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Live report | Pubblicato il 20 ottobre 2014

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Sono già passati alcuni giorni da quella che è stata senza dubbio la serata clou della settima edizione del RoBOt festival, e oggi finalmente ne parleremo su queste pagine un po’ per la gioia di chi non c’era e un po’ per l’invidia dei molti che si son trovati il giorno prima sorpresi da un sold out in realtà abbastanza prevedibile, e che in alcuni casi si sono comunque spinti fino all’ingresso della fiera di Bologna solo per sentirsi opporre un netto rifiuto da parte di buttafuori rigorosi e inflessibili. Sì, perché è dalla sera del venerdì che sui social network si è dato il via ad una disperazione collettiva per l’esaurimento degli ingressi alla data più interessante dell’intero evento. Complici un prezzo generoso ed una line up eclettica sono stati in molti i respinti all’uscio dei padiglioni 25 e 26, provenienti anche dalle distanti lande venete e oltre. Va fatto comunque un doveroso plauso all’organizzazione che ha permesso ai presenti di vivere la serata in spazi decisamente comodi. Le code ai bagni e al bar erano esigue, gli spazi in cui muoversi all’altezza dell’evento, che dal punto di vista tecnico è stato gestito decisamente bene.

Ma passiamo a parlare di ciò che conta: la musica. Del set dei Dark Sky, trio britannico prodotto peraltro da Monkeytown Records (la label dei Modeselektor, per intederci), ho sentito molto poco mentre ancora cercavo di trovare un posto comodo in cui posizionarmi, e quindi eviterò di parlarne (anche se l’impressione che ne ho avuto è stato perlomeno positiva). La mia serata, dunque, ha inizio ufficialmente con Derwin Schlecker, aka Gold Panda. Avevo già avuto modo di ascoltare il producer inglese l’estate passata al Radar Festival e non mi aveva entusiasmato. La serata di sabato ha però mutato la mia opinione sulla sua resa live. Il suo set è stato coinvolgente e riuscito, e non solo per le prime file ma anche per noi autoesiliati all’altezza del mixer. Su tutte il mio ricordo va a We Work Nigths come summa dell’ecclettismo di questo artista. Incuriosito ho fatto un salto anche al palco della Redbull per provare l’ebbrezza della black music di Kenny Dixon Jr. aka Moodymann. Le sue melodie dal gusto esotico avevano attirato una vasta fetta di pubblico e sono stati in molti a preferirlo ai suoni un po’ più snob del main stage. E’ stata poi la volta dei berlinesi Moderat che, dopo un lungo lavoro di montaggio palco (attesa ripagata dalle persuasioni che le proiezioni successive hanno creato in appoggio alla musica), hanno portato un’ondata di cupezza coi loro bassi, sublimata dalla voce esile e delicata di Sascha Ring (aka Apparat). All’inizio del set, basato sul tema dell’oscurità, viene richiesto ai presenti di evitare l’uso di smartphone, flash o fonti di luce. La suggestione creata è grande e viene rovinata solo dalla presenza di individui molesti oltre il tollerabile che ad un certo punto mi costringono a scegliere tra il cambio di posto, la morte per soffocamento o la strage. Riesco comunque a godere di quello che è secondo me il momento più alto della loro esecuzione, ovvero Bad Kingdom. Nel complesso il trio risulta molto più incisivo di come lo ricordavo all’ultimo Primavera Sound, e senza dubbio vince il premio per il più alto tasso di pubblico della serata. Il clima viene reso meno gloom dall’arrivo sul palco di Jon Hopkins. Il giovane producer del Regno Unito svolge il suo compito in modo elegante, gli afecionados si dondolano felici sul posto e i vecchi come me tengono il tempo con la testa e solo a tratti si lasciano travolgere dai suoi bassi underground e dalle sua composizioni ipnotiche. Di Martyin ho avuto modo di sentire solo un quarto d’ora, ma ricordo che è stato l’unica esibizione in cui ho realmente sentito l’impulso di muovermi, ballare, fare qualcosa (non me ne vogliano gli altri, ma sono sempre una specie di palo a questi eventi). Incantato dalle sue ritmiche irregolari ho apprezzato, seppur per poco, il suo set incentrato sul suo nuovo disco The Air Between Words. La serata si avvia alla conclusione con i Factory Floor al palco principale. Il gruppo, prodotto dalla label di James Murphy, incuriosisce i presenti; più di una persona me li aveva venduti come una interessante novità da tenere d’occhio. I loro suoni sono scarni, minimali, graffianti, pregni di una techno che alle tre del mattino cattura  ancora l’attenzione di noi avventori, seppur ebbri delle dolci pulsioni di Hopkins. Conclude infine la serata Apparat con un dj set che vorrebbe far ballare fino all’alba ma che ai fatti risulta abbastanza scialbo e contribuisce non poco a svuotare la pista, concludendo senza infamia né lode una notte musicalmente variopinta e meritevole.

Mentre mi dirigo verso il centro su un comodo bus navetta mattutino (altro merito di un’organizzazione attenta ed efficace) rifletto sullo slancio internazionale di questa ultima edizione del festival bolognese. I nomi, sia nostrani che stranieri, c’erano ed erano di qualità. Il problema principale è stato però come questi si siano concentrati prevalentemente sulle date di venerdì e (soprattutto) di sabato, rendendo di fatto i primi due giorni di festival abbastanza scarni per quel che riguarda il potenziale attrattivo. A mio parere una distribuzione migliore degli headliner avrebbe portato un equilibrio maggiore e dato a questa cinque giorni un formato da festival e non l’apparenza di un insieme d’eventi slegati tra loro. Poi, va detto, io scrivo senza avere idea dei costi organizzativi e delle problematiche di incastro che sicuramente ci sono state nel concordare le date coi vari artisti. Al netto di tutto questo il RoBOt07 nei suoi due giorni centrali ha portato un respiro internazionale nella città di Bologna e si è consolidato una volta di più, accanto a C2C e Spring Attitude, come uno dei grandi appuntamenti per l’elettronica nel nostro paese.

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