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Live report | Pubblicato il 3 dicembre 2011

LA-TEMPESTAPioggia. Moltissima pioggia. La Tempesta inizia, neanche a farlo apposta, sotto un impetuoso acquazzone pomeridiano, che non ha rispetto degli eroici irriducibili, arrivati col treno da luoghi distantissimi in spaventoso anticipo sull’apertura dei cancelli, e costretti quindi ad una lunga ed estenuante doccia fuori programma davanti al Rivolta di Marghera. Alle 17 e 15 si aprono i botteghini e i cancelli dell’imponente centro sociale e la gente può finalmente entrare a cercare riparo dalle intemperie. Nei due palchi i tecnici del suono si stanno ancora adoperando nei soundchek preliminari ed è quindi la zona ristoro ad essere presa d’assalto dagli avventori. Al suo interno si può infatti trovare un ambiente caldo ed accogliente, dei tavoli, delle panche, e soprattutto una lunga fila di banchetti in cui le varie band si impegnano per vendere album, magliette ed altro materiale. Sparsi un po’ ovunque vengono distribuiti gratuitamente i preservativi della tempesta, con tanto di marchio dell’etichetta sulla confezione; a tal punto interessanti che anche chi non rischia certo di averne bisogno in serata non disdegna di procurarsene qualcuno con la patetica scusa del “non si sa mai”. Alle 19 ha inizio al palco B il concerto de Il Cane, discreto e piacevole, cui è stata affidata l’ingrata missione di rompere il ghiaccio aprendo la serata; Matteo Dainese sembra però non avere problemi a portare a termine l’incarico, seguito subito dopo da I Melt. A quel punto però mi rendo conto che fare spola tra i due palchi per sentire tutti i gruppi che suoneranno è un’impresa di difficile realizzazione, soprattutto se voglio avere un posto con una visuale perlomeno decente, e perciò decido di stabilirmi in modo definitivo sulla transenna del palco A, l’Hangar, per seguire comodamente quelli che senza dubbio sono i gruppi più attesi della serata. Alle 20 e 10 iniziano puntuali, coi volti coperti dai loro passamontagna neri, i Sick Tamburo, che avevo sempre snobbato nei miei ascolti dopo una brutta esperienza col loro album omonimo. Devo però dire che mi sono dovuto ricredere; con il loro modo di porsi rigido e teatrale, e con il loro sound ripetitivo (ahimè) ma decisamente accattivante, riescono a conquistare la platea, e a dare una svegliata al pubblico, annichilito da una lunga attesa, aprendo in modo degno la maratona musicale del palco principale. Seguono i Tre Allegri Ragazzi Morti, capeggiati dall’immortale Toffolo, primo organizzatore della serata, imbrigliato in una tuta di pelo marrone e con l’immancabile maschera formato teschio. Questa sera ci vogliono riproporre per intero La Testa Indipendente, il loro terzo album, e ammetto che avevo preventivato un semi flop, con un pubblico che dopo le canzoni più conosciute si sarebbe trovato spaesato e confuso. Ma mi è bastato poco per capire di aver sbagliato previsione: avvertiti per tempo, i supporter mascherati avevano ripassato per bene la lezione ed hanno seguito col canto i loro idoli, senza titubanze. A questo punto ho fatto un breve salto al palco B, giusto in tempo per sentire un Giorgio Canali (coi Rossofuoco) indemoniato e particolarmente ispirato, ma anche lievemente deluso dalla location, troppo opprimente per i suoi gusti. E in effetti si faticava a respirare; all’interno l’ossigeno aveva lasciato il posto al fumo e si stava stretti come sardine, segno che probabilmente a molti fa piacere sentire la voce incazzata ed irriverente del cantante di Predappio. Ritorno di corsa all’Hangar, giusto in tempo per non perdermi la performance dei Massimo Volume, momento quasi sacrale del concerto. Il pubblico non è così folto come per gli altri artisti, probabilmente perchè il recitato di Mimì Clementi non è adatto a tutti i palati; in ogni caso quelli che restano hanno modo di lasciarsi trascinare in una sorta di trance dalla sua voce calda ma pungente, in grado di fermare il tempo e di far rimpiangere amaramente i rigidi limiti orari imposti dalle necessità della serata. Cambia il gruppo, cambia la platea; sotto il palco aumenta esponenzialmente la percentuale delle giovani teenagers, desiderose di ascoltare, guardare, comunicare con l’introverso (un tempo, forse) Vasco Brondi. Le Luci della Centrale Elettrica entrano in scena e riscuotono il consueto successo, l’unico problema è che (e avendoli sentiti live già tre volte lo posso dire con cognizione di causa) la scaletta è quasi sempre la stessa, e lui dice le stesse cose ad ogni dannato live. La prima volta può piacere, la seconda puoi giustificarlo dicendo che è passato troppo poco tempo dal concerto precedente, ma la quarta volta… Non particolarmente esaltante quindi questa parte del festival; non c’è nulla da fare, Brondi, per quanto bravo, alla lunga stanca, specie se non varia. Ma è l’ultimo gruppo della serata quello che lascia il ricordo più controverso, più agrodolce. Gli Zen Circus salgono sul palco dopo un rapido souncheck e attaccano con Nel Paese che Sembra una Scarpa, apertura del loro ultimo album; a metà del brano Appino si incazza, getta a terra la sua chitarra, la prende a calci e sparisce dietro le quinte. Il pubblico, stupito e confuso, urla per richiamarlo fuori mentre Ufo (il bassista ndr) si impegna per sdrammatizzare l’accaduto buttando la faccenda sul ridere. Il front-man ritorna in scena, prova un’altra chitarra delle quattro del suo arsenale e ancora una volta la getta per terra con rabbia, alla fine però sembra rassegnarsi, ne imbraccia una terza ed il concerto riparte. Nonostante i problemi tecnici gli Zen riescono comunque a trascinarsi dietro la platea, piena di loro affezionati, e ad arrivare in modo dignitoso alla fine della scaletta; concluso l’ultimo pezzo il cantante getta lo strumento a terra per l’ennesima ed ultima volta ed esce visibilmente irritato, mentre gli altri due membri rimangono ancora qualche minuto per salvare la situazione. Da un messaggio su facebook postato il giorno dopo sulla pagina ufficiale della band apprendiamo che ad avere problemi non era l’impianto del Rivolta ma la pedaliera di Appino; in ogni caso all’uscita dal concerto l’opinione è divisa tra chi li comprende e li assolve, e chi invece, amareggiato da ciò che ha visto, sostiene che il leader degli Zen Circus dovrebbe imparare a “tirarsela di meno”. Ai posteri l’ardua sentenza, in ogni caso non si può dire che abbiano suonato male; problemi a parte, hanno dato una gran bella prova. Si chiude così questo festival della Tempesta, eclettico e vario, ma anche sincero; gli artisti sono venuti con la voglia di dare il meglio, il pubblico ha apprezzato e i due palchi (per quel che ho visto) erano pieni, a testimonianza del successo della serata; attendiamo dunque con ansia la prossima riunione del collettivo e consideriamo il Rivolta come un più che valido riscatto di Villa Manin. Per amor della cronaca mi preme sottolineare una cosa: finita la Tempesta è finita anche la pioggia.

Pioggia. Moltissima pioggia. La Tempesta inizia, neanche a farlo apposta, sotto un impetuoso acquazzone pomeridiano, che non ha rispetto degli eroici irriducibili, arrivati col treno da luoghi distantissimi in spaventoso anticipo sull’apertura dei cancelli, e costretti quindi ad una lunga ed estenuante doccia fuori programma davanti al Rivolta di Marghera. Alle 17 e 15 si aprono i botteghini e i cancelli dell’imponente centro sociale e la gente può finalmente entrare a cercare riparo dalle intemperie. Nei due palchi i tecnici del suono si stanno ancora adoperando nei soundchek preliminari ed è quindi la zona ristoro ad essere presa d’assalto dagli avventori. Al suo interno si può infatti trovare un ambiente caldo ed accogliente, dei tavoli, delle panche, e soprattutto una lunga fila di banchetti in cui le varie band si impegnano per vendere album, magliette ed altro materiale. Sparsi un po’ ovunque vengono distribuiti gratuitamente i preservativi della tempesta, con tanto di marchio dell’etichetta sulla confezione; a tal punto interessanti che anche chi non rischia certo di averne bisogno in serata non disdegna di procurarsene qualcuno con la patetica scusa del “non si sa mai”. Alle 19 ha inizio al palco B il concerto de Il Cane, discreto e piacevole, cui è stata affidata l’ingrata missione di rompere il ghiaccio aprendo la serata; Matteo Dainese sembra però non avere problemi a portare a termine l’incarico, seguito subito dopo da I Melt. A quel punto però mi rendo conto che fare spola tra i due palchi per sentire tutti i gruppi che suoneranno è un’impresa di difficile realizzazione, soprattutto se voglio avere un posto con una visuale perlomeno decente, e perciò decido di stabilirmi in modo definitivo sulla transenna del palco A, l’Hangar, per seguire comodamente quelli che senza dubbio sono i gruppi più attesi della serata. Alle 20 e 10 iniziano puntuali, coi volti coperti dai loro passamontagna neri, i Sick Tamburo, che avevo sempre snobbato nei miei ascolti dopo una brutta esperienza col loro album omonimo. Devo però dire che mi sono dovuto ricredere; con il loro modo di porsi rigido e teatrale, e con il loro sound ripetitivo (ahimè) ma decisamente accattivante, riescono a conquistare la platea, e a dare una svegliata al pubblico, annichilito da una lunga attesa, aprendo in modo degno la maratona musicale del palco principale. Seguono i Tre Allegri Ragazzi Morti, capeggiati dall’immortale Toffolo, primo organizzatore della serata, imbrigliato in una tuta di pelo marrone e con l’immancabile maschera formato teschio. Questa sera ci vogliono riproporre per intero La Testa Indipendente, il loro terzo album, e ammetto che avevo preventivato un semi flop, con un pubblico che dopo le canzoni più conosciute si sarebbe trovato spaesato e confuso. Ma mi è bastato poco per capire di aver sbagliato previsione: avvertiti per tempo, i supporter mascherati avevano ripassato per bene la lezione ed hanno seguito col canto i loro idoli, senza titubanze. A questo punto ho fatto un breve salto al palco B, giusto in tempo per sentire un Giorgio Canali (coi Rossofuoco) indemoniato e particolarmente ispirato, ma anche lievemente deluso dalla location, troppo opprimente per i suoi gusti. E in effetti si faticava a respirare; all’interno l’ossigeno aveva lasciato il posto al fumo e si stava stretti come sardine, segno che probabilmente a molti fa piacere sentire la voce incazzata ed irriverente del cantante di Predappio. Ritorno di corsa all’Hangar, giusto in tempo per non perdermi la performance dei Massimo Volume, momento quasi sacrale del concerto. Il pubblico non è così folto come per gli altri artisti, probabilmente perchè il recitato di Mimì Clementi non è adatto a tutti i palati; in ogni caso quelli che restano hanno modo di lasciarsi trascinare in una sorta di trance dalla sua voce calda ma pungente, in grado di fermare il tempo e di far rimpiangere amaramente i rigidi limiti orari imposti dalle necessità della serata. Cambia il gruppo, cambia la platea; sotto il palco aumenta esponenzialmente la percentuale delle giovani teenagers, desiderose di ascoltare, guardare, comunicare con l’introverso (un tempo, forse) Vasco Brondi. Le Luci della Centrale Elettrica entrano in scena e riscuotono il consueto successo, l’unico problema è che (e avendoli sentiti live già tre volte lo posso dire con cognizione di causa) la scaletta è quasi sempre la stessa, e lui dice le stesse cose ad ogni dannato live. La prima volta può piacere, la seconda puoi giustificarlo dicendo che è passato troppo poco tempo dal concerto precedente, ma la quarta volta… Non particolarmente esaltante quindi questa parte del festival; non c’è nulla da fare, Brondi, per quanto bravo, alla lunga stanca, specie se non varia. Ma è l’ultimo gruppo della serata quello che lascia il ricordo più controverso, più agrodolce. Gli Zen Circus salgono sul palco dopo un rapido souncheck e attaccano con Nel Paese che Sembra una Scarpa, apertura del loro ultimo album; a metà del brano Appino si incazza, getta a terra la sua chitarra, la prende a calci e sparisce dietro le quinte. Il pubblico, stupito e confuso, urla per richiamarlo fuori mentre Ufo (il bassista ndr) si impegna per sdrammatizzare l’accaduto buttando la faccenda sul ridere. Il front-man ritorna in scena, prova un’altra chitarra delle quattro del suo arsenale e ancora una volta la getta per terra con rabbia, alla fine però sembra rassegnarsi, ne imbraccia una terza ed il concerto riparte. Nonostante i problemi tecnici gli Zen riescono comunque a trascinarsi dietro la platea, piena di loro affezionati, e ad arrivare in modo dignitoso alla fine della scaletta; concluso l’ultimo pezzo il cantante getta lo strumento a terra per l’ennesima ed ultima volta ed esce visibilmente irritato, mentre gli altri due membri rimangono ancora qualche minuto per salvare la situazione. Da un messaggio su facebook postato il giorno dopo sulla pagina ufficiale della band apprendiamo che ad avere problemi non era l’impianto del Rivolta ma la pedaliera di Appino; in ogni caso all’uscita dal concerto l’opinione è divisa tra chi li comprende e li assolve, e chi invece, amareggiato da ciò che ha visto, sostiene che il leader degli Zen Circus dovrebbe imparare a “tirarsela di meno”. Ai posteri l’ardua sentenza, in ogni caso non si può dire che abbiano suonato male; problemi a parte, hanno dato una gran bella prova. Si chiude così questo festival della Tempesta, eclettico e vario, ma anche sincero; gli artisti sono venuti con la voglia di dare il meglio, il pubblico ha apprezzato e i due palchi (per quel che ho visto) erano pieni, a testimonianza del successo della serata; attendiamo dunque con ansia la prossima riunione del collettivo e consideriamo il Rivolta come un più che valido riscatto di Villa Manin. Per amor della cronaca mi preme sottolineare una cosa: finita la Tempesta è finita anche la pioggia.

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