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Classifiche | Pubblicato il 27 dicembre 2013

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Jon Hopkins - Immunity. Finalmente, dopo una lunga serie di collaborazioni con musicisti vari, Jon Hopkins dà alla luce un ottimo disco elettronico e non, incisivo e ben strutturato. La prima parte corre alla velocità della luce, inafferrabile, lungo claustrofobici corridoi di techno notturna. L’altra metà rallenta sensibilmente, mostrando il lato più sensibile di un vero musicista. Alcune canzoni al piano raggiungono notevoli risultati. Consigliato.

 The Knife - Shaking the habitual. Certamente una delle uscite più interessanti di quest’anno. Il nuovo album dei Knife lacera e ferisce proprio come un’affilata lama di coltello. Un coraggioso viaggio in musica attraverso le profondità dell’animo umano. Come correttamente ha fatto notare un caro amico, si tratta di un disco “inarrivabile”. Un abisso sonoro insondabile, capace di mettere alla prova anche l’ascoltatore più attento. Difficile, certo; ma si tratta di puro astrattismo e vale la pena di perdersi nei suoi colori.

King Krule - 6 feet beneath the moon. Archy Marshall, il nome dietro il fenomeno King Krule, ci sorprende meravigliosamente. In lui ci sono tutte le caratteristiche per un nuovo modello di cantautorato contemporaneo britannico. Un disco minimale, fatto di scarni arrangiamenti, melodie crude e sofferte capaci di mostrare tutto il talento di questo ragazzino che ha ancora tanta stoffa da dimostrare. Crediamoci.

David Bowie – The next day. Che dire? Probabilmente uno dei migliori dischi dell’ultimo Bowie. L’eterno Duca Bianco ci regala un’opera di straordinaria freschezza. Arrangiamenti impeccabili, testi e musica in perfetto dialogo fra loro, autocitazioni rivisitate in chiave moderna. Niente di nuovo per gli standard attuali, ma spicca su tanta insulsa contemporaneità.

Bibio – Silver Wilkinson. Potremmo definirlo un disco “assemblato”. Incantevoli loop di chitarra, soprattutto arpeggi complicati frutto di una ricerca non da poco, si assommano a colpi ritmici effettati (delay su delay), sintetizzatori e suoni naturali. Un mosaico in musica, delicato, dolcissimo, mai stucchevole.

Glasser – Interiors. Forse non è proprio il degno successore di quel gioiellino che fu Ring. Eppure Cameron Mesirow, in arte Glasser, riesce a tenere alto l’interesse su di sé con un disco raffinato, elegantemente arrangiato, ricco di tanti spunti creativi, suggestioni e interessanti sincretismi. Merita più di un ascolto per essere apprezzato. Dategli tempo.

Daft Punk – Random Access Memories. Cerchiamo di non perdere troppo la testa. Alla fine si tratta solo di è un disco electro-funky. Coinvolgente, suonato e registrato alla grande, ma ascolto dopo ascolto sono ben pochi i numeri che restano impressi. Balleremo sempre con Get Lucky, d’accordo, ma può bastare? L’album ha scatenato dibattiti, ha diviso i pareri di critica e critica, di pubblico e pubblico. Solo per queste controversie merita un occhio di riguardo.

Atoms for peace – Amok. Non poteva mancare il progetto solista di Thom Yorke, che tanto solista non è giacché la presenza di Flea, Godrich e Refosco spesso e volentieri migliora sensibilmente ciò che alla base risulta a tratti meno appetibile. Tolta l’irrefrenabile componente ritmica mutuata da un riscoperto Fela Kuti, Amok manca un po’ di contenuti e di quella innovazione che il leader dei Radiohead, volente o non, va testardamente ricercando. I primi ascolti comunque sono quelli che lasciano senza fiato.

Moderat – II. Iniziare un discorso nel 2009 (Moderat), interromperlo e proseguirlo nel 2013. Il secondo album del progetto berlinese Apparat/Modeselektor sembra definire una volta per tutte il proprio marchio di fabbrica. Scorre senza intoppi, fra ricerca ritmica e nostalgie elettroniche. Forse però ci si aspettava qualcosina in più. Non male.

Zomby – With love. Il nuovo album del dj britannico Zomby raccoglie una trentina di brani ossessivi, capaci di incidere solchi profondi nell’animo di chi si presta a un ascolto tutto d’un fiato. E’ senz’altro un disco impegnativo. Un’alchimia di generi differenti: house, drum’n’base ed electro hip hop alla Jonwayne; insomma, di tutto; ma la sintesi viene a mancare o non trova una precisa deriva.

Arctic Monkeys – AM. America e Inghilterra si intrecciano in un disco così ben concepito che sembra quasi fatto a tavolino. L’ennesimo nuovo passo verso una maturità che deve ancora sbocciare del tutto. I numeri comunque ci sono e chissà se il futuro riserva ancora altre sorprese.

Nine Inch Nails – Hesitation marks. Tornano i Nine Inch Nails. Niente fiamme e scintille però. Le carte in tavola sono cambiate. La consueta rabbia e potenza di Reznor e soci lasciano spazio a sontuose opere in continuo divenire, frutto di un sofferto lavoro interiore. Anche quando l’elettronica spinge e si fa più graffiante, questa non incide in modo indelebile come in passato. Manca solo un po’ di slancio, ma nel complesso Hesitation marks ci permette di conoscere i NIN in una nuova inaspettata veste.

James Blake – Overgrown. Il giovane genietto londinese conferma il suo talento di cantautore elettronico. Overgrown dimostra la stessa forza espressiva dell’omonimo sorprendente disco d’esordio, anche se stavolta non arriva a emozionare davvero, se non con alcune perle come Retrograde o Life round here. L’algida voce proveniente da uno sconfinato oceano emotivo rasenta il manierismo; per questo alla lunga stanca e delude. Forse serve un coraggioso salto in avanti.

Flaming Lips – The terror. Gran gruppo, gran sound ma non un gran disco stavolta. I trip mentali dell’ormai storico gruppo capitanto da Wayne Coyne diventano sempre più cacofonici, al limite dell’inascoltabile. Non possiamo ogni volta alzare le spalle e difendere strenuamente ogni cosa che sfornano solo perché “sono pur sempre i Flaming Lips”. Per quanto il concetto di “terrore” qui inteso come prospettiva futura di un mondo senza amore sia interessante da traslare in musica, musicalmente tutto resta incompiuto, assumendo le dimensioni di un meccanismo inceppato, ridondante.

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