutto ben scritto, ben recitato e coinvolgente anche per chi, come il sottoscritto, non sia propriamente amante del genere o comunque non conosca bene il contesto musicale e sociale dell’America degli anni ’60.

Si alza il vento (Kaze Tachinu) di Hayao Miyazaki – Quello che sembra proprio essere (sigh) il testamento artistico del grande maestro dell’animazione è forse il suo film più ambizioso, se non altro a più ampio respiro storico e politico: una ispirata e straziante epopea nel Giappone e nell’Europa delle Guerre Mondiali, che fanno ben più che da sfondo a una storia di vita e d’amore, scandita dalle splendide musiche del solito Joe Hisaishi. Un’opera gigantesca, crepuscolare, poeticamente onirica eppure tremendamente reale.

Maps to the stars di David Cronenberg – Non sarà certo il miglior Cronenberg (che anche recentemente ha fatto di meglio), ma come sempre non lascia indifferenti: crudo, spietato, schietto, morboso. Ma ciò che più di tutto si incide nella memoria sono gli indimenticabili personaggi interpretati dalle magnifiche Mia Wasikowska e Julianne Moore.

American Hustle di David O. Russell Dopo i buoni ma sopravvalutati The fighter e Il lato positivo, Russell riesce stavolta a convincere con un film magari rutilante, eccessivo, ma di grande energia e fascino visivo: la regia è molto più calibrata e meno “isterica” che in passato, la sceneggiatura si attorciglia un po’ nel finale e in generale non è impeccabile, ma come sempre nei suoi film Russell si affida completamente, e come dargli torto, a un cast mostruoso, Christian Bale, Amy Adams e Jennifer Lawrence su tutti, oltre che a musiche travolgenti.

Gone Girl – L’amore bugiardo di David Fincher – A tre anni dal sottovalutato Millennium – Uomini che odiano le donne, Fincher torna in sala e tanto per cambiare non delude: il suo è un film teso, intrigante, ambiguo, avvincente, che pian piano, con un ritmo e un livello di tensione tenuti sempre alti ma sapientemente sotto controllo, entra sotto la pelle provocando un senso di disagio e spaesamento, visto che nulla e nessuno è fino in fondo ciò che vuole apparire. Come sempre poi Fincher sfoggia la sua maestria tecnica e visiva e la capacità di creare sin da subito un’atmosfera palpabile, grazie anche all’azzeccatissima colonna sonora dei fidi Reznor e Ross (The Social Network). Il resto, e non poco, lo fa una Rosamunde Pike capace di essere al tempo stesso irresistibilmente attraente e spaventosamente repellente.

 

LE RIVELAZIONI

Sciacallo

Lo sciacallo – Nightcrawler di Dan GilroyThriller appassionante, morboso, a tratti agghiacciante, atipico perchè anti-spettacolare e non esente da riflessioni sulla società tecnologica contemporanea. Un gigantesco Jake Gyllenhaal mai così inquietante, viscido, spiritato.

Snowpiercer di Bong Joon-ho Il regista sudcoreano mescola abilmente la spettacolarità e i mezzi del cinema commerciale americano con schemi e suggestioni del cinema orientale, in un film imperfetto (il finale in particolare convince poco) ma travolgente e con alcune sequenze di grande maestria tecnica e impatto visivo.

Il capitale umano di Paolo Virzì Virzì stupisce e convince prima di tutto perchè osa fare ciò che raramente fa il cinema italiano contemporaneo: costruisce un film ambizioso e di ampio respiro, curando il comparto tecnico e disegnando la sceneggiatura come un congegno a orologeria che non perde un colpo ed è sempre pronto a esplodere, gestito da un montaggio veramente azzeccato; ottimo anche il cast di protagonisti e caratteristi.

Ida di Pawel Pawlikowski Un bianco e nero scarnificante e due grandi attrici incorniciano una storia dura e straziante fatta di rimorsi, misteri e cruciali scelte di vita. Un film asciutto e minimalista eppure così crudo e carnale, in cui un’inquadratura, uno sguardo, un silenzio dicono spesso più delle parole.

Locke di Steven Knight Un piccolo-grande film, che su pochi e limitati (anche in senso fisico) elementi costruisce un profondo dramma umano che diventa anche un thriller psicologico, valorizzando ogni particolare, e che vive della performance colossale e solitaria di Tom Hardy.

 

GLI INCOMPRESI

Magic in the moonlight

Noah di Darren Aronofsky Criticato, persino dileggiato un po’ da tutti, io mi sento di salvarlo: sarà senz’altro un po’ pasticciato negli effetti speciali a tratti improbabili e per qualche scelta di scrittura (oltre che in qualche inevitabile scivolone storico-religioso), ma non manca di molti pregi: la mano del regista si nota nelle inquadrature e nei meandri psicologici esplorati specialmente nella seconda parte, che culmina tra l’altro con un finale maestoso e che pone questioni universali di grande profondità; Winstone e Crowe (tornato finalmente a grandi livelli) giganteggiano con interpretazioni fisiche, viscerali ma sempre controllate. Insomma Aronofsky dimostra che fare un blockbuster autoriale è difficile, ma non impossibile.

Magic in the moonlight di Woody Allen Altro film decisamente sottovalutato: chiaro che non è bello come l’ultimo Blue Jasmine e che è sostanzialmente un divertissement, ma anche qui è presente e visibile, seppur a piccole dosi e con una certa scanzonatezza, la filosofia alleniana in molte sue manifestazioni; e poi è una commedia visivamente affascinante, che diverte e fa riflettere, ed è dotata come al solito di alcuni personaggi impagabili, su tutti la saggia e caustica Zia Vanessa di Eileen Atkins e ovviamente il protagonista incarnato da un Colin Firth che sembra nato per la parte.

The Zero Theorem di Terry Gilliam Questo film più che incompreso è da definire ignorato: presentato infatti a Venezia ’13, in un anno e mezzo non ha trovato uno straccio di distribuzione italiana (più volte rinviata e infine cancellata, a differenza di quasi tutti gli altri paesi) e difficilmente a questo punto sarà proposto in sala. Peccato perchè Gilliam torna in tutto il suo splendore, con un film imperfetto ma quanto mai suggestivo, straniante, malinconico, che si avvale del grande Christoph Waltz nel ruolo dell’alienato e insicuro protagonista Qohen Leth.

 

LE CHICCHE

Under the skin

The Double di Richard Ayoade Piccolo, accattivante film indipendente che pullula di idee e di riferimenti/citazioni registiche, visive e scenografiche, da Hitchcock al Gilliam di Brazil. Un thriller psicologico davvero originale e promettente, essendo un’opera seconda.

Coherence di James Ward Byrkit Sorprendente film indipendente americano low budget, che parte come il più classico degli “horroretti” con gente spaventata chiusa in una casa isolata per poi ben presto diventare molto di più, tra misteri, litigi, teorie (fanta)scientifiche e risvolti psicologici umani e sociali non indifferenti; un crescendo vertiginoso di tensione e colpi di scena, con un ottimo cast di attori anche non professionisti. Un film tutto da scoprire, da vedere (e rivedere per apprezzarne l’accattivante meccanismo) tutto d’un fiato. Quando il cinema lo fanno le idee e non i soldi.

Under the skin di Jonathan Glazer Un film ipnotico, disturbante che vive tutto di atmosfera, di suggestioni visive e di una straniante colonna sonora.

Il fuoco della vendetta (Out of the Furnace) di Scott Cooper L’interessante storia di due fratelli molto diversi (Bale e Affleck): sofferto, dolente, grande cast, si perde un po’ nella parte centrale ma termina con un finale devastante.

La spia – A most wanted man di Anton Corbijn – Thriller spionistico in stile “La talpa”, che poteva essere decisamente ordinario ma si erge a qualcosa di più, privilegiando i personaggi e l’introspezione all’azione; potente, disilluso, dolentissimo il personaggio del compianto Philip Seymour Hoffman, qui alla sua ennesima e purtroppo ultima grandiosa prestazione.

Amore, cucina e curry (The hundred-foot journey) di Lasse HallstromUno di quei film prevedibili fin nel minimo dettaglio ma talmente piacevoli, curati e ben recitati (spicca come sempre Helen Mirren) che è difficile non avere in simpatia; divertimento e spensieratezza (quella tipica del miglior Hallstrom, non sempre così ispirato) assicurati, una bella sorpresa purtroppo intaccata dalla solita svilente traduzione italiana, laddove il titolo originale era certamente più intelligente nonchè metaforico.

 

LE DELUSIONI

Interstellar

12 anni schiavo (12 years a slave) di Steve McQueen – Dopo gli ottimi Hunger e Shame, McQueen si è trasferito a Hollywood e purtroppo sembra averne preso soltanto i vizi: è un film insopportabilmente didascalico, talmente artificioso e inattaccabile (dal punto di vista tecnico come ovviamente etico) da risultare perfetto per l’Academy (inspiegabili, se non tramite ragioni “politiche”e di immagine, gli Oscar vinti per il miglior film e la miglior sceneggiatura) ma tremendamente poco interessante dal punto di vista cinematografico. Che McQueen sappia girare bene è evidente, ma se nei film precedenti il suo occhio era volto a riempire di significato ogni inquadratura e ad esplorare i personaggi, qui si limita al voyeurismo, all’illustrazione del dolore. Ci avrà guadagnato in carriera e visibilità, ma non certamente nell’affermazione della sua poetica d’autore.

Interstellar di Christopher Nolan – Una delusione cosmica. Un Nolan “à la carte”, retorico, pomposo, di maniera: i suoi temi sono tutti presenti, ma spiattellati in modo superficiale e facilone, di facile presa per il pubblico ma con pressochè nullo valore espressivo. Personaggi stereotipati, dialoghi ridondanti, umorismo involontario e persino una regia deludente, data la mano (di innegabile talento) e il contesto cinematograficamente potenzialmente esaltante (lasciamo perdere ogni accostamento kubrickiano, le citazioni ci sono ma alquanto grossolane, come l’imbarazzante “monolitico” computer-robot di bordo). Ma più di tutto, ed è ciò che fa più male, manca il cinema, in particolare l’eleganza, la magia, l’afflato tipico del cinema di Nolan, già autore di film grandiosi come Memento, The prestige e lo stesso Inception. L’impressione è quella di aver visto all’opera un pallido e superficiale imitatore. Tornerà il Nolan dei bei tempi? Ai prossimi anni l’ardua sentenza.

Boyhood di Richard Linklater – L’idea di realizzare il film sostanzialmente di pari passo con la crescita del protagonista è indubbiamente interessante, ma Linklater non riesce, o non vuole andare oltre: tutto rimane didascalicamente descrittivo, piatto (regia in primis) e in ultima analisi cinematograficamente poco interessante. Un’occasione sprecata.

The Monuments Men di George Clooney – Autore in passato di film solidi e interessanti, Clooney stavolta delude, soprattutto dato il soggetto molto interessante, gli ingenti mezzi (scenografie mastodontiche e comunque suggestive, ricostruzioni storiche accurate) e il grande cast (poco sfruttato in quasi tutti gli elementi): il film soffre di una scrittura decisamente blanda che fa incombere la noia sin dai primi minuti, e comunque non ha mai guizzi tali da farne decollare ritmo e intensità; in più la retorica diffusa, la piattezza dei dialoghi e l’eccessivo schematismo nella definizione dei personaggi rendono il tutto decisamente goffo e prevedibile. Vorrebbe dire ed essere tante cose ma finisce per non avere nemmeno una propria identità.

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