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Cinema | Pubblicato il 25 maggio 2014

Sur mes refuges détruits
Sur mes phares écroulés
Sur les murs de mon ennui
J’écris ton nom

Sur l’absence sans désir
Sur la solitude nue
Sur les marches de la mort
J’écris ton nom

Sur la santé revenue
Sur le risque disparu
Sur l’espoir sans souvenir
J’écris ton nom

Et par le pouvoir d’un mot
Je recommence ma vie
Je suis né pour te connaître
Pour te nommer

Liberté

Paul Eluard, Poésies et vérités, 1942

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La premiére dell’ultima attesissima fatica di David Cronenberg è stata recentemente proiettata al festival di Cannes, come ormai è d’abitudine per il cineasta canadese, e naturalmente ancora una volta non sono mancate le critiche, le perplessità e i fischi. Ma stiamo parlando di un autore che ha sempre amato il rischio, continuamente in cerca di un’evoluzione stilistica e tematica e assolutamente indifferente a un riscontro di critica e pubblico. Parliamo di un signore che in gioventù sdoganò il genere horror come possibile veicolo artistico di stampo autoriale e proprio quando la critica cominciava a dargli credito decise di cambiare completamente registro spiazzando tutti e incassando persino qualche accusa di tradimento. Un signore che due anni fa in Cosmopolis mise Robert Pattinson, teen idol fresco fresco della recente conclusione della saga di Twilight, in una limousine per realizzare il suo film più astratto ed ermetico senza timore di fargli subire una colonscopia davanti al pubblico: ricordo ancora le facce esterrefatte degli adolescenti in sala. Naturalmente altri fischi, altre stroncature a Cannes. Era quindi difficile capire cosa ci aspettasse in questo nuovo Maps To The Stars ma una certezza c’era: avrebbe diviso. Ora che è stato distribuito in sala in Italia e ho avuto l’opportunità di fiondarmi a vederlo il giorno stesso dell’uscita posso dire una cosa: non sono ancora esattamente sicuro di ciò che ho visto ma una cosa è certa: è molto più di una semplice satira di Hollywood confusa e un po’ banale, come in molti l’hanno frettolosamente bollato. L’ultimo film del regista canadese è un’ulteriore declinazione della sua personalissima poetica, l’ennesima evoluzione, pur attraversata dal fil rouge tematico di un esistenzialismo che passa attraverso il corpo: la carne e lo spirito sono profondamente intrecciati e comunicano attraverso un’idea di psiche codificata da Freud, che a sua volta esercita la sua influenza sulla società.

Ma andiamo con ordine: di cosa parla Maps To The Stars? Siamo a Hollywood. Agatha Weiss (Mia Wakisowska) è una ragazza misteriosa sfregiata da un incendio che dice di essere appena arrivata da Jupiter (Jupiter, Florida). Il suo primo incontro nella città delle star è con Jerome Fontana (Robert Pattinson stavolta le guida le limo: uno dei tanti piccoli inside joke disseminati nella pellicola), che spera di sfruttare il suo lavoro di autista come trampolino per diventare attore. Anche Agatha è ben determinata a sfondare nel cinema ed è riuscita a entrare in contatto tramite Twitter con Carrie Fisher (sì, la principessa Leia di Star Wars), che nel film interpreta sé stessa e riveste un ruolo misterioso, quasi prometeico. Ma perché la storia sull’origine delle sue ustioni cambia ogni volta  che la racconta? Nel frattempo, con un montaggio che tende a fratturare più che a comporre, muovendosi per associazioni freudiane più che per una stringente logica cronologica, veniamo introdotti al piccolo Benjie Weiss. Ha tredici anni, è stato protagonista di Bad Babysitter, film fittizio dagli incassi multimilionari, e ora è un piccolo pallone gonfiato arrogante e viziato con una storia di droga alle spalle. Suo padre (John Cusack) è uno di quei guru ciarlatani di gran successo che scrivono libri sull’autostima (in una delle sue sedute sembra la versione squallida e patetica dell’inquietante Dr. Raglan di The Brood), sua madre (Olivia Williams) è una manager determinata e vincente ma di materno ha veramente pochissimo. Eppure sono ricchi, realizzati e (si credono) felici. Sarà proprio Agatha, figlia problematica abbandonata al proprio destino – la proverbiale polvere nascosta sotto il tappeto – la bomba che farà esplodere i cortocircuiti di questa famiglia destinata in ogni caso all’implosione. Nel frattempo Havana (Julianne Moore), attrice ormai sul viale del tramonto, combatte contro i propri spettri e le proprie allucinazioni: vede continuamente la giovane madre, una diva morta giovanissima in un incendio; nella sua delirante ricerca per un rimedio contro le sue ossessioni assume Agatha come ragazza tuttofare, colpita dalla coincidenza. Egoista fino al parossismo, stupida e vincente (all’interno del sistema Hollywood) e, soprattutto, divinamente interpretata da una Julianne Moore ogni anno più brava, probabilmente si conquisterà un posto nella storia del cinema tra i personaggi più odiosi di sempre.

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Il primo livello di interpretazione, che salta immediatamente all’occhio, è quello satirico. Una satira smaccata, feroce, irriverente e con risvolti insolitamente comici al mondo patinato e superficiale della capitale californiana del cinema e ai mostri che ha generato, che passa attraverso l’allestimento di un universo vivido e brulicante fatto di gossip, battute, allusioni, aperte citazioni e nomi di personaggi dello showbiz, serie TV ed eventi mondani. Un circo stravagante, un freak show grottesco e degenerato proprio come le creature mutanti di cui è costellata la filmografia di Cronenberg, alimentato dalle ambizioni smisurate di giovani pronti a vendersi l’anima per arrivare e da bambini già divorati dal successo. Se ci si ferma qua si potrebbero trovare diverse assonanze con numerose pellicole satiriche uscite negli ultimissimi anni: viene in mente per esempio La Grande Bellezza, un film che mio malgrado non sono riuscito a farmi piacere – lo dico da estimatore di Sorrentino – proprio perché si accontentava di galleggiare su una superficie opulenta e in fin dei conti autarchica e un po’ autoreferenziale. E invece Cronenberg continua a scavare nei suoi personaggi, da fine cantore della psiche umana quale è. Ci sono degli abissi dietro questi tristi alfieri dell’umanità contemporanea, ci sono I Canyons del film di Paul Schrader, che con Maps To The Stars ha così tanto in comune. Ci sono dei cuori pulsanti che scoppiano dalla voglia di amare e di vivere, vogliono la libertà, la libertà della poesia di Eluard,  recitata come un mantra da Agatha, e invece sono intrappolati in una torre d’avorio la cui tappezzeria sta marcendo. E da questo secondo livello arriviamo quindi a un terzo, allegorico, che è quello della mitologia. Agatha racconta a Jerome che la sceneggiatura che ha in mente parla di incesti: lo sa che è un tema un po’ abusato, però la mitologia funziona sempre. Pensa di buttar giù qualcosa di semplice, in modo da evitare i rimproveri. E Maps To The Stars parla proprio di incesti, e la sceneggiatura nella testa di Agatha sembra invece la sceneggiatura della pellicola, quella uscita dalla penna di Bruce Wagner per Cronenberg: la ragazza sembra persino alludere all’apparente superficialità di cui molti critici si sono lamentati. Un cortocircuito metafilmico? Forse un indizio: Hollywood è incestuosa perché stagnante, arenata, mortifera. Havana fa di tutto per recitare la parte che fu di sua madre nel remake contemporaneo di un regista dalle velleità autoriali. Si nutre del cadavere della genitrice e questa esercita la sua vendetta tornando in forma di spettro (o allucinazione psicotropa che sia). Ma pure Benjie vede i morti. Vede la piccola malata di leucemia a cui ha chiesto “Ma come hai preso l’AIDS?”. Sono persone aliene, che stanno perdendo contatto con la realtà e dal mondo dei vivi: ormai rimane solo la morte. Scendendo ancora nei livelli d’interpretazione troviamo una dimensione infantile e fiabesca tenuta a bada durante l’intera durata della pellicola; ci assale prepotentemente nel finale e regala brividi su brividi dopo i colpi durissimi inferti durante la visione: è l’infanzia perduta troppo presto e riacquistata a caro prezzo. Ma potremmo continuare, e una sola visione non è probabilmente sufficiente per apprezzare tutte le sfumature di un’opera così stratificata.

Qualche rapido accenno tecnico: la regia di Cronenberg, più che mai controllata e chirurgica, sfoggia tutta l’esperienza pluridecennale accumulata dal regista. Mi è rimasta impressa la scena di un meeting giocata sui continui scavalcamenti di campo: i partecipanti vengono ripresi frontalmente e noi non siamo in grado di capire la loro disposizione intorno al tavolo; l’effetto è di smarrimento e disagio. Impressionante poi la direzione degli attori, che danno tutti il meglio di sé: Robert Pattinson, pur comparendo poco, si riconferma tutt’altro che un faccione bello quanto monoespressivo. Mia Wakisowska è bravissima e lo sapevamo già, e qui sprigiona tutto il suo fascino magnetico e misterioso; di Julianne Moore ho già detto. Quel che mi ha veramente rapito però è l’altissimo grado d’intensità emotiva che non provavo, guardando i film di Cronenberg, dai tempi di Naked Lunch. Questa nuova evoluzione (o mutazione?) del cinema del genio canadese sembra riuscire a coniugare la maturità e gli spunti intellettuali degli ultimi lavori con una ritrovata visceralità di cui francamente nei film recenti sentivo la mancanza, e personalmente non posso che gioire.

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