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Live report | Pubblicato il 25 novembre 2011

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E’ una sensazione piacevole uscire da un concerto con la convinzione di aver ascoltato davvero della buona musica; buona nel senso proprio del termine, comprendente gli aggettivi sentita, virtuosa, e piacevole. E’ stata questa la sensazione che mi è rimasta al termine del live dei Treni all’Alba, venerdì scorso all’Eden Cafè di Treviso. La band nasce dall’incontro tra Sabino Pace (piano e tastiere) e Felice Sciscioli (batteria), ex membri dei BelliCosi, con Daniele Pierini e Paolo Carlotto (entrambi alle chitarre), facenti parte della formazione degli Encore fou. Tutti i membri provengono dunque da nostrane esperienze hardcore, e ciò che ne esce è qualcosa di imprevedibile ed inaspettato. I treni all’Alba si cimentano infatti in un prog-folk fondato sulle linee melodiche proprie del progressive ma arricchito dalla solida base delle due chitarre acustiche e dei loro arpeggi rapidissimi, pieni di stop and go e molto ispanici.

Il live si svolge in un bar trevigiano piccolo ma accogliente, riscaldato dal dolce fuoco di una stufa, dove gli avventori sorseggiano quietamente il loro vino dai calici e attendono l’ingresso degli artisti con una curiosità minuziosa ma benevola. Verso le dieci e mezza la band entra in scena e si dà il via alle danze. Il concerto inizia con Attila, brano di punta del loro ultimo album 2011 A.D., forse un richiamo ad A.D. 2010 – La buona novella, disco pubblicato dalla PFM l’anno scorso; se però lì si parlava di storia evangelica, qui è centrale l’Apocalisse, come avremo modo di sentire. La partenza è lenta, in crescendo, fino all’esplosione del motivo centrale, eseguito tra arpeggi alla chitarra e alla tastiera. La melodia di fondo ricorda molto il progressive italiano, ma con un uso più spinto degli strumenti a corda. Il tutto prosegue prendendo una svolta maggiormente rock e si spegne all’improvviso in un finale tronco. Segue un intramezzo al piano, di Sabino Pace ,assai elegante, che fa da intro a L’Arte della guerra, brano, è proprio il caso di dirlo, battagliero, che agisce come un eccitante, caricando l’ascoltatore. Molto bello il duetto delle due chitarre, che si perdono in virtuosismi e palleggi melodici. Al termine la band si presenta, rivendicando le sue origini aosto-torinesi e chiedendo scherzosamente di limitare il pogo; il live prosegue quindi con un pezzo tratto dal loro primo album, Folk Destroyers, che per comodità chiameremo 4:37 (basandoci sulla durata all’interno del disco, in quanto le tracce sono tutte prive di titolo). La musica si fa più orchestrale e malinconica; è la batteria a scandire l’andamento del brano in un susseguirsi di variazioni ritmiche decisamente d’effetto. Segue Il Demone, dal sapore folk, che spazza via la quiete del pezzo precedente per poi disciogliersi, nella parte centrale, in un giro di chitarra introspettivo e martellante, intimo come una discussione seria; il tutto termina col richiamo del tema centrale nella chiusura. L’Apocalisse parte in modo incalzante e rapido, quasi fosse una fuga; la melodia di base resta presente ma subisce continue e repentine modificazioni, soprattutto negli interessanti spazi in cui le chitarre assumono un peso maggiore, il ritmo rallenta e l’atmosfera si fa più soffusa. Segue una breve presentazione della loro opera e di quella che chiamano l’Apocalisse della porta accanto, ovvero un modo per comunicare, e subito dopo 2:09, apertura del primo disco, durante il quale, per lo stile degli arpeggi, non ho potuto fare a meno di tornare con la mente ai miei ascolti giovanili di chitarra classica di stampo ispanico (Leo Brouwer, per citarne uno, o Castelnuovo Tedesco). Si torna poi di colpo a 2011 A.D. con Fino Alla Fine… del Mondo , sperimentale, in grado di creare un’atmosfera profonda; e si chiude il concerto con una 3:05 dalla partenza nervosa e dal prosieguo ricco, scandito della ormai consueta variatio ritmica a cui ci hanno abituati dall’inizio. Al termine le voci che si alzano dal pubblico convincono gli artisti a suonare per noi altri due brani. Possiamo così sentire una versione di 6:04 molto rimaneggiata rispetto all’originale di Folk Destroyers; le sonorità sono più rock e la band sembra divertirsi enormemente nel suonarla con una spontaneità che fa quasi pensare ad un’improvvisazione, tanto risulta naturale. Infine, come il concerto era iniziato, così si conclude: nella sala risuonano di nuovo le note di Attila, per un bis di quella che è sicuramente una delle tracce più belle del disco. Durante il post-concerto ho modo di notare con piacere che anche gli altri membri del pubblico, come me, esibiscono espressioni soddisfatte e contente; il riscontro è dunque molto positivo e gli artisti possono fermarsi ed interloquire un po’ con chi li ha ascoltati, certi di aver dato un’ottima prova musicale.

Scaletta

  1. Attila
  2. Piano
  3. L’Arte della Guerra
  4. 4:37
  5. Il Demone
  6. L’Apocalisse
  7. 2:09
  8. Fino alla fine… Del Mondo
  9. 3:05

Encore

  1. 6:04 (Molto modificata)
  2. Attila (Bis)

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