Logotipo di Son of Marketing realizzato dal superbo grafico italiano Alessandro 'Aesse' Scarpellini
youtube Soundcloud Basecamp

Classifiche | Pubblicato il 29 dicembre 2014

lily - mm
LilyModern Malaise. Da un disco meritevole di trovar posto nell’annuale selezione dei migliori album, di solito, ci si aspetta che abbia colpito nel segno per un sound particolarmente innovativo o una storia più significativa di altre. Che si sia fatto apprezzare in quanto compendio di una carriera di successo, o opera prima prodiga di prospettive radiose. Ma soprattutto che sia riuscito a fornirci una lettura dei tempi convincente, ancorché personale. Preferibilmente per tutte queste ragioni. È il caso di questa cassetta, edita dall’emergente label inglese No Corner: non ci è dato sapere molto dell’autore, se non il monicker e un appunto che lo dà originario di Bristol. E Modern Malaise ovviamente, malessere lungo i bordi di una techno mutante che fagocita le pulsioni più urgenti dell’underground inglese, fornendo un’intepretazione dell’attuale e del domani inedita, alternativa a quello che, con meno ortodossia ma con un’estetica non molto dissimile, sta maturando da qualche anno in area vaporwave. Una potenziale colonna sonora cyberpunk, con le stimmate del manifesto.

jason lescalleet - mtmd
Jason LescalleetMuch to My Demise. Non riesce a trovar compimento, procede a tentoni, per poi tornare indietro come soggiogata da una forza invisibile. La musica, se tale può essere definita, che dà il la a Much to My Demise ha i connotati dell’incubo, con quel nugolo di sussurri in A Misinterpretation of a Mispronunciation a fare da lento ansiogeno preludio del rito funebre di The Tragedy of Man; lento come sa essere il tempo, tiranno-complice di un Lescalleet che all’ascoltatore chiede un trattamento non convenzionale di questo disco. Il tempo che ha agito sui nastri, in forza di un interramento lungo tre mesi che ne ha alterato le sembianze, intervenga a testimonianza del corso della vita e dell’unicità di ognuna delle copie. Facendo corrispondere genesi e crepuscolo delle cose. My Dreams Are Dogs That Bite Me, tanto per ribadire il concetto, torna sul luogo del delitto con intermittenti eruzioni di rumore, filtrato come a bollire sottoterra. Lasciando il segno.

edvard graham lewis - ao
Edvard Graham LewisAll Over. Pubblicato lo stesso giorno del gemello ambient All Under, quasi a voler porre l’accento sulle due anime musicali che appartengono a Edvard Graham Lewis, una sperimentale l’altra più legata al formato canzone, All Over si incarica di far fede a quest’ultima ritraendo il componente di Wire e Dome alle prese con un’eccellente serie di episodi di pop obliquo, dove le melodie si inoltrano tra coltri elettroniche, inquietudini industrial e immancabili appendici avant. Una voce, la sua, che suona gelida, come potremmo aspettarci da chi si è stabilito da tempo in quel di Uppsala, ma con punte di ispirazione da levarsi il cappello: non bastassero le innodiche Straight Into the Corner e We’ve Lost Your Mind valga come prova inconfutabile The Start of Next Week, con Lewis nei panni dell’oracolo, base sintetica e ritmo trascinante. Fosse uscito a nome Wire avrei parlato di un capolavoro non molto distante da un disco a scelta della storica tripletta di fine ’70 – notevole, considerando le uscite insapori degli ultimi anni – ma anche così giova notare che il genio, da quelle parti, gode ancora di ottima salute.

grumbling fur - p
Grumbling FurPreternaturals. Ovvero di come si può risultare originali ricordando qualcun altro, mettere d’accordo intenzioni sperimentali con uno spirito puramente pop, suonare maturi nonostante digressioni fanciullesche. A suon di armonie vocali Alexander Tucker e Daniel O’Sullivan danno uno strappo all’ascoltatore verso un allucinato Paese delle Meraviglie, una dimensione parallela in cui veder dialogare elettronica e arpeggi acustici, distopie e suggestioni pastorali. Siano semplici omaggi (a Neil Megson, meglio noto come Genesis P-Orridge), collaborazioni (con Tim Burgess, frontman dei Charlatans, in Lightinsisters) o personali trasfigurazioni dei Depeche Mode più oscuri (Pluriforms) o del Brian Eno di Another Green World (Secrets of the Earth), i rimandi contenuti in queste nove tracce restituiscono solo ulteriore familiarità a un incanto già ben definito, di quelli che è difficile dimenticare.

herva - ib
HervaInstant Broadcast. Meanwhile in Madland, due anni fa per Bosconi, tracciava le coordinate dello stile di Herva, R’n'B e house in un vellutato abbraccio, diretto come solo un esordio può essere. Poi il passaggio all’olandese Delsin battezzato dall’EP What I Feel del 2013, e questo Instant Broadcast, un lavoro ancora più denso e stratificato che vede il giovane produttore fiorentino mettersi nuovamente in gioco, impiegando l’esperienza accumulata tra attività live e ricerca al servizio di numeri da fuoriclasse: alcuni esempi l’irresistibile incedere di Slam the Laptop e il miraggio jazzy – tra St. Germain e certo Amon Tobin da Bricolage – di Holidays, l’enigmatica No Way Out e le contrazioni IDM di Pitch Business.
Ci sarebbe da passare in rassegna tutta la tracklist, in verità, e questo la dice lunga riguardo il tocco di Herve Atsè Corti, ancora una volta distintosi per una prova sugli scudi.

fatima - ym
FatimaYellow Memories. La Svezia torna a far capolino: detto di Lewis e Uppsala, più in basso trovate la (doverosa) menzione all’ultima fatica di Neneh Cherry. Qui nel mezzo, una cantante che come la Cherry ha scelto di scommettere sul proprio talento spostandosi da Stoccolma a Londra: classe ’85, Fatima Djalonko Bramme-Sey, più semplicemente Fatima, una voce soul calda e schietta con cui regola groove electro che più al passo coi tempi non si potrebbe (Ridin Round), ma che sa svettare anche quando a prevalere è la classicità – ascoltare l’iniziale Do Better. In dodici brani mai un momento di stanca, nonostante l’umore vada via via assestandosi verso una malinconia urbana forse debitrice proprio delle brume londinesi, ed è in coda che anzi si trovano gli episodi di maggior lirismo (Underwater; Talk). È un debutto ma sembra il disco di una veterana.

marc baron - ht
Marc BaronHidden Tapes. Un crepitìo attraversato da uno sbalzo di frequenza, si insinua un ritmo in loop che si fa via via più forte fino a collassare in un’esplosione rumorista, una voce intona una nenia tra le macerie e poi scompare avviluppata da questa tempesta che *beep*, silenzio, si annulla. 1991-2005, che apre Hidden Tapes, inizia così: manipolazione di nastri, estratti di vario genere sminuzzati rallentati e velocizzati per un collage che non fa sconti tanto è dinamico, veemente, straniante. Crudo quanto comunicativo, ma niente che si possa riferire. Talmente personale da concedere spaccati sempre nuovi di pari passo con gli ascolti cui viene sottoposto. Un prisma sonoro affilatissimo eppure affascinante come pochi.

the heartbreaks - wmysac
The HeartbreaksWe May Yet Stand a Chance. Lo scorso anno, in un’intervista rilasciata a SoM, il cantante Matthew Whitehouse raccontò dell’eccitazione per questo album, allora già completo, realizzato con Dave Eringa (Manic Street Preachers) alla produzione. A detta sua, una maggiore consapevolezza rispetto all’esordio e un immaginario che “ricorda Ennio Morricone nei luoghi, i western”; pochissimi ingredienti, giusto il necessario per accendere la curiosità. Curiosità arrivata a tramutarsi in sincero entusiasmo col susseguirsi degli ascolti: per We May Yet Stand a Chance i quattro di Morecambe han fatto le cose in grande stile, con lo scalpitante indie pop di Funtimes calato in atmosfere più adulte, ombrose, ma sempre con quell’innata predisposizione alla melodia e un taglio orchestrale retrivo solo in apparenza, risultando per i tempi molto più audace di numerosi altri cambi di registro.

La Lista continua:

HTRK – Psychic 9-5 Club
Julie Byrne – Rooms With Walls and Windows
Sun Kil MoonBenji
Francis Harris – Minutes of Sleep
FensterThe Pink Caves
Valerio Tricoli – Miseri Lares
Kazuki Tomokawa – Vengeance Bourbon
WovenhandRefractory Obdurate
Leon Vynehall – Music for the Uninvited
Death Gripsniggas on the moon: the powers that b disc 1
Colouroïd – Long Play

2562 – The New Today
TemplesSun Structures
Riccardo Sinigallia – Per Tutti
Have a Nice LifeThe Unnatural World
Innercity Ensemble – II
TrustJoyland
Siavash Amini – What Wind Whispered to the Trees
Neneh CherryBlank Project
Cibo Matto – Hotel Valentine
Wild BeastsPresent Tense
Florent Marchet – Bambi Galaxy

Articolo precedente:

Articolo seguente:

Developed by | MM and designed by Aesse

Questo sito web utilizza i cookie al fine di migliorarne la fruibilità. Continuando ad usufruire di questo sito, l'utente acconsente ed accetta l'uso dei cookie. Maggiori Informazioni | Chiudi