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Live report | Pubblicato il 7 settembre 2012

Attesi, attesissimi, ormai a ben quattro anni dalle loro ultime date in Italia, i Sigur Rós rappresentavano il fiore all’occhiello della prima edizione dell’A Perfect Day Festival, tenutosi a Villafranca di Verona dal 31 agosto al 2 settembre. Band di chiusura di un già ottimo programma, forse uno dei migliori tra i festival di quest’estate con artisti del calibro di Franz Ferdinand, Killers, dEUS, Vaccines e Mark Lanegan, la formazione islandese ha completamente trascinato le circa 15mila persone che affollavano il Castello Scaligero in un’altra dimensione, fatta di spazi eterei, voci angeliche e imponenti muri di suono, e neppure i piccoli grandi disservizi a contorno della manifestazione hanno potuto rovinare l’incredibile atmosfera creata da Jónsi e soci.

Si parte di buon’ora, 800 km non sono pochi e i treni non stanno lì ad aspettarti, ma per i Sigur Rós il sacrificio è più che ben accetto. Meno accettabile e, se vogliamo, inaspettata è la disorganizzazione che ci si ritrova giunti in quel di Verona, a fronte di un evento che nella peggiore delle ipotesi avrebbe contato una media di 10mila presenti a serata, per tre sere: Villafranca è a circa 16 km dal capoluogo eppure, nonostante tantissimi fossero costretti ad alloggiare fuori dal paese che ospitava il festival, a nessuno tra organizzatori, amministratori locali e dirigenti delle aziende di trasporto locale, veniva in mente di predisporre mezzi che collegassero l’area concerti con i dintorni, in particolare per quanto riguarda il post-spettacoli. Il tutto, poi, contornato dalle brillanti intuizioni di Trenitalia, che improvvisamente decideva di sopprimere treni regionali con fermata a Villafranca (anche di domenica, a trasporto pubblico completamente fermo) e sostituirli con un autobus in grado di coprire a stento un quarto della richiesta degli utenti.

Risultato: decine di persone, e non solo spettatori dell’A Perfect Day, a terra, impossibilitati a spostarsi se non pagando le esorbitanti tariffe dei taxi (comunque già d’obbligo per il ritorno); una protesta con blocco dell’autobus sostitutivo e relativa apparizione sulla stampa locale; arrivo in ritardo al luogo dell’evento, Alt-J e dEUS ormai persi e nessuna possibilità di accaparrarsi un posto tra le prime file per l’esibizione dei Sigur Rós.

Ma finalmente, alle 20 circa, si è dentro ed è l’unica cosa che conta.

Pochi minuti ed inizia l’esibizione di Mark Lanegan che, tenebroso e carico, riscalda anche gli ultimi sventurati arrivati, a caccia di qualcosa da mettere sotto i denti. L’ampio spazio interno alle mura del Castello Scaligero è gremito e chi aveva preso parte anche alle due serate precedenti conferma che i Sigur Rós hanno fatto il botto, con un pubblico più numeroso rispetto agli appuntamenti di venerdì e sabato.

Uscito Mark Lanegan, un consistente flusso di persone si sposta verso il centro, cercando di avvicinarsi per quanto possibile al palco. Il terreno, già reso di per sé fangoso da due giorni di pioggia, è una cloaca a cielo aperto e dato l’odore sorge il dubbio che quello a terra non sia soltanto fango (resterà un mistero la provenienza di tanto materiale organico ad impestare l’aria), ma per i Sigur Rós si accetta anche questo.

Puntuale come da programma, alle ore 22.15 la band islandese sale sul palco, con tanto di archi e fiati, anche se la distanza non permette di contare con precisione gli elementi aggiuntivi.

Con dolcezza, fisarmonica e xilofono rompono il silenzio, poi una fragorosa esplosione sonora e l’entrata in scena della voce eterea di Jónsi : è “Í Gær” ad aprire la scaletta e a sovvertire qualsiasi legge fisica, trasportando verso l’alto, in un volo onirico che durerà quasi due ore, le migliaia di persone ipnotizzate dalla proverbiale imponenza musicale dei nostri.

Poco spazio per “Valtari”, ultimo lavoro della band forse troppo “meditativo” per la riproposizione live, i Sigur Rós ripescano il meglio del proprio repertorio, saltando da un album all’altro come fossero “pozzanghere” da calpestare in un impeto di libertà.

Così, dopo la soffice carezza di “Vaka”, si entra in territorio “Ágætis byrjun”, disco capolavoro che ha portato il nome della band islandese agli onori di pubblico e critica: la dirompente “Ný batterí” riscalda gli animi, investendo il pubblico con l’esplosiva batteria di Orri, mentre “Svefn-g-englar”, accompagnata dalle immagini che scorrono sui teli alle spalle del gruppo, spande nell’aria un alone di dolce misticismo.

I giochi di luce sono frequenti, l’ombra di Jónsi si riflette sull’affascinante torre del Castello Scaligero creando effetti visivi da pelle d’oca e, quando partono le prime note di “Sæglópur “, diventa difficile non avere gli occhi lucidi di fronte a uno spettacolo a dir poco perfetto. Spettacolo che continua, senza mai perdere d’intensità, con “Viðrar vel til loftárása”, in cui la lunga pausa creata ad arte a metà brano fa calare sul prato un silenzio quasi religioso, rotto soltanto da qualche sporadico urlo proveniente dalla folla.

L’accoppiata “Hoppìpolla / Með Blóðnasir” segna il giro di boa della scaletta, accolta dall’ovazione del pubblico, affezionatissimo a quello che è probabilmente il pezzo più famoso dei folletti nordici, per poi lasciare spazio al basso ipnotico di “Olsen Olsen” e ai toni spirituali di “Festival”, in cui Jónsi dà sfoggio delle sue angeliche doti vocali fino alla festosa coda strumentale.

“Varúð”, brano epico da lacrime agli occhi, è il primo estratto da “Valtari” in scaletta, scelta quanto mai irrinunciabile trattandosi di uno dei momenti migliori del disco dato alle stampe nei mesi scorsi, quindi un salto indietro di diversi anni per tornare a “Von”, primissimo album della band, dal quale viene proposta “Hafsól”.

Le luci si abbassano per pochi minuti, i Sigur Rós escono e rientrano acclamati per il consueto bis, affidato a “Ekki mukk”, traccia dalle sfumature ambient utilizzata per annunciare al pubblico l’uscita di “Valtari”, e “Popplagið”, in una versione a dir poco devastante, tra feedback dirompenti, percussioni impetuose, fiati graffianti e la solita voce da brividi di Jónsi. Da lacrime.

Che i Sigur Rós non fossero umani lo si era già capito da tempo, ma assistere dal vivo a tanta bellezza accresce la sensazione di essere di fronte a qualcosa di storico, meritevole di essere studiato al pari di opere come la Pietà di Michelangelo o la Nona Sinfonia di Beethoven.

Resta solo il rimpianto di non essere riusciti a raggiungere le prime file per godere ancora più pienamente di uno spettacolo immenso, ma non è che un dettaglio trascurabile quando, incamminandoti verso l’uscita, ti rendi conto di aver assistito ad una di quelle manifestazioni di perfezione che i più credenti etichetterebbero con il sigillo della divinità.

Leggi la Recensione diValtari

Scaletta:

Lagið Í Gær
Vaka
Ný Batterí
Svefn-g-englar
Sæglópur
Viðrar vel til loftárása
Hoppípolla + Með blóðnasir
Olsen Olsen
Festival
Varúð
Hafssól

Encore:

Ekki múkk
Popplagið


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