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Recensioni | Pubblicato il 24 agosto 2012

Mirel wagner

Mirel Wagner

Mirel Wagner

Genere: Folk, Blues

Anno: 2014

Casa Discografica: Bone Voy­age Record­ing / Friendly Fire

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C’è un modo di fare musica sem­plice così in dis­uso che è diven­tato anche com­pli­cato da inter­pretare. Sto par­lando di quella musica che non com­prende altro che una chi­tarra, una voce e un testo a cui dare spes­sore. Nella com­p­lessità della scena mod­erna un disco così essen­ziale può sem­brare fuori epoca e addirit­tura banale se non si sfrut­tano al mas­simo quei pochi mezzi a disposizione.

Mirel Wag­ner quando ha com­posto il suo omon­imo disco di debutto deve aver avuto le idee molto chiare rispetto a tutto ciò, rius­cendo a sfornare una pic­cola perla, scarna, priva di fron­zoli ma che per le orec­chie dell’ascoltatore pesa come un macigno sul resto del corpo, parti tan­gi­bili e non.

Mirel Wag­ner nasce in Etiopia, ma cresce in Fin­lan­dia. Sin da pic­cola mette in evi­denza il suo tal­ento nella scrit­tura e un par­ti­co­lare apprez­za­mento per il folk e il blues, “guardando” alle orig­ini. Il disco è ten­den­zial­mente privo di evoluzioni o “colpi di scena”: c’è la chi­tarra, molto dosata e min­i­male, suonata mag­nifi­ca­mente; c’è la sua voce calda ma trat­tenuta, graf­fi­ante e mal­in­con­ica che fa da rac­conto a sto­rie e argo­menti che girano al tema dell’oscurità e la morte. Non è facile real­iz­zare un album cosi sem­plice all’apparenza, anche per­ché l’intensità emo­tiva che spri­giona è frutto di un gran lavoro di tec­nica e scrit­tura della can­tautrice fin­ladese, che riesce a val­oriz­zare ogni sin­gola parola che pro­nun­cia, da questo punto di vista parag­o­nabile al disco di Josh T Pear­sondell’anno scorso, anche se musi­cal­mente vi sono alcuni punti di divergenza.

L’album è uscito per l’Europa nel 2011 per la tedesca Bone Voy­age Record­ings (già pro­dut­trice dei 22 Pis­tepirkko e Joen­suu 1685) e quest’anno per la Friendly Fire (nel cui cat­a­l­ogo spic­cano Asobi Seksu e Treefight for Sun­light).

Si com­in­cia con “To The Bone”, nella quale si res­pira un’aria già rar­efatta e dove si può notare il gusto per il min­i­mal­ismo acus­tico: un rac­conto doloroso di un amore finito che cul­mina nelle parole “but your love drags me down/ like the clothes/ when you swim/ down deeper down/ like the roots of old trees / my heart has no home / you’ve bruised me to the bone”. “The Well” è più dis­tesa, più “piena” e in qualche modo la voce si addol­cisce, anche se si parla di una madre persa (“a shadow swal­lows my reflec­tion mother I see noth­ing at all ).

Rip­i­omba uno stato d’inquietudine con “No Death” (ripug­nante scena di un necro­filo e un corpo in decom­po­sizione)uno dei pezzi più forti e pesanti dell’album; in No Hands”, che rac­conta l’ingenuità di un bam­bino che non vede il peri­colo di andare in bici senza mani sul manubrio, e qui si può notare meglio il suo stile con la ripe­tizione costante di pic­coli peri­odi fatti di brevi accordi di chi­tarra. Anche in Red” e la straziante “Joe” - che più di tutti evo­cano lo stile del primoCohen - si ripete lo stesso, ma l’andamento è meno cristallino e segue il “pre­cip­itare” della sua voce, dolce e sof­ferta allo stesso tempo. “Despair” non si dis­costa dagli schemi prece­denti, men­tre Dream” va a rac­cogliere tutta la pas­sione della Wag­ner per il blues : è il pezzo che più di tutti si dis­costa da quelli ascoltati sinora, anche per l’utilizzo della voce, che risulta quasi inde­mo­ni­ata. Chi­ude il disco, The Road”, quadro effi­cace e des­olante della solitudine.

Un disco dif­fi­cile da ascoltare, la cui grandezza risiede nella sua sobri­età e — anche se può sem­brare ripet­i­tivo — è comunque capace di smuo­vere intere mon­tagne di anime e scav­are così a fondo da creare enormi vor­agini. Una vera riv­e­lazione che scar­dina il senso del tempo.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · To The Bone
  • 2 · The Well
  • 3 · No Death
  • 4 · No Hands
  • 5 · Red
  • 6 · Despair
  • 7 · Joe
  • 8 · Dream
  • 9 · The Road

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