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Live report | Pubblicato il 27 giugno 2014

Gli Arcade Fire sono uno dei gruppi più seguiti del panorama indie degli ultimi anni e le due date italiane di quest’anno (Roma e Villafranca di Verona) si presentavano come due dei concerti-evento dell’estate 2014.

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La cornice del Castello Scaligero di Villafranca sembra perfetta per accogliere la musica della band canadese, anche a detta dello stesso Win Butler, che durante il concerto ha affermato di non aver mai suonato in posto così bello. Lo stesso Butler, all’apertura delle porte (alle 18.30 circa), ha accolto il suo pubblico sotto il palco, firmando autografi e prestandosi per foto con i fan (ne ho ovviamente approfittato).

L’apertura è affidata al dj-set del bassista dei Pulp, Steve Mackey, e agli Antibalas, formazione da big band e funky vecchia scuola, solo per cultori del genere. La loro performance, per quanto impeccabile, non coinvolge più di tanto.

Il cielo si scurisce e inizia a lampeggiare con il calare del sole, i nasi si girano verso l’alto e le dita si incrociano. Alle 21.45 arriva il main event: gli Arcade Fire si presentano in dodici. Si comincia con Reflektor, tratta dall’ultimo album omonimo, che, neanche a dirlo, sarà il più gettonato della serata. Le prime fiammate arrivano però con i brani più vecchi: Neighborhood #3 (Power Out) e Rebellion (Lies) scaldano il pubblico. Il palco non è esageratamente grande, mentre i suoni, i travestimenti dei vari membri, le scenografie fatte di specchi e i video sparati dal maxischermo sono davvero ottimi (riuscitissimi quelli su It’s Never Over (Oh Orpheus), dove il volto di Régine Chassagne, che sul palco ha alle sue spalle una ballerina con un costume da scheletro, viene riportato sullo schermo con un video molto effettato).

E’ un live spontaneo e compatto, nonostante la band di Win Butler non abbia mai fatto un disco uguale ad un altro: gli Arcade Fire si destreggiano fra vari strumenti (alcuni anche inusuali, come la ghironda che Régine Chassagne impugna su Keep the Car Running) e fra i brani dei loro quattro album: il sound british di The Suburbs, i synth di We Exist e l’energia di No Cars Go sono fra le massime impennate di tutto il concerto. Mancano purtroppo alcune vecchie chicche, presenti invece nella setlist di Roma, ma non ci si può certo lamentare.

La prima ed unica uscita dal palco è giustificata dal ritorno dei musicisti in maschera, con Butler che indossa un testone da Papa Francesco. Seguono Here Comes the Night Time, accompagnata da un’esplosione di coriandoli, Normal Person e Wake Up, che chiude il concerto dopo quasi due ore, lasciando i brividi alla folla che intonerà ancora per qualche minuto i cori iniziali del brano. Gli Arcade Fire si confermano una delle band più importanti della mia generazione: pochi al giorno d’oggi sono capaci di regalare una simile performance.

Si torna a casa con il sorriso, anche perché la pioggia tanto annunciata nei giorni precedenti al concerto alla fine non è arrivata, se non una volta saliti in macchina.

Setlist:

Reflektor
Flashbulb Eyes
Neighborhood #3 (Power Out)
Rebellion (Lies)
Joan of Arc
The Suburbs
The Suburbs (continued)
Ready to Start
We Exist
We Used to Wait
Keep the Car Running
No Cars Go
Haïti
My Body Is a Cage (alternate shortened version)
Afterlife
It’s Never Over (Oh Orpheus)
Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)
Here Comes the Night Time
Normal Person
Wake Up

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