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Live report | Pubblicato il 1 novembre 2013

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Negli ultimi anni il sound degli A Place to Bury Strangers ha subito un evidente processo di perfezionamento. I suoni sono divenuti più puliti, le atmosfere decisamente meno cupe, scomparsi i richiami industrial e la struttura dei pezzi sembra ormai canonizzata. La band noise-rock delle origini si sta lentamente spogliando dei suoi panni più garage, e forse di quel piglio di iniziale voglia di definirsi che li ha portati a combinare shoegaze, noise e post-punk in un’alchimia riuscita e facilmente distinguibile.

Ma nei concerti la band newyorkese mantiene intatto il suo spirito originario e quella voracità distruttiva nel creare soundwall ruvidissimi e atmosfere tremendamente cupe. Del resto la loro attività live rimane intensissima e queste quattro date italiane di ottobre (Lecce, Roma, Milano e Verona) sono solo le ultime di ben 14 apparizioni sul nostro suolo negli ultimi 3 anni.

Ad aprire troviamo i Bambara, tre ragazzi di Brooklyn che propongono un noise-rock brutale, frazionato in decine di minuti brani, tanto rapidi nel crescere quanto nel spegnersi. La voce appena emerge dagli stridori, ma di quel tanto che basta per evidenziare una scrittura eccessivamente povera, che ha nella sua più alta espressione una sorta di ululato che sistematicamente si infrange su spine chitarristiche. In generale, uno stile troppo immaturo ed episodico per appassionarmi, ma rumoroso quanto serve: perfetto per aprire il secondo trio di Brooklyn della serata (che nel frattempo si muove fra il pubblico).

Non annoveriamo per quest’anno pubblicazioni di particolare rilievo da parte di Ackermann e compagni, tuttavia questo tour autunnale viene ufficialmente presentato come quello dell’ EP Strange Moon, una breve raccolta di cover dei Wipers. Non un’uscita che ho trovato particolarmente interessante, solamente riempitiva tra un album ed un altro. Detto questo, la scaletta appare molto simile a quella proposta in occasione del tour di Worship, con pezzi tratti da tutti e tre gli album. Non una lista molto estesa in realtà, ma i brani di rado seguono la tempistica originale, perdendosi in divagazioni noise di ogni tipo.

Il live è stato come di consueto travolgente, con Ackermann che si contorce sulla sua chitarra dalla quale emergono distorsioni ora acute, ora basse, mentre Lunadon, nei lunghissimi intermezzi e finali dei brani in cui la band dà sfogo al suo animo più violento e caotico, scuote e lancia ripetutamente il basso sul palco, senza risparmiarsi escursioni fra il pubblico che, tra il meravigliato e l’intimidito, tocca senza troppa convinzione le corde dello strumento. Il tutto ordinato dalla batteria di Gonzalez che mantiene insieme i brani e li riporta alla loro struttura tramite le tradizionali geometrie post-punk. I fumi accompagnano le onde di suono che quasi si fanno tangibili, mentre le voci stentano ad emergere dai mari di feedback, cosa che non ho affatto disprezzato dal momento che, in tutta sincerità, ben di rado Oliver appare intonato ai concerti. La sala è gremita, ma il pubblico rimane forse eccessivamente algido, da milanese consuetudine, limitandosi ad una composta osservazione e ad applausi al termine delle canzoni. I brani si susseguono con rapidità: la band mette se stessa in ogni vibrazione e, considerato nel complesso, il loro live si presenta come un crescendo logorante che deflagra in breve in un finale stordente ed autodistruttivo.

Infatti, come ormai da tradizione, la serata si conclude con “I lived my life to stand in the shadow of your heart”, canzone che viene trasformata teatralmente in un’autentica orgia di suoni. Alla prima fase cantata segue una stasi che il trio dilata in una sequenza di martellate ritmiche e lacerazioni elettriche fino all’esplosione finale in cui, ormai avvolto completamente dal fumo, Ackermann rimuove una luce strobo dal palco e prende a strofinarla contro le corde della chitarra, per poi raccogliere quest’ultima e sbatterla ovunque con trasporto menadico, in un delirio di musica e luci che realizza il loro perfetto culto del rumore.

E’ stata la terza volta che ho assistito agli A Place to Bury Strangers, ma mai come questa mi sono apparsi vivi, assordanti e autenticamente loro stessi.

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