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Recensioni | Pubblicato il 10 maggio 2013

British Sea Power

British Sea Power

Machineries of Joy

Genere: Indie Rock

Anno: 2013

Casa Discografica: Rough Trade

Servizio di:

Sono già passati dieci anni da quando i British Sea Power debuttarono con il folgorante The Decline of…, eppure la loro musica non sembra aver risentito del passare del tempo. Machineries of Joy, sesta fatica in studio con titolo-dedica al celebre scrittore statunitense Ray Bradbury – autore, tra gli altri libri, di ‘Cronache marziane’, ‘Fahrenheit 451’ e dell’antologia di racconti brevi ‘Le macchine della felicità’, e guida spirituale della band –, presenta un lotto di brani che dimostrano la ritrovata vena creativa del sestetto di Brighton dopo il mezzo passo falso del precedente Valhalla Dancehall. Già presenti nei sei EP usciti lo scorso anno, questi dieci brani, qui sotto una nuova veste in seguito a un certosino lavoro di affinamento, danno fin da subito la sensazione di essere estremamente coesi fra loro e coerenti con lo stile del gruppo.

Si parte forte, fortissimo, con la title-track, andatura brillante e archi a commento del refrain We are magnificent machineries of joy; Arcade Fire in odor di krautrock per un’apertura che ha i connotati dell’abbraccio, atto a catapultare l’ascoltatore nella mischia movimentata della successiva “K Hole”, tre minuti di esplosivi riff di chitarra con il cantante Scott Wilkinson (meglio noto come Yan) a sputare tutta l’euforia rock che ha in corpo a suon di urlacci e aneddoti di un trip di ketamina finito male. Atmosfere completamente diverse nel placido fiorire di archi con falsetto di “Hail Holy Queen”, e nella suadente allucinazione psych di “Loving Animals”; prosegue il trend in tono minore col valzer al crepuscolo di “What You Need the Most” e si sterza con la furoreggiante “Monsters of Sunderland”, episodio che torna su ritmi da cavalcata rock.

Nei testi l’attenzione è dedicata a un campionario di umanità tanto variegato quanto fuori dagli schemi, quasi a voler giocare per contrasto con il senso di distensione e familiarità che caratterizza molti brani: da una body builder francese diventata starlette del cinema erotico a un amico di Wilkinson, Geoffrey Goddard, pianista di talento nonché ex-braccio destro del pionieristico produttore britannico Joe Meek, cui è rivolta l’accorata “Radio Goddard”. Altrettanto curato è l’impianto musicale, dove niente è lasciato al caso e si segnala per equilibrio e dinamicità delle soluzioni scelte.

La forza di questo disco sta proprio nel riaffermare un mix ben costruito di pezzi tirati alternati a ballate agrodolci; niente più inutili quanto deleteri slanci di eclettismo, l’intento dei BSP era quello di prodursi in ciò che sanno fare meglio – “un album caldo e corroborante come una partita a carte tra amici”, queste le loro parole – e ci sono riusciti.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Machineries of Joy
  • 2 · K Hole
  • 3 · Hail Holy Queen
  • 4 · Loving Animals
  • 5 · What You Need the Most
  • 6 · Monsters of Sunderland
  • 7 · Spring Has Sprung
  • 8 · Radio Goddard
  • 9 · A Light Above Ascending
  • 10 · When a Warm Wind Blows Through the Grass

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