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Live report | Pubblicato il 3 marzo 2015

Torna a smuovere il Tpo di Bologna il percorso di eventi targato Robot Paths, e lo fa ancora una volta proponendo una line-up per nulla scontata, di grande impatto e che denota la costante ricerca con cui l’organizzazione vive – e tiene viva – la scena. Un’attitudine, la loro, già assaggiata durante l’ultima edizione dell’omonimo festival: in questo caso la manifestazione si distingueva per il fatto che nella serata finale erano stati volutamente convogliati grandi nomi del panorama internazionale (per intenderci Gold Panda, Jon Hopkins, Moderat, Modeselektor e Apparat), facendo della kermesse bolognese dedicata all’elettronica uno degli appuntamenti più autorevoli anche al di fuori dei confini nazionali; di per sé tale scelta fu tutto tranne che scontata, infatti queste personalità – a livello organizzativo – erano spendibili singolarmente sull’intera durata del festival, garantendo un flusso costante di affezionati, ma la crew di Robot non si è allineata con questa concezione e al contrario ha agito con carisma, ha azzardato una formula che ha funzionato, facendo così entrare la serata del 5 ottobre – ben presto sold out – nella Storia della club culture bolognese.

Il medesimo approccio ha reso grande in egual misura l’ultimo evento promosso dal collettivo, anch’esso sold out, e che ha portato in città due figure simbolo della scena underground e della sperimentazione in ambito digitale: Vessel e Andy Stott. Entrambi rappresentano a pieno quell’appendice musicale inizialmente sviluppatasi nelle periferie all’ombra di grandi centri come Berlino, e cresciuta mantenendo pressoché invariati i suoi postulati – tra cui i suoi più distinguibili caratteri oscuri e taglienti – fino a viaggiare sui principali canali del panorama musicale legato all’elettronica, affacciandosi sul grande pubblico ma conquistando solo una particolare nicchia di estimatori, conservando così un forte linguaggio metropolitano, duro e non da tutti comprensibile. Non è un caso forse che entrambi siano stati accolti con così tanto calore da una città come Bologna, un polo indiscusso per le subculture che da sempre si distacca volentieri dal piano mainstream, e non solo in ambito musicale, favorendo e legittimando numerose realtà underground – proprio così come sta avvenendo in altre parti dell’Emilia-Romagna dove si registra grande fermento in questo versante, e il collettivo Club Adriatico di Ravenna o Magma di Forlì sono solo la punta dell’iceberg. Bologna dunque non è solo “cantautori”, nei piani sottostanti c’è molto altro ancora.

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È proprio dentro le mura di uno dei centri sociali più influenti della città che si è consumata questa serata-evento realmente degna di nota, forte per l’appunto della costante ricerca con cui il gruppo Robot Paths alimenta la scena. Prima dell’arrivo di Stott la massa che riempiva il Tpo era già stata brutalmente scossa dalle sonorità febbrili di Vessel, che per l’occasione ha proposto un set tanto difficile da esplicitare quanto adrenalinico. Fin dall’inizio infatti la dura musica emanata dai synth del giovane inglese – con cui ha un inaspettato rapporto viscerale – sembrava provenire dal centro della Terra e come un sisma risaliva, tremando e provocando sgomento; resta il fatto che è di per sé riduttivo paragonare la techno vesseliana a quella prodotta dal più noto Gesaffelstain, vero che entrambe si caratterizzano per l’impronta oscura, dark ed apocalittica ma quella confezionata da Vessel è ben più volutamente frammentaria e dinamica. Inoltre ciò che sorprende è che lui stesso non cerca di contrastare questa condizione con sporadiche tinte melodiche ma al contrario sguazza in una paranoica ricerca di forme musicali radicalmente caotiche, e il suo costante dimenarsi sul palco ne è un contributo aggiuntivo. Questo non significa che il live non sia stato raffinato, al contrario si percepiva chiaramente che dietro quei suoni così distorti e primitivi vi è – e continua ad esserci – una sperimentazione basata su solide conoscenze musicali, e vale lo stesso per il set che successivamente Andy ha fabbricato.

Egli continuerà nella stessa direzione sonora intrapresa da Vessel, ma in questo caso il tutto è man mano più armonico e prende forma quell’aspetto dance che di fatto mancava; anche la musica di questo secondo e più autorevole producer inglese si riferisce ad un’architettura sonora di per sé frammentaria e instabile, rappresentando quindi a pieno tutti i caratteri artistici insisti nell’attuale postmodernità, di cui Stott – ma anche lo stesso Vessel – ne riassume a pieno i postulati grazie ad un intricato ricamo musicale che va ben oltre il semplice “ascoltare”. Nei set di entrambi si può notare un richiamo in termini musicali al mito della fabbrica, della velocità e della macchina tipici del fordismo dell’epoca moderna, con molte assonanze alla pellicola “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, ad esempio; ma sarebbe fuorviante considerare queste due personalità come rappresentanti di tali ideologie oramai più che superate in ambito artistico, essi al contrario sintetizzano per l’appunto i modelli postmoderni grazie ad un vero e proprio saccheggio delle suddette concezioni, che con loro subiscono volute mutazioni portando ad un prodotto drasticamente irrazionale: insomma, restando in chiave cinematografica, gli schemi musicali dei due producer inglesi si allineano straordinariamente ai paesaggi urbani decadenti, periferici e postindustriali di quella Los Angeles del 2019 visibile in “Blade Runner” di Ridley Scott, piuttosto che far riferimento a realtà passate.

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In particolare questa tipologia di musica può essere attribuita a quel movimento detto “accelerazionismo”, e che di fatto rappresenta un’appendice dello stesso postmodernismo: in questo caso l’idea di fondo è che piuttosto che rifiutare il capitalismo così com’è occorre accelerarne le tendenze latenti, esacerbandone gli aspetti più estremi o addirittura alienanti e autodistruttivi; e in merito è in corso un acceso dibattito in molte brache del sapere avente come capisaldi determinati saggi tra cui “Manifesto per una politica accelerazionista” di Alex Williams e Nick Srnicek o “Gli algoritmi del capitale” di Matteo Pasquinelli. A tal proposito, prima di procedere oltre, bisogna innanzitutto precisare che la musica in quanto tale – così come altri linguaggi artistici tra cui la fotografia, l’architettura, la pittura e così via – subisce seppur indirettamente una notevole influenza da questi cambiamenti strutturali che avvengono negli alti piani della conoscenza e sotto molti aspetti ne è uno dei tanti vettori, dunque separare le due realtà etichettandole come lontane è di per sé un approccio viziato. Non a caso tesi di questo tipo sono già state introdotte in campo musical-digitale grazie al critico inglese Adam Harper, che attribuisce ai lavori di Bjork, Fatima al Quadiri o di Fka Twigs quell’esasperazione delle componenti postmoderne in chiave digitale riferibili solamente al modello accelerazionista. Ciò che sfugge ad Harper è che tale concezione è ancor più nitida, basic e facilmente individuabile nelle produzioni di Vessel e Stott: come si è visto esse sono tutt’altro che rassicuranti, ma certamente a proprio agio con una contemporaneità fatta di astrazione, complessità, frammentazione costante e tecnologia digitale portata all’estremo; dunque quel che sembra l’ultimo capriccio in ambito elettronico è in realtà frutto di un lento cambiamento che non investe solo il piano artistico-culturale ma l’intera società in molte delle sue sfaccettature.

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