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Cinema | Pubblicato il 29 maggio 2014

Locke Poster

Non si può certo dire che abbia scelto un soggetto semplice né convenzionale il buon Steven Knight, già sceneggiatore tra gli altri di “Piccoli affari sporchi” di Frears (nomination all’Oscar 2004) e “La promessa dell’assassino” di Cronenberg, per la sua seconda prova da regista, peraltro a pochi mesi dal suo esordio con il thriller “Redemption – Identità nascoste”. Presentato al Festival di Venezia 2013, pur fuori concorso, ricevette in gran parte critiche tanto entusiastiche da chiedersi il perché della sua mancata inclusione nel concorso principale.

E’ la storia di Ivan Locke (Tom Hardy), capomastro di successo e con una vita, affettiva e lavorativa, apparentemente inattaccabile e solida almeno quanto gli edifici di cui si occupa; una sera, di ritorno dal lavoro, in macchina riceve una telefonata, che ne scatenerà poi una lunga serie, che metterà pian piano ogni aspetto della sua vita in discussione, costringendolo a rivalutare la sua esistenza e ponendolo di fronte a scelte morali e personali radicali quanto inevitabili.
Meglio non svelare oltre la trama, essendo per forza di cose l’asse portante del film nonché la chiave per il coinvolgimento dello spettatore.

Proprio così: un uomo (Ivan Locke), un’automobile, un telefono, la strada e lo scorrere del tempo: con soli questi elementi Knight confeziona un thriller psicologico che è anche un dramma umano molto profondo.

Era a tutti gli effetti un rischio, una scommessa che tuttavia a posteriori si è rivelata senz’altro vincente: il minimale soggetto del film viene infatti movimentato e impreziosito da una regia e una fotografia straordinarie, chirurgiche, visivamente spettacolari pur nell’essenzialità degli elementi a disposizione: si alternano primi piani del protagonista (ora distaccati, ora asfissianti e claustrofobici come ad enfatizzare i suoi alterni stati d’animo) a riprese in campo lungo dell’autostrada, in cui l’auto che seguiamo è solo una delle tante, a porre il contrasto tra il macrocosmo del mondo esterno e il microcosmo che nel film rappresenta il veicolo; le visuali “on board” della strada, poi, ci fanno sentire in viaggio insieme al protagonista, accentuando il passare dei chilometri come del tempo.
La fotografia (curata da Haris Zambarloukos) gioca con le luci artificiali dell’impianto autostradale e dei dispositivi elettronici dell’auto, formando un mix suggestivo e, all’occorrenza, persino disturbante, quasi psichedelico.

Il film diventa così profondamente affascinante anche dal punto di vista visivo oltre che dei dialoghi che (non poteva che essere così dato il contesto e la provenienza di Knight) la fanno da padrone, scandendo, come un meccanismo ad orologeria, il dipanarsi della trama in modo puntuale, asciutto e credibile.
Le musiche di Dickon Hinchliffe poi, da sospese e ipnotiche, si fanno incalzanti e metronomiche nei momenti di massima tensione, a scandire anch’esse l’incedere del tempo.

Locke

L’unità di spazio, tempo ed azione è rigorosamente rispettata: la durata del film coincide con quella del viaggio notturno del protagonista, facendo sì che lo spettatore percorra idealmente ogni metro e trascorra ogni secondo del viaggio stesso insieme a Locke, vedendo accentuato l’effetto di immedesimazione ma anche di straniamento ed inquietudine per il passare del tempo e le claustrofobiche dimensioni dell’abitacolo.

E’ inoltre un film profondamente metaforico, in cui nessun elemento è casuale, bensì simbolico e funzionale al fine espressivo, all’atmosfera e al tono generale del film.Dal nome stesso del protagonista (Locke, riferimento al filosofo inglese come al semplice vocabolo dall’analoga pronuncia), al suo mestiere (che è facile accomunare alla costruzione e la solidità della sua vita famigliare, che non a caso viene meno proprio quando è messo in discussione il suo lavoro) al contesto: Locke compie un viaggio reale guidando la sua macchina così come, contemporaneamente, uno interiore, conducendo e indirizzando la sua vita tramite le scelte che deve compiere e facendo i conti con un passato irrisolto.

Venendo al protagonista, che l’attore inglese Tom Hardy fosse in grande ascesa lo si sapeva: la sua carriera era infatti esplosa nel 2008 grazie al ruolo da protagonista in “Bronson” di Refn, cui seguì il sodalizio con Christopher Nolan per i suoi “Inception” e “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” (nel ruolo del “villain” Bane), nonché la partecipazione allo splendido “La talpa” di Alfredson, per citare i titoli più noti e significativi. Qui si conferma ai massimi livelli, mostrando una recitazione meno fisica (solitamente la sua principale caratteristica, vista anche la stazza) ma più sottile, composta e introspettiva: è magnifico nell’incarnare un uomo apparentemente freddo, inappuntabile, calcolatore, ma che pian piano scopriamo anche fragile e capace di accessi d’ira; un leone in gabbia rinchiuso com’è nella sua auto, pur nella sua coerenza e moralità ferree, a cui arriva a pensare di sacrificare perfino gli affetti e il successo lavorativo. E’ un personaggio affascinante che viene sviscerato a poco a poco, arricchendolo di particolari sempre nuovi ma coerenti, che ce lo fanno ora amare, ora odiare, ora compatire, ora schernire (così come sembra fare la macchina da presa). E la prova attoriale, quanto mai impegnativa essendo uno “one man show”, è impeccabile per espressività, crudezza e realismo.

Locke - Tom Hardy

In conclusione, il film è un capolavoro di eloquenza e funzionalità, che riesce a unire forma e sostanza, autorialità ed intrattenimento pur nell’esiguità del soggetto; una lezione di tecnica cinematografica, di stile, di ritmo, laddove sono ancora le idee (e un buon regista) a fare un buon film e non necessariamente grandi budget, grandi scenografie o quant’altro: proprio le idee e lo stile rappresentano istanze autoriali che fanno ben sperare per la produzione futura del regista, peraltro come detto ancora esordiente. 80 minuti che volano d’un fiato, in cui ci si emoziona e si riflette sulla fragilità dei rapporti umani e delle convenzioni sociali, e su come piccoli e grandi errori possano rivoluzionare la vita di una persona, obbligata a compiere delle scelte; un virtuosismo tecnico e di scrittura studiato nei minimi dettagli ma non per questo artificioso, freddo o fine a se stesso, come invece pareva a suo tempo “Buried – Sepolto” (2010), per citare un film dal soggetto simile ma infinitamente meno riuscito sotto ogni punto di vista.

Questo piccolo-grande film indipendente (girato tra l’altro in appena 8 notti e purtroppo penalizzato da una distribuzione italiana molto limitata) è dunque consigliatissimo (specie in lingua originale per meglio apprezzare la prova di Hardy) e da non perdere, a patto di non partire prevenuti per la povertà apparente del soggetto e di essere disposti a venire rinchiusi, neanche tanto idealmente, nell’abitacolo in questione e a condividere gioie e dolori col protagonista, lasciandosi catturare dall’atmosfera oscura, opprimente ma comunque profondamente affascinante che ammanta la pellicola.

 


					

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