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Live report | Pubblicato il 27 settembre 2012

Bisogna ammetterlo, a un certo punto sembrava di essere di fronte a qualche assurda maledizione: la tragedia di Toronto, il rinvio dei quattro appuntamenti in Italia (e non solo), il timore di veder spostare in altro periodo poco favorevole la data prescelta con conseguente rinuncia forzata, ed un biglietto, acquistato in fretta e furia, messo su una mensola ad invecchiare, più o meno come si fa col vino.

Poi, proprio come accade con il buon vino, l’attesa prolungata dà i suoi frutti e consegna un evento che ha il sapore della perfezione: Ippodromo delle Capannelle stracolmo e Radiohead in stato di grazia, sarà che per chi scrive era il primo incontro ravvicinato con Thom Yorke e soci, ma il termine “storico”, musicalmente parlando, non sembra un’esagerazione.

L’apertura è affidata al canadese Caribou con la sua band, il pubblico è già in fermento ma sembra apprezzare gli oltre tre quarti d’ora di set in cui l’elettronica robusta di Daniel Victor Snaith ipnotizza i presenti, riscaldandoli a dovere. Tant’è che sono in tanti, alla fine, a girarsi intorno e a chiedere ai vicini il nome della band che ha appena suonato, prevedendo già di volerli ritrovare in rete.

Ma alle 21.30 il palco è il loro e il resto poco importa: i Radiohead entrano in scena uno per volta ed è il delirio. Scaletta lunga e varia, si parte come immaginabile dalle ultime produzioni della band. Due accoppiate vincenti, “Lotus Flower” e “Bloom” da “The King of Limbs” e “15 Step” e “Weird Fishes/Arpeggi” dal precedente “In Rainbows”, mettono subito le cose in chiaro: i Radiohead sono in forma smagliante e i loop e i ritmi convulsi a cui i cinque di Oxford ci hanno abituati si dimostrano, nella dimensione live, travolgenti ben oltre le aspettative.

Gli schermi calati dall’alto, poi, soffermandosi sui singoli membri della band e su dettagli qui e là rubati sul palco, amplificano visivamente, con imponenti giochi di luce, l’emozionante atmosfera che la musica già di suo riesce a ricreare.

Per un attimo si ha anche l’impressione che a furia di sperimentare, i Radiohead abbiano finito per clonare il batterista, ma, per fortuna dello storico Phil Selway, quello in posizione perfettamente speculare (e anche piuttosto somigliante) a lui altro non è che Clive Deamer, già nei Portishead e arruolato per l’occasione. Così, doppia batteria e ritmi ancora più pieni, arricchiscono i suoni anche quando meno te l’aspetti: è il caso di “Kid A”, traccia inafferrabile tratta dall’omonimo album, apparentemente fredda e meccanica eppure dal vivo così incredibilmente d’impatto.

Ormai si è già nel vivo e, saltellando senza sosta tra una produzione e l’altra, si alternano “Morning mr. Magpie” e “There there”, l’oscura “The gloaming” e “Separator”. Thom si contorce nei suoi ormai famosi balli psicotici, di tanto in tanto cerca di incitare il pubblico con qualche isolata parola in italiano e si mostra ormai sicuro di sé e divertito nel reggere la scena sulle sue esili spalle.

Con l’ingresso del pianoforte e lo scoccare delle prime note di “Pyramid song”, si trascende definitivamente l’umano. Quella che può, a tutti gli effetti, essere considerata una delle canzoni più toccanti dell’intera discografia radioheadiana, regala attimi di viva commozione. Ma non saranno certo gli unici.

Neanche il tempo di riprendere fiato, infatti, e arriva la meravigliosa “Nude”, con tutto il suo carico di drammatica inquietudine, seguita da “Staircase”, pezzo finora presentato solo dal vivo successivamente all’uscita di “The King of Limbs”. Si arriva così alla chiusura della prima parte, in cui i Radiohead puntano a travolgere il pubblico con i ritmi forsennati, in sequenza, di “I might be wrong”, “Planet Telex”, “Feral” e “Idioteque”.

Manca quasi il fiato, ma nonostante qualche minuto di pausa che precede il primo bis, il coinvolgimento è tale che non c’è modo di distrarsi: sguardo fisso sul palco e un po’ di sano incitamento in attesa che i propri idoli ritornino sul palco.

Il secondo ingresso è devastante, tocca a “Exit Music (for a film)” riaprire le danze, con un maestoso Thom Yorke a dare il meglio di sé chitarra e voce e a lasciare senza parole i circa venticinquemila presenti. Pubblico che, dopo altri tre brani (“House of Cards”, “Daily Mail” e “Myxomatosis”), riceve uno dei regali più attesi della serata, quell’intricato capolavoro che va sotto il nome di “Paranoid Android”: poco altro da aggiungere, se non l’aggettivo “immenso”, per descriverne gli effetti.

Con due ore e mezza di spettacolo e una serie infinita di esecuzioni al limite dell’umano, si rischia di finire la conoscenza del dizionario di italiano e di non riuscire più a descrivere degnamente ciò che avviene sul palco, ma i Radiohead hanno ancora tre colpi da sparare: una stupenda versione di “Give Up the Ghost”, che vede in scena i soli Thom e Jonny, l’ipnotica “Reckoner” ed infine l’ossessiva ripetitività di “Everything in Its Right Place”, portata all’estremo negli ultimi secondi, quando gli eroi della serata si accomiatano dal pubblico lasciandosi investire dal suo convinto applauso.

Ecco, “Tutto al posto giusto”, non ci sarebbe espressione migliore per sintetizzare una serata perfetta. I Radiohead, se ancora fosse necessaria una conferma, dimostrano di meritarsi a buon diritto l’accesso nell’Olimpo dei mostri sacri del rock: innovativi, imponenti, mai fossilizzati o uguali a se stessi, i cinque di Oxford non sbagliano un colpo e, sotto il cielo di una Roma settembrina indecisa tra il caldo e le nuvole, tratteggiano il profilo di un’esibizione assolutamente da incorniciare.

Non sarà certo un caso se, nel ripercorrere i momenti migliori di quello spettacolo con la loro musica in sottofondo, per metterli nero su bianco, un brivido ancora percorre il sottile spazio tra il cuore, i polmoni e la schiena. Immensi.

 

Scaletta:

Lotus Flower
Bloom
15 Step
Weird Fishes/Arpeggi
Kid A
Morning Mr. Magpie
There There
The Gloaming
Separator
Pyramid Song
Nude
Staircase
I Might Be Wrong
Planet Telex
Feral
Idioteque

Encore:

Exit Music (for a Film)
House of Cards
The Daily Mail
Myxomatosis
Paranoid Android

Encore 2:

Give Up the Ghost
Reckoner
Everything In Its Right Place

 

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