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Live report | Pubblicato il 9 settembre 2015

Rock-en-Seine-2015-cover

Nella splendida cornice del parco del Domaine National de Saint-Cloud, ogni anno dal 2003, si tiene il Rock En Seine, principale competitor francese tra i numerosi festival estivi europei.

La prima cosa che mi colpì già due anni fa, quando vi partecipai la prima volta, fu la scelta della location, paragonabile in bellezza ad una nostrana Villa Pamphili di Roma.

L’efficienza organizzativa regna sovrana, con un pizzico immancabile di educazione e rispetto. Chioschi per bere e mangiare ce ne sono a dozzine, hai la possibilità di pagare con il metodo Fivory per saltare le file, i bicchieri sono riutilizzabili e griffati con lo stemma del festival così che la gente se li tenga ben stretti e li riporti a casa per ricordo, invece di gettarli a terra materializzando tappeti di plastica scricchiolante e rifiuti.

Non si può fare di tutta l’erba un fascio, sono il primo promotore di questo modo di pensare, come penso anche che quattro giorni in un paese straniero non consentano a nessuno di giudicarne usi e costumi. Per capire una nazione e la sua popolazione ci devi vivere a contatto per mesi se non per anni.

Sicuramente però, l’impressione che ho avuto da partecipante ad un festival francese di tre giorni, è stata quella di un evento dove la gente si è divertita davvero tanto senza danneggiare il prossimo e senza bisogno di incazzarsi per inefficienze, ritardi sulla programmazione, spazi costretti, file interminabili ed impossibilità di assistere agli show dei propri beniamini. Per l’ennesima volta i luoghi comuni si confermano tristi verità: quassù sanno organizzare un evento di questo genere.

Sembra stupido iniziare un report su un concerto con questo tipo di note, eppure (colpa forse del fatto che non ho proprio più vent’anni), le riflessioni che vengono spontanee quando si assiste ad una manifestazione che funziona sono queste: il nostro paese oggi ha ancora eventi dello stesso calibro? Festival paragonabili al Rock En Seine, al Reading, al Primavera? Non mi pare, ma spero si tratti di ignoranza.

Il Rototom è emigrato in Spagna, L’HJM è morto ormai cinque anni fa, dell’I Day di Bologna nessuna notizia dal 2012; persino il Circolo degli Artisti di Roma ha chiuso i battenti e tante band emergenti ormai non toccano più il Centro Italia, al contrario di quanto avveniva fino ad un paio di anni fa. Resta in piedi il Rock in Roma, dove, ahimè (sono costretto a sospirare una seconda volta), il prezzo del biglietto per vedere una band si aggira mediamente al di sopra dei quaranta euro, medesima cifra spesa per assistere in una singola giornata, a una ventina di concerti suddivisi su cinque palchi.

Non so se si tratti di disorganizzazione, scarsa iniziativa, burocrazia, “magna magna”, poco appealing o anche (ammettiamolo) di un po’ di inciviltà del pubblico; fatto sta che non c’è più una valida alternativa a casa nostra. Si salvano sicuramente alcune manifestazioni, ma mi chiedo a volte quanto sopravvivranno.

E’ un peccato, perchè a giudicare dal video dei mille musicisti vicino Cesena che hanno tentanto di attirare l’attenzione dei Foo Fighters (riuscendoci), a noi italiani la buona musica piace e anche tanto. Un festival tutto nostro ce lo meriteremmo.

Ma la partita è finita anche quest’anno: Francia 1 – Italia 0 e siamo fuori dal girone.

Concludo con quelle note che interessano di più ai veri appassionati di musica: la line up non è la migliore d’Europa, non c’è dubbio (gli inglesi in questo senso si rivelano probabilmente sempre più accattivanti nella scelta degli artisti e soprattutto degli emergenti); ma anche a Parigi si presentano nomi indiscutibili come ogni anno: Chemical Brothers, Interpol, Offspring, Kasabian, Hot Chip, Stereophonics, Alt J, The Libertines, Jamie XX, Mark Lanegan e molti altri hanno fatto da principali headliners.

Da elogiare la performance divertente degli Hot Chip che hanno retto il palco con ritmo e voglia di coinvolgere il pubblico. Una band che sicuramente vale la pena vedere almeno una volta nella vita.

Posso poi ritenermi fortunato, immagino, per aver potuto assistere al presentarsi sul palco (persino in perfetto orario) di Pete Doherty e dei suoi Libertines, noti per aver abbandonato numerosi concerti in giro per il mondo proprio per il carattere “capriccioso” del frontman.

Non è un caso che il loro concerto si accavallasse nel palinsesto con quello di Jamie XX: a mio parere gli organizzatori hanno messo in conto che qualcosa sarebbe potuto “andare storto”.

Gli Alt J hanno fatto il pieno di pubblico a la Scene De La Cascade, selezionando una setlist efficace ed equilibrata tra primo e secondo album. Pare che ai francesi la band di Leeds piaccia un bel po’.

Tra i meno noti non hanno spiccato i Jungle, mentre vanno promossi a pieni voti i Fuzz di TY Segall.

I fratelli chimici infine hanno messo in piedi uno spettacolo scenografico riuscito e potente, così come ormai da tradizione; non sbagliano un colpo e chiudono il festival tra lo stupore e l’eccitazione dei francesi.

Attendiamo il prossimo anno e la prossima line up per capire se varrà la pena tornare o eventualmente emigrare verso la Gran Bretagna, la Spagna o perché no, oltre oceano.

Insomma, se da un punto di vista di offerta musicale l’Europa è in grado di dare anche di più, Rock En Seine resta indubbiamente un marchio di qualità in termini di organizzazione e varietà dell’evento.

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